Il raid israeliano a Doha scuote il Medio Oriente: cosa è successo?


Il 9 settembre 2025 Doha è stata colpita da un raid israeliano contro una villa che ospitava i vertici di Hamas. La città, normalmente tranquilla, è stata travolta dal panico. Un agente qatarino è morto e quattro sono feriti. I leader di Hamas sarebbero sopravvissuti, ma i colloqui per un cessate il fuoco sono stati bruscamente interrotti. Quali saranno le conseguenze di questo attacco? Nel frattempo, Israele perde sempre più fiducia da parte delle cancellerie occidentali.


L’attacco del 9 settembre

Il 9 settembre 2025 Doha è stata scossa da un boato. Un raid israeliano ha colpito una villa dove si trovavano i vertici di Hamas. La città, normalmente calma, si è trasformata in scena di panico e paura. Un agente qatarino è morto, altri quattro sono rimasti feriti.
Secondo i media locali, i leader di Hamas sarebbero sopravvissuti, ma i colloqui in corso per un cessate il fuoco sono stati spezzati di colpo.
Il primo ministro israeliano Netanyahu ha parlato subito, duro e senza giri di parole: “Finiti i giorni dell’immunità per i terroristi”. La Knesset ha definito l’attacco “un messaggio per tutto il Medio Oriente”, mentre dall’Europa sono arrivate condanne per “violazione del diritto internazionale”. L’Italia ha espresso vicinanza al Qatar, chiedendo di non alimentare l’escalation. E il Qatar, col fiato sospeso, ha risposto con rabbia: “È terrorismo di Stato. Ci riserviamo il diritto di reagire”, ha detto il primo ministro Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, sottolineando che i negoziati per la pace erano stati annullati in un attimo.

Cosa c’è dietro l’attacco?

Dietro a questo attacco c’è una storia lunga, fatta di scelte strategiche, alleanze e rischi calcolati. Il Qatar è da anni il rifugio sicuro dei leader di Hamas. Qui hanno trovato protezione, soldi, possibilità di organizzarsi lontano dai bombardamenti e allo stesso tempo restare al centro della diplomazia internazionale. Non è un rapporto semplice: ospitare un gruppo considerato terrorista da molti Paesi significa correre rischi enormi. Ma Doha ha scelto di giocare questa partita, diventando un nodo cruciale per capire il futuro della Striscia di Gaza e della politica mediorientale.
Tutto è iniziato a diventare chiaro nel 2012, quando l’allora emiro Hamad bin Khalifa al-Thani ha visitato Gaza. Per la prima volta un capo di Stato varcava quei confini. Fu un gesto simbolico, potente: Doha si schierava con Hamas, mentre l’Autorità Palestinese veniva messa in secondo piano. In quel periodo, Hamas stava cambiando rotta, allontanandosi dai Fratelli Musulmani e avvicinandosi all’Iran. Da allora, il Qatar ha fornito supporto economico e logistico, garantendo stipendi, energia elettrica e sicurezza, sempre con l’occhio attento dei servizi segreti della regione.

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I rapporti tra Doha e Hamas

Per Doha ospitare Hamas non è solo politica: è strategia. Significa essere indispensabile nei negoziati, avere un piede in tutte le stanze dove si decide il futuro della regione, e allo stesso tempo mantenere rapporti con tutti: Stati Uniti, Israele, Turchia, Iran. Per Hamas, Doha è un porto sicuro e un centro di influenza. Per il Qatar, è la possibilità di essere grande senza esserlo, di pesare sulla scena internazionale più di quanto le sue dimensioni suggerirebbero.
Tra i leader più importanti presenti a Doha c’è Khalil al-Hayya. Nato a Gaza nel 1960, membro fondatore di Hamas, ha perso parte della famiglia negli anni dei bombardamenti. Eppure è rimasto un punto di riferimento: coordina i negoziati sul cessate il fuoco e mantiene i contatti con il mondo arabo e islamico. La sua presenza dimostra quanto Doha sia diventata cruciale per il movimento.
Il raid israeliano mostra i limiti di questa strategia. Finora Doha proteggeva Hamas senza essere direttamente coinvolta. Ora il confine è stato superato. La morte dell’agente e i feriti tra le forze di sicurezza lo dimostrano: il Qatar non è più solo mediatrice, è sulla linea del fuoco.

Le reazioni israeliane

Israele, nel frattempo, ha continuato a colpire i vertici di Hamas in tutto il Medio Oriente, da Beirut a Teheran, fino alla Striscia di Gaza. Ogni attacco ha spinto la leadership del gruppo sempre più a Doha, rendendo la capitale qatarina un punto nevralgico, dove le decisioni pesano davvero e ogni movimento conta.
Netanyahu ha parlato direttamente alla popolazione di Gaza: “Fate la pace, costruite un futuro diverso, ma togliete di mezzo questi leader”. Parole dure, che mostrano quanto Hamas sia considerato un ostacolo non solo per Israele, ma per chiunque voglia vedere stabilità nella regione.
Il raid di Doha cambia tutto. Il Qatar non è più solo il mediatore silenzioso: è al centro del conflitto, coinvolto in prima persona. Protegge, media, influenza. Piccolo di dimensioni, grande di peso politico. E mentre il Medio Oriente osserva, la città che ospita i leader di Hamas resta il luogo dove le scelte di domani si decidono oggi. Questa volta però Israele si è spinto oltre: ha attaccato uno degli Stati che più ha lavorato per trovare una soluzione al conflitto in Medio Oriente e lo ha fatto a poche ore dal sospetto attacco con drone avvenuto in acque tunisine ai danni della Global Sumud Flotilla, mentre l’opinione pubblica sospetta di un intervento israeliano contro le navi che trasportano aiuti umanitari. Una mossa – quella odierna a Doha – che potrebbe ritorcersi contro Tel Aviv, già in una posizione alquanto scomoda.


Foto copertina: Il fumo sale da un’esplosione, presumibilmente causata da un attacco israeliano, a Doha, in Qatar, il 9 settembre 2025. Fonte: AP