La separazione del mondo – da I Persiani di Eschilo alla tragedia delle grandi potenze, Eleonora Strano compie un’operazione audace: rilegge la tragedia eschilea “I Persiani” come chiave interpretativa delle dinamiche di potere globale contemporanee. Intervista all’autrice.
In un panorama di studi internazionalistici spesso dominato da approcci quantitativi o geopolitici tradizionali, Strano sceglie invece la via della genealogia culturale, riportando alle origini della tragedia attica il nucleo emotivo, morale e strutturale della competizione tra grandi potenze.
La tesi centrale di “La separazione del mondo: da I Persiani di Eschilo alla tragedia delle grandi potenze”, (Eiffel Edizioni, 2025 – Ordina qui) è chiara: la logica tragica individuata da Eschilo nella rappresentazione della hybris imperiale persiana non è un reperto del passato, bensì una matrice ricorrente nelle interazioni tra potenze globali. La “separazione del mondo” evocata dall’autrice non indica soltanto la frattura geografica o politica, ma soprattutto la distanza cognitiva e simbolica con cui le civiltà — e oggi gli Stati — costruiscono sé stesse contrapponendosi all’altro.
Strano mostra come I Persiani sia la prima tragedia occidentale a tematizzare il disastro strategico derivante da un eccesso di fiducia nel proprio potere. Traslando questa intuizione sul presente, il volume analizza la logica competitiva tra potenze in un sistema internazionale sempre più polarizzato, dove ogni blocco tende a rafforzare la narrativa della propria eccezionalità. L’autrice, pur non sacrificando mai il rigore filologico, riesce a intrecciare efficacemente storia antica, teoria delle relazioni internazionali e diritto internazionale, individuando nella “tragedia delle grandi potenze” un paradigma interpretativo che risuona con alcune delle più recenti tensioni globali.
Lo stile del saggio è chiaro e scorrevole, pur mantenendo una ricchezza concettuale notevole. L’autrice riesce a rendere accessibili temi complessi anche ai lettori non specialisti, senza sacrificare la profondità analitica necessaria a un saggio accademico.
La narrazione è costellata di citazioni preziose, provenienti sia dal mondo accademico sia da fonti non convenzionali, che arricchiscono e corroborano l’argomentazione, offrendo al lettore punti di vista molteplici e stimolanti. La combinazione di chiarezza espositiva e rigore concettuale rende il libro uno strumento utile sia per la comprensione dei testi classici sia per l’analisi dei fenomeni geopolitici contemporanei.
Il libro si distingue proprio perché non propone una soluzione normativa, né un programma politico. Propone invece una cornice interpretativa più ampia: comprendere la storia tragica delle potenze per riconoscere le dinamiche ricorrenti del presente. Una cornice che ricorda al lettore come il diritto internazionale non sia mai nato per annullare la tragedia, ma per tentare di civilizzarne la forma.
In un’epoca segnata da nuove polarizzazioni sistemiche, La separazione del mondo è un contributo originale, interdisciplinare e intellettualmente stimolante — un invito a guardare alla competizione globale non come a un mero scontro di interessi, ma come a un dramma strutturale della modernità e ad analizzare tutte i motivi della crisi della democrazia che sta dilagando in “Occidente”.
L’intervista
Nel libro lei lega Eschilo alle dinamiche della competizione tra grandi potenze: quale elemento della tragedia attica ritiene più utile per comprendere l’attuale polarizzazione internazionale?
“Tra i molteplici topoi drammatici dei Persiani, l’aspetto più euristicamente fecondo è la rappresentazione della crisis hegemonica percepita dall’impero sconfitto. Eschilo costruisce una drammaturgia della hybris imperiale e della successiva nemesis: non una mera caduta militare, ma la disgregazione del cosmos simbolico che sosteneva l’ordine politico persiano. Il pathos di Atossa e il lamento del coro esprimono la paura di un mondo che «si ritrae» (κόσμος ἀπολείπει), lasciando l’impero privo del proprio telos. Traslata nella politica internazionale, suddetta dimensione ravviva processi contemporanei di polarizzazione: le dinamiche conflittuali non emergono ex nihilo per ragioni meramente materiali, ma dalla percezione del declino, dalla competizione per la legittimità narrativa e dalla volontà di restaurare una centralità minacciata. In questo senso, la tragedia funge da speculum principis: mostra che la politica delle potenze è primieramente politica dell’immaginario. La crisi dell’identità strategica precede la crisi della capacità coercitiva”.
