Talassocrazia


“Talassocrazia. I fondamenti della geopolitica anglo-statunitense”, di Marco Ghisetti, edito da Anteo, prova ad esporre i fondamenti delle geopolitica anglo-statunitense nelle opere di Mahan, Mackinder, Spykman e non solo.


 

L’enciclopedia Treccani definisce la Talassocrazia come “Dominio del mare, potere che si appoggia sulla signoria dei mari, e anche il complesso dei fattori che costituiscono il potere marittimo; il termine è usato soprattutto con riferimento alle grandi potenze che esercitarono tale potere nell’epoca classica”.

“Talassocrazia. I fondamenti della geopolitica anglo-statunitense”, di Marco Ghisetti[1], è un libro di geopolitica, in cui vengono esposti i concetti, i principi, le politiche e le strategie alla base del potere marittimo contemporaneo in particolare di Stati Uniti e Gran Bretagna. Ghisetti attraverso le opere dei padri della geopolitica, consente al lettore di comprendere le diverse prospettive geopolitiche.

Alfred Thayer Mahan

Alfred Thayer Mahan considerato il primo teorico della strategia marittima e del “dominio del mare”, Mahan considerava il “potere del mare” come determinante per la vittoria, sconfitta, arricchimento o impoverimento della nazione. Il mare, considerato strada pubblica, capace di connettere luoghi molto lontani. Mahan indicava la dominazione del mare fondamentale sia in tempo di pace, dove dominare lo spazio marittimo consente di dominarne il commercio e finanziare la propria economia, che in tempo di guerra quando governare il mare vuol dire uccidere l’economia dei nemici. Per queste ragione, Mahan riteneva che gli Stati Uniti, in nome della difesa nazionale, avrebbero dovuto potenziare la flotta e conquistare preventivamente gli spazi e le zone nevralgiche utili per dominare il mare.

Halford John Mackinder

Halford John Mackinder è stato un geografo, politico, diplomatico, esploratore ed alpinista inglese, considerato tra i padri della geopolitica.
La geopolitica di Mackinder è caratterizzata da un perenne conflitto tra “potenze di terra” e “potenze di mare”. Mackinder a differenza di Mahan, non è convinto che la vittoria sarà necessariamente delle potenze di mare.

Nicholas John Spykman

Nicholas John Spykman è tradizionalmente riconosciuto come uno dei più importanti e influenti pensatori geopolitici. Padre, insieme a George Kennan, della strategia del contenimento ai danni dell’Unione Sovietica. Il pensiero geopolitico di Spykman si basa sul concetto della “potenza”. Spykman considera la politica internazionale come una perenne lotta tra l’anarchia e lo scontro per il potere. Nel suo pensiero da un valore assoluto alla geografia come elemento determinante della politica estera.


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Dialogo con l’autore

Perché nasce questo libro e a chi è destinato?

“L’esigenza di questo libro è nata dalla mancanza di uno studio approfondito intorno alle fonti del pensiero geopolitico anglo-sassone, del pensiero geopolitico marittimo e del modo in cui questi fattori si sono relazionati e si relazionato tuttora con la storia e la geopolitica europea e mondiale. Ho notato questa mancanza, per esempio, nei grandi fraintendimenti (quando non volute mistificazioni) nella lettura delle azioni dei principali attori internazionali (ed in particolar modo di Stati Uniti ed Inghilterra) fatta da una consistente parte di osservatori. Basta infatti semplicemente vedere il diffuso tono sensazionalistico che caratterizza le numerose analisi geopolitiche che sono continuamente andate affermando che Obama doveva costituire una svolta nella politica statunitense, salvo poi affermare la medesima cosa con l’elezione di Trump ed, infine, di Biden. Simili toni e letture sono dovute ad una generale mancanza di un preciso quadro interpretativo che fornisca gli strumenti necessari per interpretare l’azione, sia nel breve che nel lungo periodo, degli attori che si contendono il potere mondiale.

In questo lavoro mi sono perciò impegnato ad individuare le vere e proprie fonti del pensiero geopolitico anglo-statunitense, ovvero quei concetti, quegli orizzonti di senso e schemi mentali che la stragrande maggioranza dei politici e dei geopolitici anglo-statunitensi si abbeverano da ormai più di cent’anni.

