
Un viaggio tra ordine e smarrimento nella trama invisibile della politica internazionale. «Quando non ci sei non capisco dove mi trovo»: l’indeterminatezza come condizione geopolitica.
Eleonora Strano
Nel panorama delle relazioni internazionali, il realismo ha a lungo rappresentato lo strumento interpretativo privilegiato per orientarsi in uno spazio che, per sua natura, sottrae punti di riferimento, dissolve certezze e costringe gli attori a muoversi in un orizzonte di costante incertezza. La teoria realista opera come una bussola epistemica: quand’essa non c’è, quando manca un quadro analitico capace di illuminare la logica profonda del sistema, diventa difficile comprendere dove ci si trovi realmente. È in questa tensione, tra urgenza di ordine e persistenza dell’anarchia, che si colloca il confronto intellettuale tra Kenneth Waltz e John J. Mearsheimer; il più fecondo e drammatico della teoria internazionale contemporanea.
Waltz e Mearsheimer: il sistema prima di tutto
Kenneth Waltz (1924–2013), tra i più influenti teorici delle relazioni internazionali del XX secolo, ha fondato il neorealismo strutturale muovendo l’analisi dal livello unitario a quello sistemico. La sua opera principale, Theory of International Politics (1979), formalizza l’idea che la distribuzione delle capacità materiali tra gli Stati (e non le loro ideologie, leadership o regimi) determini i vincoli fondamentali dell’azione internazionale. Waltz descrive un ordine impersonale, regolato da incentivi ricorrenti e prevedibili.
John J. Mearsheimer (n. 1947), professore all’Università di Chicago e massimo esponente del realismo offensivo, riprende la base strutturale waltziana ma ne accentua la portata conflittuale. In The Tragedy of Great Power Politics (2001) sostiene che, in un sistema anarchico, le grandi potenze non possano mai essere certe delle intenzioni altrui: di qui l’impulso quasi inevitabile a massimizzare la forza, cercare egemonia regionale e prevenire qualunque minaccia potenziale.
Ambedue partono dalla stessa constatazione: il sistema internazionale è privo di un’autorità superiore in grado di garantire sicurezza e di imporre un ordine gerarchico. L’anarchia, per Waltz come per Mearsheimer, non è un vuoto di norme, bensì una condizione strutturale che obbliga gli Stati a provvedere da sé alla propria sopravvivenza.
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Moderazione o massimizzazione?
Di qui le due strade divergono in modo tanto radicale quanto illuminante. Per Waltz, l’anarchia possiede una logica quasi darwiniana che premia la moderazione e seleziona gli attori capaci di adattarsi senza eccedere: chi tenta di espandersi oltre misura provoca reazioni di bilanciamento, si espone a costi insostenibili, e finisce per indebolirsi.
Per contro, Mearsheimer vaglia l’anarchia come una condanna alla competizione permanente: poiché le intenzioni degli Stati restano intrinsecamente opache, la sicurezza non può mai essere pienamente garantita. Nessuno Stato può determinare con certezza le intenzioni altrui, né può considerarsi pienamente al riparo dai possibili mutamenti del contesto strategico. La riduzione della vulnerabilità richiede pertanto l’accumulazione di potere relativo, fino a sfiorare, o talvolta conseguire, una posizione di egemonia regionale.
La moderazione waltziana e l’espansione mearsheimeriana non sono mere differenze di gradiente, ma due forme opposte di abitare lo stesso mondo. Waltz osserva il sistema come un insieme di forze impersonali che tendono all’equilibrio; Mearsheimer lo percepisce come una tragedia politica, un teatro in cui ambizione e paura si alimentano vicendevolmente. Il primo ritiene che la struttura del potere (unipolare, bipolare, multipolare) determini le possibilità d’azione; il secondo insiste su un assunto: ciò che conta non è soltanto la distribuzione del potere, ma la volontà degli attori di trasformarlo in influenza, in deterrenza, in capacità di plasmare l’ambiente strategico. In questa differenza di sguardo emerge la diversa concezione dell’ordine mondiale: Waltz considera il bipolarismo la forma più stabile, capace di ridurre l’incertezza; Mearsheimer ritiene che ogni configurazione, soprattutto multipolare, sia destinata a produrre competizione, diffidenza, conflitti latenti o aperti.
Tra Asia, Eurasia e UE: la dialettica Waltz–Mearsheimer nel XXI secolo
Se si osserva il mondo contemporaneo attraverso queste due lenti, appare evidente la duplice utilità delle stesse. L’ascesa della Cina, la competizione tecnologica, la militarizzazione dello spazio indo-pacifico sembrano confermare una dinamica profondamente mearsheimeriana: Pechino agisce come una potenza in cerca di egemonia regionale, mentre Washington tenta costantemente di impedirglielo attraverso alleanze, contenimento marittimo e interdizione strategica. Eppure, contemporaneamente, la logica del bilanciamento individuata da Waltz riemerge tanto nella reazione dei Paesi asiatici alla crescita cinese quanto nel ritorno della deterrenza nucleare come forma di stabilizzazione in un mondo multipolare. Il sistema non permette espansioni illimitate, ma non permette neppure la quiete. È un equilibrio instabile, un respiro trattenuto.
