La correlazione tra l’ideologia e la prigionia
Nei regimi comunisti, l’ideologia gioca un ruolo cruciale nel fornire quel fondamento normativo che è alla base del principio di piena legittimità.
Nello specifico, durante l’epoca storica antecedente le riforme, la Cina ha sempre sottolineato l’esigenza di fondare il proprio potere statale su una legittimità ampiamente riconosciuta ad ampio raggio. Non a caso, nel preambolo della sua costituzione provvisoria, ovvero: Programma comune della Conferenza consultiva politica del popolo cinese, promulgata nel 1949, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha sottolineato l’importanza di soppiantare l’idea di un mondo guidato dal capitalismo e dalle sue diverse sfaccettature, con una forma di potere basata su un’ideologia nazionalista cinese, tale da dar vita ad uno scenario governativo, definito da molti storici cinesi, democratico-dittatoriale.
Proprio sul concetto di legittimità, Pechino ha preso, fortemente, in considerazione il lavoro di Max Weber. Il filosofo tedesco, sosteneva che il comportamento e la conformità umana si dovessero fondare su tre principi fondamentali: abitudine, affetto e calcolo razionale di valori e obiettivi, ma, tuttavia, specificava anche i tre tipi ideali di governo legittimo attraverso i quali può essere costruito il potere sovrano: tradizionale, carismatico e razionale-legale[1].
Allo stesso modo, il piano di legittimazione del PCC ebbe un impatto significativo anche sulle sue carceri. Il sistema penale cinese, per ciò che concerne i campi di lavoro, affonda le sue radici nell’esperienza del sistema gulag dell’Unione Sovietica, in particolare nel principio di punire e rimodellare i criminali attraverso il lavoro forzato. Quest’ultimo era un derivato ideologico della famosa citazione di Karl Marx, secondo cui il lavoro fisico è il miglior disinfettante per prevenire i virus sociali[2]. Tuttavia, l’amministrazione del PCC, apportò alcune modifiche per adattare il sistema gulag allo scenario cinese, soprattutto, nel dopoguerra. L’idea e la struttura dei campi di lavoro furono ridisegnati affinché venisse affrontato il problema della capienza delle carceri e impedire, ai criminali stessi, di vivere senza un fine ben specifico.
D’altro canto, Pyongyang nel tentativo di nazionalizzare i principi dello stalinismo, ha dato vita ad un tipo di socialismo, spesse volte, definito a modo nostro (urisik sahoejuui). Storicamente, l’obiettivo di Kim Il Sung, nonno dell’attuale leader Kim Jong Un, era quello di creare una realtà statale che richiamasse i concetti politici di una dinastia che ha governato la penisola coreana per quasi cinquecento anni: la Dinastia Chosun[3].
Le pratiche feudali dei Chosun furono incorporate nel sistema stalinista lasciato in eredità alla Corea del Nord dall’Unione Sovietica, ovvero: un pieno ritorno all’autoisolamento nazionale, con il preciso scopo di tenere lontane ogni ingerenze esterne e al contempo sviluppare una cultura politica nazionale unica, distintiva e particolare[4].
Sulla base di questa estrema ideologia è nata una sorta di ortodossia religiosa nei confronti dell’estremo leader. Infatti, ogni pensiero errato ed ogni tipo di conoscenza errata, porta, necessariamente, ad una punizione severa o, addirittura, ad una prigionia senza termine.
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I campi di prigionia in Corea del Nord
L’elevata segretezza, del regime eremita, comporta una notevole difficoltà nell’individuare ed elencare i diversi sistemi penitenziari presenti sul territorio. Tuttavia, è certo che una delle caratteristiche principali della politica penale nordcoreana sia la subordinazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali alla volontà politica. Quest’idea di gestione della criminalità, susseguitasi nel corso degli anni, ha avuto un impatto significativo su tutte le procedure penali.