La sistematizzazione concettuale della strategia marittima mondiale di Stati Uniti ed Inghilterra è stata fatta tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento poiché proprio in quel periodo siamo entrati nell’epoca geostorica che ancora oggi viviamo. Ossia, usando le grammatiche di Halford Mackinder (uno dei tre autori che maggiormente analizzo, gli altri due essendo Alfred Mahan e Nicholas Spykman), in quel frangente storico siamo passati dal “mondo colombiano”, caratterizzato dalla superiorità del potere marittimo su quello terrestre e dall’esistenza di terre nullis da colonizzare al “mondo postcolombiano”, caratterizzato invece da una paventata superiorità del potere terrestre (e dell’Oriente) su quello marittimo (e sull’Occidente): un mondo, cioè, chiuso, privo di terre da colonizzare e in cui l’anarchia internazionale fa da padrone; caratteristiche, queste, che pongono la potenza al centro di ogni considerazione di politica estera ed interna. Inoltre, il mondo postcolombiano è l’epoca degli imperi continentali, esso è cioè un’epoca in cui solo Stati che godono di una dimensione continentale possono rivestire un ruolo di protagonista sulla scacchiera mondiale, laddove invece gli Stati di medio-piccole dimensioni ruotano più o meno completamente all’interno dell’orbita di influenza di uno Stato maggiore e sono perciò Stati subalterni o dominati.

È per tutta questa serie di ragioni che ho sentito il bisogno di scrivere questo libro: per comprendere non solo l’evoluzione storica dovuta all’influenza che alcuni attori esercitarono al loro tempo, ma anche per comprendere l’orizzonte e la matrice di senso con cui molti degli attuali attori politici si muovono ed interpretano gli eventi del mondo, smettendola quindi con le superficiali analisi sensazionalistiche che non colgono le ragioni dietro alle azioni degli attori politici mondiali e alle loro scelte ed azioni. Secondariamente, ma non certo per importanza, perché ogni tipo di progetto politico che voglia far riscattare l’Italia e l’Europa e farli tornare ad essere protagonisti della politica mondiale non può fare a meno della corretta comprensione di queste costanti geopolitiche e di questi orizzonti di senso.

Venendo alla seconda parte della Sua domanda, nello specifico questo libro è rivolto sia agli specialisti, sia a coloro che vogliono avvicinarsi alla geopolitica per la prima volta. Infatti, come ebbi modo di sentir dire dal più che noto professore John Mearsheimer, quando si scrive – ma anche quando si tiene una conferenza – bisogna immaginare che il pubblico sia composto sia dai più colti colleghi professori, sia dai nostri famigliari ed amici, i quali sono completamente ignoranti dell’argomento e che sono lì solo per noi; ebbene, Mearsheimer consiglia di esporre in un modo tale che sia professori che amici e famigliari capiscano e siano soddisfatti dalla nostra esposizione. Tenendo bene questo punto, ho scelto un particolare modo di scrittura e di esplosione che ho rispettato lungo tutto il libro. Inoltre, individuando ed esponendo i fondamenti della geopolitica anglo-statunitense e il filo rosso che unisce la sua evoluzione dottrinaria e concettuale, il testo si offre bene – almeno spero – sia al pubblico digiuno di geopolitica che a per coloro che, seppur già esperti, desiderano osservare da una prospettiva originale le basi e l’evoluzione di una importante scuola geopolitica. Anche per questo ho dedicato molto spazio allo svisceramento e alla esposizione della letteratura specialistica, offrendo così anche indicazioni utili sia per chi volesse approfondire ulteriormente il discorso, sia per coloro che desiderino cogliere le più importanti fasi del processo di accumulazione dottrinaria.”

Crede che in Italia la geopolitica sia ancora considerata come una materia pseudo-scientifica?

“In Italia la geopolitica è, purtroppo, ancora considerata pseudo-scientifica se non addirittura ritenuta di non dover essere proprio materia di considerazione. La cosa, naturalmente, è una assurdità.

Innanzitutto, per quanto riguarda l’accusa di essere una pseudo-scienza (magari nazista), è bene sottolineare che la geopolitica sia storicamente nata e si sia sviluppata tanto nel mondo liberale anglo-sassone quanto in quello tedesco e, anzi, si potrebbe persino dire senza timore di esagerare, che la geopolitica sia nata proprio nel mondo nel mondo liberale anglosassone e che le cosiddette pseudo-scientifiche considerazioni di Haushofer e della geopolitica tedesca (che pure analizzo nel testo) consistano più nel contraltare continentalista della geopolitica marittima anglosassone, che non in un tentativo mal riuscito di delineare i contorni di una nuova disciplina utile a promuovere il dominio di qualcuno su qualcun’altro.

