Condannato a 27 anni e 3 mesi Jair Bolsonaro


Per la prima volta nella storia del Brasile un ex Presidente è giudicato colpevole di reati contro la democrazia.


Una sentenza storica

Per la prima volta nella storia moderna del Brasile, un tribunale ha condannato un ex presidente e alto ufficiale militare per un tentato colpo di Stato. Jair Bolsonaro, ex Presidente del Brasile dal 2019 al 2023, è stato giudicato colpevole per il tentativo di golpe organizzato ai danni dell’attuale Presidente, Luiz Inácio Lula da Silva. Si tratta di una condanna storica mai intentata prima d’ora, nemmeno dopo il colpo di stato del 1964. Secondo l’accusa, Bolsonaro avrebbe agito in maniera sistematica per delegittimare il sistema elettorale dalle fondamenta, instillare e alimentare la sfiducia tra la popolazione spingendo cittadinanza e militari a ribaltare il verdetto elettorale. La decisione è stata presa da un collegio ristretto di 5 giudici, chiamati a valutare non solo i comportamenti specifici tenuti dall’ex presidente ma anche l’impatto avuto sul tessuto democratico e sociale della nazione. La maggioranza dei giudici (4 su 5) ha ritenuto che Bolsonaro non sia solo limitato a contestare l’esito delle urne, ma abbia progettato e promosso un progetto eversivo, utilizzando la sua influenza al fine di delegittimare il neo presidente Lula, alimentare un clima di instabilità socio – politica e, dunque, legittimare l’interveneto dei militari. È un verdetto definito da molti osservatori “storico” e “senza precedenti”, perché mai prima di oggi un ex capo di Stato brasiliano è stato riconosciuto responsabile di reati di tale gravità. La sentenza ha un duplice significato: sul piano giuridico riafferma la capacità della magistratura di agire contro chiunque minacci lo stato di diritto; sul piano politico, distrugge simbolicamente quell’aura di impunità che Bolsonaro aveva costruito attorno a sé negli anni della sua presidenza. La Corte Suprema oltre ad aver emesso il giudizio di colpevolezza, ha condannato Bolsonaro a 27 anni e 3 mesi di carcere. La condanna, inoltre, si aggiunge alla precedente decisione del Tribunale Elettorale che lo aveva già dichiarato ineleggibile fino al 2030, privandolo della possibilità di presentarsi come candidato alle prossime elezioni presidenziali del 2026. Con questo pronunciamento, il Supremo Tribunal Federal invia un messaggio chiaro: in Brasile, nessuno – nemmeno un ex presidente – può porsi al di sopra della Costituzione.

I reati contestati

La condanna di Jair Bolsonaro non riguarda un solo episodio, ma un ampio quadro di accuse che la Corte Suprema ha considerato parte di un progetto unitario e premeditato progettato per sovvertire l’ordine democratico brasiliano. Le imputazioni, formulate dal Procuratore Generale e confermate dal Supremo Tribunal Federal, delineano la figura di un ex presidente che avrebbe usato la propria influenza per creare le condizioni di un colpo di Stato. Nel complesso, i giudici hanno ritenuto comprovato che Bolsonaro abbia cercato di trasformare una sconfitta elettorale in un tentativo eversivo. Il mosaico dei reati contestati — dall’associazione criminale al colpo di Stato, dal danneggiamento dei beni pubblici all’attacco allo stato di diritto — ci restituisce l’immagine di un leader disposto a tutto pur di mantenere il potere. Il giudice istruttore, Alexandre de Moraes, ha votato lo scorso martedì per condannare Bolsonaro su tutte le accuse perché, ha affermato, le prove dimostrano che l’ex presidente ha reclutato, come parte di «un progetto autoritario per il potere», gli uomini di cui si fidava di più per orchestrare un piano che gli avrebbe permesso di rimanere al potere nonostante la sconfitta elettorale del 2022[1]. “Associazione criminale armata”: secondo l’accusa, Bolsonaro non ha agito da solo. Attorno a lui si sarebbe costituita una vera e propria organizzazione criminale, composta da ex ministri, ufficiali militari e consiglieri di fiducia, con lo scopo di destabilizzare le istituzioni. La presenza di uomini armati e di settori radicalizzati delle Forze Armate è uno degli elementi che ha portato i giudici a qualificare l’associazione come “armata”, aggravando la gravità del reato. “Tentativo di colpo di Stato e abolizione violenta dello stato di diritto”: il cuore delle imputazioni riguarda l’accusa di cospirazione per impedire l’insediamento di Lula dopo le elezioni del 2022. Le prove raccolte — bozze di decreti presidenziali che avrebbero dichiarato lo “stato d’assedio”, pressioni esercitate su generali e funzionari di sicurezza, dichiarazioni pubbliche volte a screditare il sistema di voto elettronico — delineano un piano che, se realizzato, avrebbe messo in discussione i pilastri stessi della democrazia brasiliana. Come ha spiegato la giudice Cármen Lúcia nella sua motivazione, «non si è trattato di un’opinione politica o di una protesta vigorosa, ma di un disegno concreto per impedire il normale funzionamento delle istituzioni». La giudice ritiene dimostrato che «un gruppo composto da figure chiave del governo e guidato da Jair Bolsonaro ha portato avanti un piano per attaccare le istituzioni democratiche con l’obiettivo di danneggiare l’alternanza del potere e indebolire gli altri rami dello Stato, in particolare la magistratura»[2]. “Danneggiamento del patrimonio pubblico e culturale”: la responsabilità dell’ex presidente non si limita alla mera ideazione del piano. Secondo i magistrati, le sue parole e i suoi atti hanno avuto un effetto diretto nell’incoraggiare le manifestazioni culminate nell’assalto dell’8 gennaio 2023 a Brasilia, quando migliaia di sostenitori invasero e devastarono il Congresso, il Palazzo del Planalto e la sede della Corte Suprema[3]. Oltre ai gravi danni materiali agli edifici pubblici, furono distrutte opere d’arte e beni culturali di valore inestimabile, parte del patrimonio comune della nazione. Per questo Bolsonaro è stato riconosciuto colpevole anche di deterioramento di beni vincolati, aggravante che riflette la gravità dell’attacco al patrimonio storico e simbolico del Paese. Secondo la Procura, esistevano ed erano in fase di preparazione ulteriori piani criminosi. Tra i più gravi: il cosiddetto piano “Dagger verde-oro” che avrebbe incluso ipotesi di arresti arbitrari di giudici e oppositori politici, fino a scenari estremi come l’eliminazione fisica di avversari politici con ruoli chiave. Tra le figure presumibilmente coinvolte figurano: Lula, il vicepresidente Alckmin e il giudice Alexandre de Morales. Sebbene non tutti questi progetti siano stati portati avanti, il solo fatto che fossero stati discussi all’interno del cerchio ristretto dell’ex presidente è stato considerato un elemento a carico.