La Russia offre un altro esempio emblematico della tensione tra le due prospettive: il revisionismo territoriale richiama la logica mearsheimeriana delle sfere di influenza, mentre la risposta occidentale (economica, diplomatica, militare) conferma la tesi waltziana secondo cui l’espansione eccessiva produce inevitabilmente coalizioni di contenimento. Gli Stati Uniti, infine, incarnano la doppiezza teorica dei due autori: a) la posizione unipolare li ha spinti talvolta a un eccesso di fiducia; b) l’emergere della Cina li ha ricondotti alla formula mearsheimeriana dell’interdizione strategica in Eurasia. Perfino l’Unione Europea, per natura ibrida potenza normativa in cerca di una consistenza politica, può essere letta attraverso questa dialettica: per Waltz non è un vero attore, per Mearsheimer è uno spazio di competizione tra Stati.
Il confronto tra i due teorici mostra come la teoria internazionale non sia soltanto un esercizio classificatorio, ma un tentativo di orientamento in un mondo che cambia forma senza cessare mai d’essere sé stesso. È la ricerca di una mappa dentro un territorio che si muove; è la domanda permanente sul luogo in cui ci troviamo mentre gli equilibri si spostano e si frantumano.
Mappe in movimento: inseguire coordinate mentre il mondo cambia forma
Ecco perché quando non ci sei non capisco dove mi trovo può essere letto come il filo conduttore implicito della riflessione realista: quando una teoria manca, o quando manca la capacità di coniugare l’intuizione strutturale di Waltz con la drammaticità competitiva di Mearsheimer, il sistema internazionale torna opaco, indecifrabile, privo di coordinate. La complementarità dei due approcci, più che la loro contrapposizione, diviene lo strumento essenziale per rendere intelligibile un mondo in cui la sopravvivenza non dipende dalla pace, ma dal continuo rinegoziarsi dei rapporti di forza; un mondo in cui l’equilibrio non è mai raggiunto definitivamente, ma si ricompone e si spezza in una dinamica incessante di adattamento, vulnerabilità e ambizione.
In questo senso, Waltz e Mearsheimer non offrono soltanto teorie: offrono orientamento. Offrono, ciascuno a suo modo, la possibilità di capire dove ci troviamo quando i confini dell’ordine internazionale si dissolvono e il sistema, come accade oggi, impone agli Stati di vivere nella tensione tra ciò che la struttura limita e ciò che la paura spinge a cercare.
Non è escluso che questa stessa tensione — più ancora di qualunque modello statico, di qualsiasi cornice teorica presunta autosufficiente — a restituire la natura profonda dell’attuale configurazione multipolare. L’ordine internazionale contemporaneo si presenta infatti come un sistema intrinsecamente dinamico, segnato da asimmetrie di potere, interdipendenze complesse e traiettorie strategiche non lineari, in cui la chiarezza analitica assume sempre un carattere provvisorio e l’equilibrio rimane per definizione instabile e incompleto. In tale contesto, la capacità di produrre interpretazioni solide dipende non tanto dalla ricerca di un paradigma definitivo, quanto dall’attitudine a confrontarsi con il disaccordo teorico e strategico.
In questa prospettiva, il dissenso tra due dei più influenti realisti contemporanei diventa non un limite, ma una risorsa euristica: una frizione che consente di mettere a fuoco le diverse articolazioni del potere — militare, economico, tecnologico e normativo — e le conseguenti implicazioni sul comportamento degli attori statali in un sistema caratterizzato da revisionismi selettivi, competizioni regionali e mutamenti nella distribuzione delle capacità materiali. Il dialogo, anche quando è conflittuale, permette di testare la resilienza dei concetti fondamentali del realismo (bilanciamento, deterrenza, sicurezza, egemonia) alla luce di fenomeni che sfidano le categorie classiche: l’emergere di potenze ibride, la centralità delle supply chain globali, la competizione per gli standard tecnologici, il ruolo crescente delle istituzioni economiche come strumenti di potere strutturale.
Continuare ad interrogarsi non rappresenta un esercizio speculativo secondario, ma una condizione necessaria per non smarrire la direzione teorica e analitica in un ambiente internazionale segnato da volatilità strategica e da una pluralità di razionalità politiche. Solo attraverso questo confronto critico, che accetta il carattere non conclusivo delle proprie ipotesi, diventa possibile cogliere le trasformazioni profonde dell’ordine globale e comprendere come si riconfigurano, di volta in volta, i margini reali di azione e di influenza degli Stati.
NOTE
- MEARSHEIMER J. J., The Tragedy of Great Power Politics, W.W. Norton, New York, 2001 (ed. rivista 2014).
- MEARSHEIMER J. J., The Great Delusion: Liberal Dreams and International Realities, Yale University Press, New Haven, 2018.
- MEARSHEIMER J. J., Back to the Future: Instability in Europe after the Cold War, in International Security, MIT Press, Cambridge (MA), vol. 15, n. 1, 1990, pp. 5–56.
- MEARSHEIMER J. J., The False Promise of International Institutions, in International Security, MIT Press, Cambridge (MA), vol. 19, n. 3, 1994/95, pp. 5–49.
- WALTZ K. N., Theory of International Politics, Addison-Wesley, Reading (MA), 1979.
- WALTZ K. N., Man, the State, and War: A Theoretical Analysis, Columbia University Press, New York, 1959.
- WALTZ K. N., The Anarchic Structure of World Politics, in Art & Jervis (eds.), International Politics: Enduring Concepts and Contemporary Issues, Pearson, Boston, 2001.
- WALTZ K. N., Structural Realism after the Cold War, in International Security, MIT Press, Cambridge (MA), vol. 25, n. 1, 2000, pp. 5–41.
Foto copertina: Un viaggio tra ordine e smarrimento nella trama della politica internazionale: l’ordine impossibile: attraversando Waltz e Mearsheimer