Per quanto riguarda il panorama italiano, esso è per certi versi curioso e, a prima vista, addirittura paradossale. Se già nella prima metà del XX secolo in Italia, come in tutti i Paesi che miravano a mantenere o ritagliarsi una posizione di potenza nel mondo postcolombiano, la geopolitica fu studiata e dibattuta, alla fine della Seconda Guerra Mondiale cadde in un maledetto dimenticatoio. Eppure, ed è opportuno sottolinearlo bene, nelle potenze vincitrici inglese e statunitense gli studi di geopolitica continuarono ad essere sovvenzionati e la geopolitica stessa praticata, anche se magari sotto falso nome o diversa etichettatura.

In Italia si è registrato un primo tentativo di rinascita tramite l’opera della rivista Orion e delle case editrici Edizioni all’Insegna del Veltro e Società Editrice Barbarossa; dalla rinascita negli anni Ottanta la geopolitica ha successivamente piantato radici profonde grazie all’aggiunta di altre case editrici, riviste e pensatori che decisero o che furono praticamente obbligati a sondare la geopolitica. L’approfondimento della discussione geopolitica in Italia si è nei fatti caratterizzato per essere invero molto ricco e variopinto, anche per via della diversità degli autori che la sondarono, rendendo così davvero ridicola, quando non maliziosa, l’accusa che la geopolitica in Italia sia una disciplina che riscontri simpatie esclusivamente in ambienti estremisti o di destra. Infatti, non solo infatti la geopolitica è stata oggetto di riflessioni anche da ambienti di sinistra o il cui impianto concettuale era caratteristico di ambienti di sinistra o marxisti, come ad esempio per le riflessioni di Costanzo Preve, Gianfranco La Grassa e di Domenico Losurdo, ma la disciplina stessa della geopolitica ha fornito una piattaforma di dialogo, un ponte tra ambienti tra loro diversissimi e tra pensatori l’impostazione culturale era invero antitetica. Si pensi ad esempio ai dibattiti sull’Unione Europea avvenuti tra il musulmano e tradizionalista Claudio Mutti e l’ateo e marxista Costanzo Preve racchiuse nelle pagine della rivista di geopolitica “Eurasia”.

In Italia, tutte queste lodevoli iniziative editoriali e tutti questi variegati dibattiti sono venute “dal basso”, mentre invece “l’alto” li ha principalmente ignorati o bollati tali dibattiti o liquidare, appunto, appunto, come pseudo-scientifici o contenziosi. Forse sarebbe opportuno ricordare quanto detto tempo fa da Ernesto Massi, animatore della prima rivista italiana Geopolitica (1939-1942), nel 1947, ovvero nel momento in cui la geopolitica veniva maledetta e gettata nel dimenticatoio: “la geopolitica è prassi prima di essere dottrina; i popoli che la praticano non la studiano; però quelli che la studiano potrebbero essere indotti a praticarla: è perciò logico che i popoli che la praticano impediscano agli altri di studiarla”[2]. L’osservazione di Massi coglie forse la ragione per la quale in Italia la disciplina della geopolitica sia prima caduta nel dimenticatoio e successivamente rifiorita dal basso e per l’azione di persone che hanno cercato, per lo meno a detta loro, di far incamminare l’Italia e l’Europa lungo un percorso di emancipazione dalla tutela anglo-statunitense, mentre invece proprio negli ambienti anglosassoni essa sia stata continuamente praticata dall’alto. Anche in quest’ottica si può forse comprendere la ragione per cui, nonostante i vari, diversissimi ed interessanti discussioni che si sono registrati in Italia e che sono venuti dal basso, la geopolitica fatichi ancora ad attecchire nel dibattito accademico e nelle stanze dei bottoni.”

Sia Mahan che Mackinder che Spykman considerano Germania e Cina come le due potenze più pericolose per gli Stati Uniti e per la Gran Bretagna. Perché?