Con la modifica del Codice di procedura penale del 2004, Pyongyang dichiarò di voler ridurre la connotazione politica del sistema giudiziario e introdurre un maggiore ordine procedurale. Non a caso, l’art. 1, del Codice di procedura penale nordcoreano, stabilisce che la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) focalizza le sue attenzioni sull’instaurazione di un ordine fermo e di un sistema procedurale avanzato ed ordinato in tutte le sue fasi: dall’indagine, la fase istruttoria, l’atto di accusa e, infine, quello del processo[5].
La prigionia politica, nello scenario nordcoreano, assume diverse sfaccettature. A tal riguardo, esistono reati minori, identificati sotto l’espressione jip-kyul-so, e reati più gravi, come quelli politici, i quali richiedono un’indagine più specifica. Indipendentemente dalla natura del reato, prima di essere condotto nel carcere per reati più gravi (kyo-hwa-so), l’individuo in questione viene arrestato, incriminato in conformità al Codice Penale della RPDC e processato secondo le disposizioni previste dal codice sopracitato.
Gli organi incaricati della gestione dei procedimenti penali includono l’Agenzia per la Sicurezza del Popolo, l’Agenzia per la Sicurezza dello Stato (SSA), la Procura pubblica, i tribunali e gli avvocati.
Tuttavia, Il Ministero della Sicurezza Popolare (MPA), gode di un ampio margine di manovra, soprattutto, nell’ambito delle diverse fasi d’indagine e nell’organizzazione degli istituti penitenziari. È inoltre incaricato dei compiti specificati dalla Legge sulla Supervisione della Sicurezza Sociale.
Situati nell’estremo nord e nelle zone montuose più remote del Paese, i kwan-li-so, comunemente conosciuti come campi di concentramento, sono i più rappresentativi nonché i più crudeli tra quelli presenti su tutto il territorio.
Una delle caratteristiche peculiari di questi campi è la combinazione tra razioni alimentari minime e lavoro forzato estenuante, che porta inevitabilmente a un alto tasso di mortalità. I kwan-li-so, sono riservati a soggetti che, a causa del loro modello di pensiero divergente dall’ideologia Juche, sono ritenuti pericolosamente in grado di sovvertire l’ordinamento e devono dunque essere tenuti sotto controllo. Questi individui, agli occhi di Pyongyang, rappresentano un problema poiché sono ritenuti socialmente, politicamente e culturalmente deviati.
Secondo la letteratura, una condanna colpisce anche chi è ritenuto portatore di una “conoscenza sbagliata” (wrong knowledge), ossia coloro che, avendo vissuto o studiato all’estero dopo il collasso del socialismo negli anni ’80, possiedono un bagaglio culturale considerato incompatibile con l’ideologia del regime.
All’interno di questi campi di prigionia, tenere i prigionieri malnutriti sull’orlo della fame è essenzialmente un meccanismo di controllo, utile e fondamentale per ottenere ogni tipo d’informazione sia all’interno che all’esterno della struttura.
Tra le diverse strutture penitenziarie, ci sono anche quelle che accolgono una serie di individui che hanno commesso semplici infrazioni politiche o penali e che si ritiene debbano scontare una pena a breve termine. Le strutture a cui questi soggetti sono assegnati prendono il nome di Jyp Kyul-so. Questi centri, che rappresentano delle vere e proprie sedi temporanee, poiché sono, principalmente, rivolti a coloro i quali attraversano illegalmente il confine e che dunque sono in attesa di essere, trasferiti ulteriormente, per indagini specifiche, al Ministero di Pubblica Sicurezza, che sarà chiamato a definire l’eventuale gravità del reato.
A causa della scarsa capacità di contenimento dei Jyp-Kyul-so sono state create, nel corso degli anni, delle brigate mobili di lavoro (potremmo definirle come delle succursali penitenziarie), che attualmente prendono il nome di Ro-dong-dan-ryon-dae. All’interno di queste strutture, è frequente la presenza di soggetti rimpatriati, i quali a loro volta possono subire numerosi interrogatori in ulteriori centri, chiamati Ku-ryu-jang, qualificabili come strutture anche detentive e gestite, direttamente, dalla polizia politica (Bo-wi-bu) o dalle agenzie di polizia ordinaria[6] (An-jeon-bu).