Come si è arrivati al verdetto?

Il verdetto che ha condannato Jair Bolsonaro non è il frutto di un processo lampo, ma l’esito di un’inchiesta lunga, tormentata e politicamente esplosiva. Tutto parte dalle settimane successive alle elezioni presidenziali del 2022, quando Lula tornò al potere sconfiggendo di misura l’ex capitano dell’esercito. Bolsonaro, lungi dal riconoscere la sconfitta, cominciò a denunciare presunti brogli, minando la fiducia nel sistema di voto elettronico, fiore all’occhiello della democrazia brasiliana. Mentre Lula si insediava, migliaia di sostenitori di Bolsonaro si accamparono davanti alle caserme, chiedendo un intervento dei militari. La tensione esplose l’8 gennaio 2023, quando una folla invase e devastò il Congresso, la sede della Corte Suprema e il Palazzo presidenziale del Planalto. Le immagini provenienti da Brasilia fecero il giro del mondo e aprirono la strada a una domanda inevitabile: qual’era stato il ruolo di Bolsonaro in tutto questo? Nei mesi successivi, il Supremo Tribunal Federal e il Procuratore Generale avviarono indagini capillari. Saltarono fuori elementi pesantissimi: bozze di decreti trovate nei computer di ex ministri, che avrebbero dovuto introdurre lo “stato d’assedio” e sospendere la legittimità delle elezioni; messaggi e chat tra ufficiali dell’esercito e consiglieri, dove si discuteva apertamente della possibilità di un golpe; testimonianze di ex collaboratori che raccontavano di riunioni riservate con Bolsonaro, in cui si parlava di arresti di giudici e oppositori politici. Tutto ciò si aggiungeva alla strategia pubblica dell’ex presidente, fatta di discorsi, interviste e dirette social che martellavano sull’idea di una “elezione rubata”. Gli inquirenti hanno tracciato una linea diretta tra queste azioni e il caos dell’8 gennaio, sostenendo che senza l’istigazione costante di Bolsonaro le manifestazioni non avrebbero raggiunto il livello di violenza effettivamente raggiunto. Il processo, seguito da tutto il Paese in diretta televisiva, è stato a tratti drammatico. L’accusa ha parlato di un “progetto criminale continuato”, mentre la difesa ha cercato di dipingere Bolsonaro come vittima di una persecuzione politica, sostenendo che non vi fossero prove del suo coinvolgimento diretto negli scontri. Alla fine, la Corte si è spaccata. La giudice Cármen Lúcia, relatrice del caso, ha sottolineato che l’intento eversivo del piano. Con lei si sono schierati i giudici Alexandre de Moraes e Flávio Dino, noti per la loro fermezza nella difesa delle istituzioni democratiche. Di segno opposto la posizione di Luiz Fux, che ha parlato di «assenza di elementi probatori certi per attribuire a Bolsonaro un ruolo operativo nei fatti dell’8 gennaio»[4]. Una minoranza isolata, che non ha impedito alla Corte di raggiungere la maggioranza necessaria per dichiarare l’ex presidente colpevole.