“Perché vedono nella Germania e nella Cina le due maggiori potenze del continente eurasiatico, cioè dell’unico continente che può, stando a loro, accogliere lo sfidante dell’egemonia anglo-statunitense. Secondo loro, infatti, l’Eurasia è il continente in cui vi è racchiuso la maggior potenza potenziale, la quale, per essere attualizzata, deve però essere organizzata e messa a frutto da uno o più attori locali. Infatti, l’Inghilterra (potenza egemone nel periodo colombiano) e Stati Uniti (potenza egemone nel periodo postcolombiano) sono Stati-isola collocati in macro-regioni che offrono un potenziale di potenza inferiore rispetto a quello eurasiatico, il loro interesse è quello di prevenire tale organizzazione, poiché essa comporterebbe la nascita di una potenza in grado di invaderle.

Con questo a mente, la dottrina geopolitica anglo-statunitense impone di mantenere il dominio sugli oceani e di proiettarsi, per il tramite della propria forza navale, a ridosso dell’Eurasia di modo da giocare il ruolo del bilanciatore d’oltreoceano, ovvero dell’attore extraregionale che, attraverso un gioco di equilibrio, impedisce l’unificazione delle altre macroregioni da parte di uno sfidante. 

Nello specifico, Mahan, Mackinder e Spykman individuano nelle Germania e nella Cina (con l’aggiunta più ipotetica della Russia) i principali candidati alla organizzazione dell’Eurasia – da loro definita anche Isola-Mondo – poiché Germania e Cina sono i due maggiori Stati che si sviluppano nei due maggiori centri di potere eurasiatici: l’Europa, a cui si aggiunge il mediterraneo euro-arabo, e l’Asia estremo-orientale, a cui si aggiunge il mediterraneo asiatico, comunemente definito Mar Cinese Meridionale ed Orientale. Detto altrimenti, la Germania è il cuore dell’Europa mentre la Cina è il centro gravitazionale della massa asiatica d’oriente. A ciò va inoltre aggiunta la loro rispettiva collocazione geografica facilita l’affermarsi di una intesa, poiché entrambi gli attori possono sostenere la reciproca crescita ed affermazione sulla scacchiera mondiale senza temere eccessivamente un’azione ostile da parte dell’altro. 

La nascita di una sintonia tra Germania e Cina, inoltre, comporterebbe l’organizzazione dell’Eurasia e l’estromissione dell’influenza (anglo-)statunitense, poiché Stati Uniti ed Inghilterra sono attori extraregionali, che riescono a proiettarsi sulle coste eurasiatiche solo grazie alla forza navale.

È opportuno sottolineare che questo timore, che potrebbe sembrare molto curioso per il lettore inesperto, costituisce precisamente la costante principale dell’impianto dottrinario geopolitico anglo-statunitense sin da quando Mahan, Mackinder e Spykman lo sistematizzarono per la prima volta. Gli attori in grado di procedere alla organizzazione dell’Isola-Mondo possono cambiare nel tempo (potrebbe essere il Giappone imperiale, l’Unione Sovietica…), ma l’imperativo di impedire a chiunque di unificare ed organizzare l’Eurasia no; e, tra i vari Stati che possono organizzarla, Germania e Cina sono, per lo meno secondo la prospettiva anglo-statunitense, i più papabili e, quindi, i nemici più temibili, in particolar modo nell’eventualità in cui raggiungano una comunione di intenti, che, stando all’impianto dottrinario anglo-statunitense, è molto probabile e anzi per queste due potenze costituirebbe una scelta logica.”

Per Brzezinski invece lo scenario più pericoloso sarebbe l’unione, non su base ideologica ma anti-egemonica di Cina, Russia e Iran contro gli Stati Uniti. Crede che è un’ipotesi realistica nel breve periodo?

“Brzezinski costituisce precisamente uno di quegli autori di punta che svilupparono le teorie dei tre padri della dottrina geopolitica anglo-statunitense. Egli è, come ebbe modo di rilevare Carlo Maria Santoro (uno dei primi a tradurre Brzezinski in italiano), membro di quella cerchia che rappresenta quasi esclusivamente la stessa frazione del grande capitale statunitense, in particolare quella legata agli interessi multinazionali, sia industriali che bancari e/o finanziari. L’idea di Brzezinski, secondo cui una coalizione su base non già ideologica quanto anti-egemonica di Cina, Russia e Iran costituisca  lo scenario più pericoloso per gli Stati Uniti, è stata sviluppata proposta a Guerra Fredda finita, ovvero per un mondo  in cui il crollo inglorioso dell’Unione Sovietica e del comunismo storico novecentesco avevano resto gli Stati Uniti l’unica superpotenza mondiale. Questa rilevazione tuttavia non si discosta minimamente da Mahan, Mackinder e Spykman, ma costituisce invece una declinazione particolare dovuta ad una contingenza del mondo internazionale.