La “separazione del mondo” è una frattura simbolica o materiale? In altre parole, è più determinante la potenza militare o la narrativa identitaria con cui gli Stati definiscono sé stessi?
“La frattura è intrinsecamente bifronte, poiché la dimensione materiale (res) e quella simbolico-identitaria (nomen) sono co-costitutive. Le capacità militari, infrastrutturali e tecnologiche fissano i limes di ciò che è storicamente possibile; tuttavia, tali vincoli vengono tradotti in preferenze, scelte e interpretazioni tramite narrative di appartenenza, minaccia e destino storico.
In termini causali, le strutture materiali esercitano un effetto constringens, ma le narrative identitarie operano come moltiplicatori di mobilitazione e come generatori di ordine normativo interno. La separazione del mondo è dunque un processo di doppia articolazione: si manifesta nella strutturazione dei blocchi economico-strategici e, simultaneamente, nella costruzione di universi semantici contrapposti che legittimano tale strutturazione.
In questa dialettica, il materiale e il simbolico operano come piani intrecciati, ciascuno rinforzando l’altro in un circuito di retroazione strategica. Ne deriva un ordine internazionale in cui la competizione non si gioca soltanto sulla disponibilità di risorse o di capacità coercitive, ma sulla capacità di definire i significati, i lessici e le cornici interpretative del confronto globale”.
Nel suo modello, il diritto internazionale appare come un argine fragile: pensa che il sistema giuridico globale sia condannato a inseguire la logica tragica delle potenze, oppure può ancora modellarla?
“Il diritto internazionale è, per natura, una forma di nomos senza arché: un ordine normativo privo di sovrano, che vive della cooperazione e della reputazione degli attori che lo compongono. Ciononostante, la sua fragilità non implica irrilevanza strutturale. Funziona come istituzionalizzazione di aspettative reciproche; in altri termini, trasforma la pura anarchia in anarchia mitigata.
In contesti di rivalità strategica acuta, il diritto tende a essere instrumentum regni: non un ordinamento neutrale, ma un campo agonistico in cui le grandi potenze si contendono la definizione, la qualificazione e l’interpretazione stessa delle norme.
In simili circostanze, il diritto internazionale appare come una lex ductilis, piegata agli interessi di chi detiene la supremazia materiale e narrativa. Eppure, anche in condizioni di forte asimmetria, il sistema giuridico globale non è riducibile a semplice emanazione del potere: attraverso i processi di norm diffusion, ovvero la progressiva circolazione, socializzazione e internalizzazione di norme da parte di Stati, si produce una lenta ma costante cristallizzazione di standard di comportamento difficilmente reversibili. Si sommi inoltre, la dinamicità giurisprudenziale di corti e tribunali internazionali, che, pur privi di potere coercitivo, contribuiscono a consolidare interpretazioni, a definire precedenti e a delimitare gli spazi dello sfruttamento opportunistico delle norme.
Parallelamente, il crescente peso degli attori transnazionali imprime ulteriori vincoli reputazionali e funzionali agli Stati, rendendo più onerosa la violazione aperta delle regole condivise. In questo senso, il diritto opera come forza di canalizzazione: non elimina la logica tragica della competizione tra potenze, che rimane lo sfondo strutturale del sistema internazionale, ma ritma gli andamenti, introduce costi reputazionali e istituzionali, rallenta le derive più radicali e contribuisce a delimitare gli esiti. La sua efficacia non è immediata né definitiva: è una forza lenta sed pertinax, che, pur non sovvertendo l’anarchia, ne modula le manifestazioni più destabilizzanti”.
Nel libro lei parla di una “privatizzazione della democrazia”, legata al crescente peso di esperti, tecnocrazie ed élite civiche nella sfera decisionale che comporta un progressivo distacco dalla maggioranza dei cittadini. A suo avviso, questo fenomeno è il segno di una crisi della democrazia contemporanea?
“L’avanzare di meccanismi tecnocratici segnala una tensione fisiologica, potenzialmente patologica, tra legittimazione rappresentativa (auctoritas populi) e legittimazione funzionale (ratio technica). L’aumento di decisioni delegate a organismi specialistici risponde a una complessità sistemica crescente (complexitas rerum), ma rischia di incrinare la struttura deliberativa della sovranità democratica.