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Le conseguenze politiche della condanna

La condanna di Jair Bolsonaro scuote dalle fondamenta l’equilibrio politico brasiliano. Se dal punto di vista giudiziario la sentenza segna una vittoria per la magistratura e per lo Stato di diritto, sul piano politico apre a scenari incerti. Già dichiarato ineleggibile fino al 2030, Bolsonaro rischia di trascorrere gran parte della sua vita in carcere. La sua figura, fino ad oggi simbolo dell’ultradestra populista, appare compromessa. Tuttavia, il suo seguito rimane solido, solo gli arresti domiciliari e il divieto giudiziario di usare i social media hanno diminuito la sua importanza nell’ultimo mese. Dopo la condanna, suo figlio, Flávio Bolsonaro, senatore, ha twittato su X: «I pilastri della democrazia sono stati abbattuti per condannare un innocente che ha osato non piegarsi a un dittatore di nome Alexandre de Moraes»[5]. Il rischio di fuga e la violazione di varie misure precauzionali hanno spinto il giudice Moraes a confinare Bolsonaro, a confiscargli il passaporto e a imporgli una cavigliera elettronica a luglio, e a ritirargli il passaporto nel 2024. Il brasiliano ha anche preso in considerazione l’idea di chiedere asilo in Argentina, appellandosi al presidente ultraliberista Milei. Per il presidente Trump, che ha seguito con interesse e apprensione tutto il procedimento giudiziario, il caso Bolsonaro non è stato altro che una brutale persecuzione politica, una caccia alle streghe come quella che lui stesso ritiene di aver subito negli Stati Uniti. E pertanto ha fatto di tutto per neutralizzare il processo e la sua risonanza. Ha, ad esempio, punito il Brasile con dazi e sanzionato diversi giudici. In particolare, ha congelato i potenziali beni di Moraes negli Stati Uniti e revocato i visti a tutti i membri della Corte Suprema, tranne tre: i due nominati da Bolsonaro e quello che ha votato per la sua assoluzione. Non è chiaro se questa condanna segnerà la fine o la continuazione della carriera politica di Bolsonaro. Il mito del “capitano del popolo”, l’uomo che si presentava come difensore della patria, esce profondamente incrinato. Nonostante ciò, Bolsonaro conserva un seguito fedele e rumoroso: le prime ore dopo la sentenza hanno visto manifestazioni spontanee davanti a caserme e piazze di diverse città, con i suoi sostenitori che gridavano al “processo politico” e alla “persecuzione”. Complessivamente, il “bolsonarismo”, che più che un partito vero e proprio è stato un movimento personale incentrato sulla figura del leader, sembrerebbe avviarsi verso il declino. Alcuni governatori e parlamentari cercano di proporsi come successori, ma nessuno sembra avere il carisma e la forza mobilitante dell’ex presidente. Il rischio è che il fronte conservatore si frantumi tra anime istituzionali, intenzionate a restare nel gioco democratico, e correnti più radicalizzate, che potrebbero scivolare in un’opposizione permanente e violenta. Per il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, la sentenza è una vittoria silenziosa. Senza esporsi in dichiarazioni trionfalistiche, Lula può oggi rivendicare il sostegno delle istituzioni democratiche al suo governo. Tuttavia, il leader del Partito dei Lavoratori è consapevole che la polarizzazione rimane altissima: ogni passo falso, ogni riforma impopolare, potrebbe essere sfruttata dai settori bolsonaristi per alimentare nuove tensioni. Lula si trova così davanti a un compito delicato: governare e, al tempo stesso, evitare che la condanna dell’avversario diventi benzina sul fuoco alimentando le divisioni. Sul piano meramente simbolico, la decisione del Supremo Tribunal Federal invia un messaggio chiaro: il Brasile non tollera attacchi alle proprie istituzioni. Ma il vero banco di prova sarà il futuro: la capacità del Paese di trasformare una condanna storica in una lezione per la democrazia dipenderà dalla prudenza dei leader, dalla responsabilità dei partiti e dalla pazienza dei cittadini. In definitiva, la sentenza segna la fine di un capitolo e l’inizio di un altro, incerto e delicato: il Brasile ha dimostrato di avere strumenti per difendere la propria democrazia, ma la sfida sarà non sprecare questa opportunità e trasformarla in una vera stagione di stabilità e rinnovamento politico. In questi tempi difficili per la democrazia globale, il Brasile invia un messaggio forte al resto del mondo con la sua sentenza: la giustizia può punire coloro che minano l’ordine costituzionale e le istituzioni dall’interno.


Note

[1] N. Galarraga Gortázar, “El expresidente Bolsonaro, condenado por intento de golpe de Estado contra Lula en Brasil”, El País, 11/09/25.
[2] Ibidem.
[3] E. Scalabrin, “Attentato alla democrazia brasiliana”, Opinio Juris, 15/01/23.
[4] N. Galarraga Gortázar, Op. Cit.
[5] https://x.com/FlavioBolsonaro/status/1966223520893133138.


Foto copertina: Condannato a 27 anni e 3 mesi Jair Bolsonaro