Prima di rispondere alla Sua domanda, è opportuno aver chiaro, e nel mio libro mi sono impegnato di dimostrarlo, che durante la Guerra Fredda per gli Stati Uniti l’Unione Sovietica era un avversario di comodo, poiché si trattava di uno Stato strutturalmente incapace di riprendersi dalle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale a causa della della politica di contenimento imposta dagli Stati Uniti. Per quanto infatti  l’Unione Sovietica fosse ricca di risorse e di profondità territoriale, le mancarono sempre i capitali, la demografia e le industrie necessarie per mettere a frutto le potenzialità del proprio territorio; risorse, queste, che si trovavano sugli estremi del continente eurasiatico su cui si erano insediati gli Stati Uniti. 

Ebbene, il venir meno della potenza sovietica ha implicato l’aumento della potenza relativa di altri centri di potere eurasiatici, precisamente quelli situati sugli estremi; in seguito al crollo sovietico questi centri di potere videro aprirsi davanti agli occhi l’opportunità di riversare i propri capitali e le proprie risorse verso il cuore della terra eurasiatico, essendo la divisione tra blocco socialista e blocco capitalista venuta meno. Ed è in questa congiuntura storica che gli Stati Uniti lanciarono, anche su suggerimento di Brzezinski, una serie di politiche volte a destabilizzare le regioni euroasiatiche tentate di entrare reciprocamente troppo in sintonia e di far insediare gli Stati Uniti, anche militarmente, nelle regioni regioni che fungono da congiuntura tra i nuovi maggiori centri di potere eurasiatici: espansione verso est dell’Alleanza Atlantica, occupazione dell’Afghanistan, distruzione di Iraq, Jugoslavia, Libia, ecc. A tutto questo vanno inoltre aggiunte le numerose rivoluzioni colorate – che sarebbe meglio definire “spallate democratiche” – volte ad insediare nei Paesi di grande importanza strategica classi dirigenti filo-statunitensi che interrompessero i lavori di tessitura con le potenze eurasiatiche. 

Tenendo quanto detto a mente, si può facilmente notare come Cina, Russia e Iran siano i maggiori centri di potere eurasiatici che esulano dalla tutela statunitense (la Germania e l’Europa sono integrate nel mercato statunitense ed occupate militarmente) del mondo post-Guerra Fredda. E per questa ragione, essi sono i tre principali candidati all’organizzazione dell’Eurasia. Venendo alla Sua domanda circa la probabilità di un’intesa tra questi tre centri di potere nel breve periodo, questi tre Stati hanno già dato vita ad una reciproca collaborazione anti-egemonica volta a stabilizzare le varie regioni euroasiatiche, integrarle nella propria area di influenza ed estromettere quella che ritengono essere la perturbatrice influenza (anglo-)statunitense.

In poche parole, si è effettivamente realizzato quanto temuto da Brzezinski, ma è opportuno fare alcune considerazioni. La sopravvivenza del regime di al-Assad in Siria al tentativo occidentale di frazionare anche quello Stato (sulla falsariga di quanto era appena stato fatto alla Libia gheddafiana), segna il primo grande successo di questa collaborazione: lo Stato siriano è sopravvissuto grazie al deciso intervento militare di Iran e Russia, al quale ha fatto seguito il flusso di capitali cinesi diretto verso Damasco nell’ottica di ricostruire il Paese ed inserendolo inserirlo all’interno dei vari progetti di integrazione eurasiatica.

Tuttavia, è opportuno sottolineare che questi tre attori, per quanto accomunati da una comune insofferenza nei confronti del potere statunitense, non hanno instaurato nessuna alleanza e anzi continuano a guardarsi con sospetto. Per esempio, per quanto abbiano tutti e tre collaborato al salvataggio della Siria, l’Iran è molto più volenteroso della Russia di aprire la Siria agli investimenti cinesi, mentre invece la Russia vorrebbe contenerli per timore di vedere diminuita la propria influenza. Simili considerazioni possono essere fatte per tutti gli innumerevoli scenari eurasiatici, tra cui quello afghano, che gli Stati Uniti occuparono certamente per mettere le mani sulle risorse energetiche, ma anche per piantare le proprie bandiere nella principale area di congiuntura tra il Medio e l’Estremo Oriente, assicurandosi così che il caos generato nel mondo musulmano impedisse ogni tipo di saldatura o di intesa regionale e che ora abbandonano nella speranza che si generi un pantano che assorba insieme Cinesi, Russi e Iraniani. 