Il problema emerge quando la tecnocrazia scivola verso un’epistocrazia di fatto, sottraendo porzioni della sfera pubblica al giudizio collettivo. Come ricordava Norberto Bobbio, la democrazia è un «sistema di regole del gioco» che richiede trasparenza, controllo e responsabilità: ogni trasloco decisionale fuori dall’arena pubblica ne modifica l’equilibrio. Analogamente, Habermas intravede nel dominio degli esperti un rischio di colonizzazione del processo deliberativo, mentre Rosanvallon descrive la crescente distanza tra governanti e governati come una crisi della rappresentanza. Analogamente, Crouch individua «dinamiche post-democratiche»: le architetture formali della democrazia permangono, mentre la distribuzione effettiva del potere tende a ricollocarsi in ambiti ristretti e tecnici.
Non è in gioco l’evocazione di scenari compiutamente post-democratici, bensì il riconoscimento che il rapporto tra expertise e partecipazione necessiti di una calibratura istituzionale continua, nella linea di cautela indicata da Bobbio e ripresa da Rosanvallon.
Il ricorso alla competenza tecnica resta imprescindibile nelle società complesse, a condizione che non produca un indebolimento silente dei meccanismi di responsabilità democratica. Salvaguardare questo equilibrio non costituisce un’urgenza eccezionale, bensì una fisiologica esigenza di stabilità della democrazia costituzionale”.
I Persiani è una tragedia che racconta la storia “dal punto di vista dell’altro”. Quanto è rilevante, nel dibattito contemporaneo, recuperare la voce dell’avversario per evitare escalation sistemiche? E pensa che nella narrazione attuale dei conflitti manchi una comprensione autentica delle ragioni che spingono le potenze revisioniste ad agire come fanno?
“L’ascolto della voce dell’avversario, la prosopopoiía tou polemíou, costituisce un passaggio preliminare per qualsivoglia diagnosi strategica accurata. Le teorie della deterrenza, da Schelling a Jervis, così come la diplomazia di crisi, mostrano con chiarezza che la misperception rappresenta una delle principali cause di escalation involontaria: gli attori reagiscono non a ciò che l’altro intende realmente, ma a ciò che credono voglia fare.
Di qui la necessità di una comprensione più profonda delle logiche interne, delle vulnerabilità percepite, dei vincoli domestici e delle narrative di legittimazione che strutturano il comportamento delle potenze revisioniste. Tale sforzo non implica in alcun modo una giustificazione morale delle loro azioni; richiede piuttosto un atto di empatia analitica, ossia la capacità di vedere il mondo attraverso gli schemi cognitivi dell’altro per anticiparne mosse e reazioni.
Nella prassi contemporanea, emerge con frequenza, un vero e proprio bias hobbesiano: la tendenza a leggere l’avversario come intrinsecamente aggressivo, riducendo la sua condotta alla ricerca illimitata di potere; ignorando la dimensione della sicurezza reattiva, i problemi di vulnerabilità percepita e le dinamiche di status che influenzano profondamente le strategie delle grandi potenze. Una simile semplificazione cognitiva, oltre ad essere teoricamente fuorviante, alimenta circuiti di escalation difficili da controllare.
Recuperare la voce dell’avversario significa, al contrario, ampliare la cassetta degli attrezzi dell’analisi strategica: rafforzare la diplomazia preventiva, calibrare con maggiore precisione gli strumenti di contenimento, riconoscere le linee rosse effettive e ridurre gli incentivi strutturali all’escalation. In un sistema internazionale caratterizzato da crescente interdipendenza conflittuale e da margini di errore sempre più ridotti, questa capacità di ascolto strategico non è un lusso intellettuale, ma una condizione essenziale per prevenire crisi incontrollabili e custodire la stabilità del sistema”.
Nel capitolo dedicato a sicurezza e ricerca di potere mette a confronto le teorie di Mearsheimer e quelle di Waltz. Potrebbe illustrarci sinteticamente i principi essenziali delle due prospettive e chiarire in che cosa divergono?