Tra i kwan-li-so e i jyp kyul-so, troviamo i Kyo-hwa-so, ovvero, aree principalmente legate a garantire un processo di rieducazione e rimodellamento del comportamento politico dell’individuo. In relazione a queste strutture, l’art. 30, del codice penale, stabilisce che i diritti civili dei detenuti, nei kyo-wha-so, devono considerarsi parzialmente sospesi[7].
Ciò che rende triste, è che mentre altre realtà statali, dell’Asia orientale, stanno vivendo un’epoca di sviluppo nonché di miglioramenti senza precedenti, i nordcoreani sono ancorati ad un sistema che è sia politicamente repressivo che economicamente bloccato e soprattutto inefficiente.
L’internamento nello Xinjiang
Ad oggi, purtroppo, assistiamo, in maniera feroce, a crimini contro l’umanità nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Gli uiguri, minoranza musulmana di origine turca che vive nella regione da secoli, sono costretti ad assistere in silenzio alle pratiche di internamento promosse da Pechino.
Nel corso degli ultimi dieci anni, l’approccio cinese nei confronti del popolo uiguro si è evoluto fino a raggiungere una nuova dimensione, strettamente, legata ad un controllo totale della popolazione, mediante i campi di detenzione. Questi ultimi sono stati più volte giustificati come parte integrante del piano di sicurezza nazionale. A tal riguardo, la letteratura, ha portato avanti numerose ricerche, soprattutto, nel contesto delle violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
Le vicende nello Xinjiang, affondano le proprie radici nel 2014, quando l’allora Segretario del Partito dello Xinjiang, Zhang Chunxian, pose in essere un programma politico volto a colpire duramente la popolazione locale, il tutto giustificato per prevenire la formazione di gruppi estremisti islamici. L’operato di Chunxian fece da eco alle parole di Xi Jinping, il quale, in diverse occasioni ufficiali, affermò che la “malattia cardiaca” della Regione autonoma uigura — il separatismo e l’estremismo religioso — dovesse essere curata con la “medicina del cuore”, ossia mediante un processo di trasformazione ideologica e di educazione ai valori della nazione cinese.
Sulla base di questi presupposti educativi, il governo cinese ha dato vita alla creazione dei campi d’internamento.
In principio, Pechino ha negato ufficialmente l’esistenza di questi campi[8], ma grazie a prove schiaccianti, tra cui fotografie satellitari, foto e video trapelati grazie all’ausilio dei social network, la loro esistenza è stata, pienamente, accettata. Ciononostante e in difesa del loro operato, le autorità cinesi li hanno inizialmente definiti come delle scuole professionali, la cui frequentazione è facoltativa[9].
All’interno di questi campi, la situazione è ben peggiore di quanto afferma il governo cinese. Ad oggi, secondo numerosi studi, il funzionamento di questi campi mira a rieducare e sterilizzare forzatamente la popolazione. Per quanto l’art. 36, della Costituzione della Repubblica Popolare Cinese, riconosca la libertà del credo religioso, l’etnia uigura è tutt’altro che libera[10].
Infatti, le persone nella regione sono perseguitate e i loro dati biometrici vengono utilizzati per tracciare e registrare il loro comportamento nonché per etichettare e classificare le diverse famiglie. Tali informazioni vengono trasmesse alle forze di polizia locale, che sono obbligate a condurre indagini aggiuntive senza preavviso. Oltre alle persone comuni, la Cina prende di mira, soprattutto, intellettuali, accademici e artisti uiguri di spicco, con il preciso obiettivo di schiacciare l’identità etnica e culturale uigura. Se volessimo quantificare l’intervento cinese nella regione, è necessario tenere in considerazione che solo tra il 2017 e il 2018 sono state internate più di 350.000 persone, senza processo[11].