Quindi, in conclusione, queste tre grandi potenze eurasiatiche hanno effettivamente dato vita alla coalizione temuta da Brzezinski, ma essa non si è ancora pienamente stabilizzata e potrebbe non riuscirci, poiché queste tre grandi potenze nutriranno certamente interessi fondamentalmente simili, ovvero di stabilizzazione e di organizzazione in un’ottica anti-egemonica, ma che tuttavia non combaciano perfettamente. Ed è anche per questa ragione che essi corteggiano, ognuno a modo proprio, l’Europa e gli Stati europei affinché si aprano ai loro progetti d’integrazione: gli Iraniani con il proprio mercato e risorse energetiche, i Russi con la proposta del Grande Partenariato Eurasiatico e i Cinesi con la Nuova Via della Seta; progetti, questi, che si assomigliano ma in cui vi è comunque una certa cooperazione. Sarà proprio dalla tenuta della loro reciproca collaborazione che si decreterà ciò che Brzezinski temeva: la fine dell’unipolarismo statunitense e la nascita di un mondo multipolare.”

Già nel 1942 Spykman indicava la Cina come un vero pericolo per l’egemonia Usa. Pechino sta spingendo molto nelle rivendicazioni sulle acque territoriali nel Pacifico. Sarà quello il maggior punto di contatto?

“Il mediterraneo asiatico, che è lo specchio d’acqua su cui Pechino avanza quelli che ritiene essere i suoi diritti storici e che molto significativamente definisce acque territoriali cinesi e che chiama Mar Cinese Meridionale e Orientale, costituisce uno dei tre maggiori mediterranei al mondo, gli altri due essendo il mediterraneo americano (Mar Caraibico e del Messico) e il mediterraneo euro-arabo (il Mediterraneo eponimo). Gli Stati Uniti sono l’unico attore mondiale ad aver egemonizzato, su indicazione di Mahan, la propria macroregione e il rispettivo mediterraneo. Ciò permette loro di godere di una posizione di benigna sicurezza e di incrementare esponenzialmente la propria potenza la quale, essendo gli Stati Uniti una potenza talassocratica, si esprime nella potenza navale con la quale navigano tutti gli oceani e i mari del mondo, compresi gli altri due mediterranei.

La Cina è attualmente l’unico Stato organizzatore in grado di egemonizzare l’Asia orientale e, quindi, anche di trasformare il mediterraneo asiatico nel proprio mare interno, né più né meno di quanto fecero gli Stati Uniti nella prima metà del Novecento con il Nord America ed il mediterraneo americano.

L’attrito che si sta generando dalla contrastante spinta cinese volta ad egemonizzare il mediterraneo asiatico (eventualità che richiede come passaggio obbligatorio l’espulsione di ogni potenza straniera, e quindi anche degli Stati Uniti) e dal tentativo americano di prevenirlo (per il tramite della propria marina e di alleanze locali) sta rendendo il mediterraneo asiatico una zona di scaricamento delle tensioni internazionali. L’affermazione piena della Cina quale attore mondiale primario non può infatti che passare attraverso l’egemonizzazione della macroregione di cui la Repubblica Popolare fa parte, egemonizzazione che implicherebbe una drastica diminuzione della potenza relativa statunitense.  Lo scoppio di un conflitto bellico per il Pacifico è effettivamente una possibilità per nulla remota, specialmente se si tiene conto che la carta militare potrebbe presto rivelarsi essere l’unico asso rimasto nella manica statunitense, se la Cina continuerà a crescere economicamente e tecnologicamente.

Tuttavia, siccome l’economia statunitense e cinese sono reciprocamente interdipendenti e siccome sono entrambe potenze nucleari, è molto più probabilmente che i due attori si combatteranno con guerre non convenzionali e in teatri secondari, tra cui l’Europa orientale ed il mediterraneo europeo. In ogni caso, resta indubbio il fatto che è nel Pacifico, e precisamente nel mediterraneo asiatico, la zona in cui Stati Uniti e Cina si stanno affrontando a dirimpetto, e dove la conquista cinese o il soffocamento statunitense decreterà l’affermarsi completo della Cina quale superpotenza militare o la continuità del superpotere statunitense.”