“Il nucleo della divergenza concettuale tra Waltz e Mearsheimer riguarda la natura dei vincoli sistemici e la logica dei comportamenti che ne derivano. Nel realismo strutturale di Waltz, la struttura internazionale, definita dall’anarchia e dalla distribuzione delle capacità materiali tra gli Stati, opera come variabile indipendente sovraordinata, imponendo costrizioni che tendono a produrre comportamenti di balancing e una generale moderazione. La teoria stessa mira alla parsimonia: pochi assunti fondamentali e alto potere esplicativo. Per Waltz, la sopravvivenza è l’obiettivo primario; poiché tutti gli Stati perseguono questo fine in un ambiente anarchico, il sistema tende a scoraggiare l’espansione: chi accumula troppo potere genera contro-coalizioni che ristabiliscono l’equilibrio. La struttura, in altre parole, disciplina gli Stati e punisce le deviazioni eccessivamente revisioniste.
Mearsheimer, d’altro canto, pur condividendo l’assunto dell’anarchia e l’idea di unità statali razionali, impiega le stesse premesse per giungere a conclusioni opposte. Nell’ottica dell’offensive realism, l’incertezza sulle intenzioni altrui, combinata con l’imperativo della sopravvivenza e la centralità della potenza militare, conduce gli Stati non alla moderazione ma alla massimizzazione del potere ogni qual volta se ne presenti l’occasione. La sicurezza non è garantita dall’equilibrio ma dalla ricerca di un predominio regionale che riduca al minimo la vulnerabilità strutturale. Di qui la tesi dell’egemonia regionale come obiettivo strategico: solo una posizione dominante permette di limitare i rischi derivanti dall’anarchia. Non a caso è proprio a Mearsheimer che è idealmente dedicata la porzione del titolo «la tragedia delle grandi potenze», richiamando la sua interpretazione conflittuale e strutturalmente espansiva del sistema internazionale.
La principale contrapposizione analitica concerne dunque la teleologia del comportamento statale. Per Waltz, la struttura indirizza verso la moderatio: la sopravvivenza impone prudenza e il sistema internazionale tende a riequilibrarsi autonomamente. Per Mearsheimer, invece, la stessa anarchia alimenta l’expansio: la sicurezza deriva dall’accumulo massimo di potere e dalla ricerca di un vantaggio strutturale. Ne emergono due letture inconciliabili della logica sistemica: Waltz è teorico della disciplina imposta dalla struttura; Mearsheimer un teorico dell’espansione resa possibile dalla struttura stessa”.
Nel suo libro analizza l’intervento militare russo in Ucraina attraverso una duplice chiave di lettura: da un lato come risposta difensiva a una minaccia percepita – l’allargamento della NATO – dall’altro come manifestazione offensiva volta a riaffermare lo status di grande potenza. In che misura queste due interpretazioni possono coesistere? E quale delle due ritiene oggi più utile per comprendere le dinamiche del conflitto?
“Non è una scelta tra logica difensiva e offensiva: la dinamica russa combina entrambe. Le due interpretazioni non risultano antitetiche, possono essere lette come complementari nella misura in cui catturano simultaneamente livelli distinti (soggettivo e oggettivo) del comportamento strategico russo.
Sul piano soggettivo, Mosca percepisce l’allargamento euro-atlantico come una progressiva erosione della propria sicurezza interna, una dinamica che alimenta sia la securitas domestica sia una crescente status anxietas: sentimenti di vulnerabilità, perdita di margine strategico e timore di un contenimento sistemico. Questa percezione non è soltanto militare, ma profondamente identitaria, legata all’idea che la Russia occupi storicamente una posizione particolare nello spazio eurasiatico e che tale posizione debba essere riconosciuta dagli altri attori. In questo quadro, è plausibile ritenere che il Cremlino abbia sovrastimato la rapidità e l’efficacia dell’azione militare, immaginando un’operazione dai tratti quasi fulminei in grado di piegare rapidamente la resistenza ucraina; una valutazione che si è però rivelata gravemente errata, con conseguenze strutturali sulla condotta e sui costi del conflitto.
Sul piano oggettivo, tuttavia, Mosca non si limita a reagire a pressioni ambientali: persegue un progetto di ristabilimento della propria sfera d’influenza nello spazio post-sovietico e di restaurazione di un rango internazionale che ritiene legittimo sulla base della sua storia, delle sue capacità militari e del suo ruolo nelle grandi questioni globali.