La prova più eclatante, dell’esistenza dei campi di prigionia, è rappresentata da cosiddetta lista Karakax, una contea in prossimità di Hotan, nel sud dello Xinjiang, all’interno della quale il 90 per cento della popolazione è di etnia uigura.
Nello specifico il documento, cerca di far comprendere il motivo per cui la popolazione uigura è stata internata e, allo stesso tempo, descrive anche le cognizioni giuridiche di fondo che giustificano il rilascio oppure la detenzione dei diversi individui. Il governo cinese, dando spazio a presupposti giuridici che mettono in luce il principio di colpevolezza piuttosto che d’innocenza, ha sviluppato un sistema di sorveglianza altamente raffinato ma estremamente laborioso in base al quale interi gruppi familiari sono tenuti in ostaggio a causa del loro credo religioso.
Grazie allo studio di questo documento, la letteratura ha potuto stilare un elenco delle principali strutture detentive nelle diverse contee dello Xinjiang. Tra queste vanno annoverate: Qaraqash No. 1,2,3,4 Center; Bay County Pre-Trial Detention Center, Former Awat County Pre-Trial Detention Center, Qaradong Prison, nella contea di Aksu; First Division Aral Prison, First Division Happy City Prison, First Division Nankou Prison, First Division Shahe Prison, First Division Tamen Prison Former Huaqiao Prison, Former Nankou Prison, le quali sono geolocalizzate nella contea di Altay[12].
La Lista Karakax, è una chiara dimostrazione di come chiunque non si conformi al sistema statale, di coercizione sociale microgestita, non ha praticamente alcuna possibilità di sfuggire al sistema.
Secondo le Nazioni Unite, le azioni della Cina configurano vere e proprie pratiche di genocidio culturale.
Nonostante alcuni Paesi stiano delineando delle rigide sanzioni economiche nei confronti di Pechino, il Dragone sta estendendo le azioni di deportazione, contro la popolazione uigura, oltre i propri confini territoriali. Il tutto desta preoccupazione, se si pensa al fatto che la Cina è un membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Note
[1] P.Jedlowski, Il mondo in questione, Carrocci Editore, 2012, pp.121-148.
[2] Ibidem.
[3] A.Lankov, The Real North Korea Life and Politics in the Failed Stalinist Utopia, Oxford University Press, 2013, pp. 50.
[4] Questi elementi concettuali sono presenti nell’attuale ideologia nordcoreana del Juche. [5] The Criminal Law of the DemocraticPeople’s Republic of Korea, https://database.ilga.org/api/downloader/download/1/KP%20-%20LEG%20-%20Criminal%20Code%20(2009)%20-%20TR(en).pdf.
[6] North Korean Prison Database, Vol. I, 2022, https://uwazi.io/api/files/16492403517020of8bwgfl65.pdf.
[7] The Criminal Law of the DemocraticPeople’s Republic of Korea, https://database.ilga.org/api/downloader/download/1/KP%20-%20LEG%20-%20Criminal%20Code%20(2009)%20-%20TR(en).pdf.
[8] Fino all’ottobre 2018.
[9] B. Yajun, Xinjiang since 2010: A Governance Perspective, China: An International Journal, Volume 23, Number 1, february 2025, pp. 24-44.
[10] L’articolo 36, inoltre, proibisce di usare la religione per intraprendere attività che possano turbare l’ordine pubblico, la salute dei cittadini e il sistema educativo dello Stato.
[11] G.Bunin, Has China closed the camps in Xinjiang? Answers based on Bayesian inference, pp. 5-6. file:///C:/Users/PC/Downloads/closingcamps.pdf.
[12] Xinjiang Victims Database, https://shahit.biz/eng/#facilities135.
Foto copertina: Fino a 200.000 persone sono detenute nei campi di prigionia nordcoreani. (Reuters:Jacky Chen)