L’Europa può ancora ritagliarsi un suo spazio geopolitico unitario o è destinata alla frammentazione che tanto favorisce gli altri centri di potere?

“Poiché ormai siamo entrati nell’epoca postcolombiana, ossia in un’epoca in cui solo imperi di dimensione continentale possono rivestire un ruolo di protagonista, o l’Europa si reinventa in una dimensione continentale (e quindi si trasforma in un unico Stato unitario di tipo imperiale), oppure essa sarà condannata a qualcosa di ben peggiore della perenne frammentazione. Infatti, la frammentazione politica europea è causa, da una parte, della debolezza dell’Europa e, dall’altra, dello strapotere statunitense. Inoltre, l’Europa (e gli Stati europei) si caratterizza non solo per la frammentazione politica, ma anche per una vera e propria volontà di impotenza che la sta facendo camminare lungo una strada che la sta portando alla dissoluzione del proprio esser-ci nel mondo. Si pensi, ad esempio, all’invecchiamento demografico, al diluvio immigratorio extraeuropeo, alla massiccia propaganda a favore di ogni anormalità e perversione, alla sclerosi economica e al calo del suo genio freatico, alla anonimia sociale ed al egoismo individualista oltre che al territorismo settario. Questi sono solo alcuni dei fattori che, uniti alle perturbazioni generate dal dinamico contesto internazionale, mantengono l’Europa in una posizione di morente subalternità.

Tuttavia, è opportuno sottolineare che non tutti i centri di potere mondiali sono soddisfatti della situazione di frammentazione inter-europea, e alcuni potrebbero anzi desiderare l’affermarsi di un’Europa più forte ed unitaria. Cina, Russia e Iran sono, naturalmente a determinate condizioni, tra questi attori poiché un’Europa emancipata dalla tutela statunitense implicherebbe un drastico ridimensionamento anche della potenza nordamericana. Come ebbe modo di dire Sergio Romano: “oltre ad essere irrilevante, l’Europa babelica e disunita è in ultima analisi responsabile dello strapotere americano”[3].

Ed è anche per questo che, come sempre più analisti affermano, o l’Europa si caratterizzerà in una dimensione continentale ed eurasiatica, o non sarà. Ovvero, come ebbe modo di scrivere Tiberio Graziani, “per esprimere la sua sovranità e la sua funzione geopolitica, l’Europa dovrà riappropriarsi del proprio spazio, presidiandolo fuori dall’Alleanza Atlantica; dovrà riconsiderare i propri rapporti con la Russia e col resto dell’Asia, su una base paritaria ma funzionale all’integrità geopolitica, economica e militare dell’intero Continente eurasiatico; dovrà avviare iniziative tese ad instaurare una pax mediterranea al di fuori delle intrusioni perturbatrici degli Stati Uniti”[4]. Insomma, l’Europa deve compiere una vera e propria e completa rivoluzione gestaltica. Purtroppo, per quanto possibile (e non per niente costantemente paventata all’interno dei centri di potere anglo-statunitensi), attualmente essa non è per nulla in vista. Il mio libro vuole anche essere un contributo verso questa direzione, o per lo meno verso l’apertura di nuovi orizzonti per l’Europa.”


Note

[1] Marco Ghisetti è dottore in Politica Mondiale e Relazioni Internazionali e in Filosofia. Ha lavorato e studiato in Europa, Russia ed Australia. Si occupa principalmente di geopolitica, sia pratica che teorica, teoria politica e filosofia politica, con particolare attenzione per le correnti Neo-Eurasiariste e il pensiero comunitarista. Collabora oltre che con Opinio Juris anche con la rivista di geopolitica “Eurasia” e l’Osservatorio Globalizzazione.
[2] Ernesto Massi, Processo alla Geopolitica, in “L’ora d’Italia”, 8 giugno 1947.
[3] Sergio Romano, Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa irrilevante, Milano, 2003, p. 113.
[4] Tiberio Graziani, Tra un’unione e l’altra, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, Vol. 1/2007, https://www.eurasia-rivista.com/negozio/ix-ununione-laltra/


Foto copertina: Copertina libro

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