La dimensione soggettiva della minaccia e quella oggettiva dell’espansione si intrecciano, dando forma a un comportamento strategico ibrido in cui dinamiche difensive e offensive non sono separabili ma si alimentano reciprocamente.
L’azione del 2022 può dunque essere interpretata come una sintesi di questi due vettori: una strategia ibrida, in cui la defensio mira a ridurre vulnerabilità percepite, prevenendo un ulteriore avanzamento dell’influenza occidentale ai confini russi, mentre l’offensio si esprime nella volontà di ricomporre un equilibrio geopolitico che Mosca considera naturale, ovvero coerente con la propria identità di grande potenza. Questa doppia lettura permette di cogliere simultaneamente la logica preventiva, radicata nella percezione di minaccia, e la logica revisionista, fondata sull’aspirazione a modificare lo status quo regionale. In tal modo, il comportamento russo appare come il risultato di un’interazione complessa tra sicurezza, identità e ambizione geopolitica, piuttosto che come l’espressione univoca di un singolo impulso strategico”.
Leggi anche:
- Dalla geopolitica alla cronopolitica: la trasformazione della guerra nell’era della Tecnologia, della deterrenza nucleare e della competizione strategica
- Gens genti lupa. Thomas Hobbes e le relazioni internazionali
- Rawls e i “popoli decenti”: aporie del diritto globale
La narrativa dominante descrive la competizione tra Stati Uniti e Cina come un possibile preludio alla cosiddetta “trappola di Tucidide”, in cui una potenza emergente finisce inevitabilmente per scontrarsi con quella dominante. Ritiene che questo schema interpretativo sia ancora utile per leggere le dinamiche indo-pacifiche contemporanee? E quali variabili, a suo avviso, potrebbero evitare un’escalation verso uno scontro diretto?»
“La Trappola di Tucidide permane una metafora euristica estremamente potente per interpretare le dinamiche tra una potenza dominante e una potenza emergente; tuttavia, come mostra Graham Allison in Destined for War, il suo valore è analitico, non predittivo. Farne una legge storica universale rischia di trasformarla in una profezia che si auto-adempie, inducendo Washington e Pechino a leggere reciprocamente ogni mossa entro uno schema di antagonismo inevitabile e di confronto terminale. Il rapporto USA–Cina conserva la struttura di fondo evidenziata da Allison, ma il mondo contemporaneo introduce variabili inedite che rendono la metafora solo parzialmente applicabile e impongono una lettura più fine.
In specie, il sistema internazionale differisce da quello classico tucidideo per almeno cinque ragioni fondamentali:
a) interdipendenze economiche e tecnologiche multilivello (complex interdependence), che generano costi sistemici enormi in caso di rottura e riducono l’attrattiva strategica dello scontro diretto;
b) deterrenza nucleare credibile, che rende irrazionale la guerra totale e spinge la rivalità verso domini geoeconomici, tecnologici e normativi anziché militari puri;
c) istituzioni multilaterali e regimi settoriali che, pur imperfetti, abbassano l’incertezza strategica e offrono spazi di coordinamento anche tra rivali sistemici;
d) possibilità di accomodamento simbolico dello status, cruciale per la face politics cinese, che consente forme di riconoscimento non zero-sum e potenzialmente stabilizzanti;
e) crescente codificazione di norme tecnologiche, cyber e spaziali, capaci di ridurre gli spazi di miscalculation e, quindi, la possibilità di escalation involontarie.
Alla luce di questi elementi, la metafora tucididea richiede dunque una ricalibrazione, più che un suo semplice accantonamento. Più che indicare l’inevitabilità del conflitto (un punto che Allison stesso problematizza, ricordando i casi storici in cui la guerra non è scoppiata) essa dovrebbe orientare la ricerca delle leve di mitigazione: canali strutturati di comunicazione militare e diplomatica, accordi minimi di gestione delle crisi, regole condivise nei domini tecnologici più sensibili, meccanismi di transparency-building, forme negoziate di riconoscimento dello status e un quadro istituzionalizzato per la competizione economico-tecnologica.
Sono queste le variabili che, se coltivate, possono mantenere la rivalità entro i confini di una competizione strategica non-escalatoria, evitando che l’analogia tucididea diventi una cornice auto-vincolante che produce proprio gli esiti che pretende di anticipare”.
Foto: copertina













