Intervista con Andrea Muratore, analista geopolitico, sul suo ultimo libro “I confini più pericolosi del mondo”.
Nel suo nuovo libro, “I confini più pericolosi del mondo” (Newton Compton Editori, pp.224, euro 14,90. Acquista qui) Andrea Muratore riscopre il significato profondo dei confini, intesi non solamente sotto il profilo spaziale, ma anche sotto quello tecnologico ed economico. Che il mondo non fosse piatto e che la storia non fosse finita come avevano sostenuto alcuni politologi, lo si era già avvertito al termine di quel periodo di relativa stabilità, garantito per cinquant’anni dalla Guerra fredda, allorché il venir meno dell’URSS e il conseguente collasso dell’Ordine di Yalta, riavviarono la competizione fra gli attori internazionali conducendoci sino all’attuale disordine globale nel quale ci troviamo oggi e a cui Muratore dedica questa veloce rassegna, individuando le arre geografiche e le sfide poste dal progresso tecnologico, quali frontiere più calde di un mondo in fiamme.
L’ordine internazionale liberale concepito negli anni Novanta del XX secolo appare definitivamente fallito, vieppiù con il disimpegno del paese che lo aveva creato e garantito, gli Stati Uniti. Ma questo non significa che non sia possibile immaginare un ordine internazionale diverso ed in questo senso il libro di Andrea Muratore prova ad indicare le coordinate con cui dovranno orientarsi coloro che intendono concepire ed edificare un ordine internazionale diverso dal passato, poiché non più incentrato sul primato dell’Europa e dell’Occidente.
Nel suo libro afferma che la globalizzazione, lungi dal cancellare i confini, li ha altresì riconfigurati, ponendosi in questo senso come un Giano bifronte. Può illustrare più nello specifico questo aspetto?
«La globalizzazione ha indubbiamente mantenuto una delle sue promesse: il mondo è più interconnesso, i confini fisici sono barriere meno onerose per i passaggi di merci, persone, informazioni; la tecnologia ha abbattuto tempi e costi di comunicazione, le merci fluiscono per i mari a ogni ora del giorno e della notte. Questo teorema avrebbe dovuto avere due corollari. Da un lato, il calo dell’influenza dei confini statuali stessi e dall’altro una crescente cooperazione economica unita a una solida omologazione cultural-istituzionale secondo i dettami liberaldemocratici. Nessuno di questi due fatti si è verificato. Questo perché il mondo globalizzato ha acuito i punti di tensione e, soprattutto, è venuto meno per vari motivi (guerre mediorientali, grande recessione ecc.) il presupposto oggettivo che il Paese-guida della globalizzazione, gli Usa, avevano posto e cioè che tale processo avrebbe dovuto essere centrato su Washington. La realtà ha parlato diversamente».

Sul piano politico, il processo di globalizzazione degli anni Ottanta e Novanta del XX secolo, con il proliferare delle organizzazioni internazionali, sembrava in qualche modo voler mandare in soffitta definitivamente lo Stato Nazione. Nel mondo dai confini pericolosi che lei descrive, gli stati, lungi dallo scomparire, rimangono attori principali. Cosa è avvenuto negli ultimi 35 anni?
«Almeno tre fattori convergenti. In primo luogo, la crescente soggettività statuale a livello strategico ed economico di paesi tradizionalmente periferici e la loro rivendicazione di uno spazio maggiore nell’ordine internazionale, soprattutto nell’ultimo decennio. In secondo luogo, la stessa competizione interna ai grandi agoni internazionali ha portato ad una regionalizzazione e suddivisione delle catene di aggregazione su gruppi più simili a task force (BRICS, SCO etc) o istituzioni regionali che hanno aumentato l’enfasi sugli Stati e sulla loro proiezione. Infine, la risacca dell’ondata di omologazione culturale della globalizzazione ha coinciso con un identitarismo spinto in molti contesti, soprattutto in Europa, che ha ridato fiato alle “piccole patrie”».
Nel periodo intercorso tra la fine della Guerra fredda e i giorni nostri, sono continuati anche i conflitti armati, infiammando il mondo da nord a sud. Questa situazione rappresenta la conseguenza naturale della fine dell’ordine internazionale che si reggeva sul bipolarismo USA-URSS?
«Esattamente, e dell’illusione ad essa associata, cioè l’idea che la Guerra Fredda, finendo, avesse dato agli Usa facoltà di plasmare il mondo in autonomia. Diverse tappe legate all’ascesa di Russia e Cina, dal 2008 al 2014, hanno simbolicamente chiuso il mondo immaginato negli Anni Novanta. Sarebbe bastato osservare le tensioni moltiplicatesi ai margini del fatiscente impero sovietico per capirlo. La Guerra Fredda e il bipolarismo erano una situazione di staticità obbligata che ha contribuito a garantire un ordine. Fallita l’illusione americana di farsi supplente di tale scenario, è venuto meno l’architrave della stabilità. Ed ora abbiamo in più la problematica della centralizzazione di periferie sempre più calde del mondo dove nessuna grande potenza può agire da “pompiere”».
Secondo lei, come sostengono alcuni politologi, stiamo vivendo uno scontro fra democrazie e autocrazie oppure è in corso un processo di altro genere?
«Vedo piuttosto un tentativo di costruire un nuovo ordine “imperiale” sul simulacro di diritto internazionale che rimane. Lo notiamo dal tentativo di distensione russo-americana e dalla relazione tra Washington e la Cina: quel che viviamo è ancora il mondo del post-Seconda guerra mondiale, frame interpretativo più vasto tuttora del post-Guerra Fredda e l’obiettivo ultimo dei grandi leader è una Nuova Yalta, un “patto dei tre imperatori” (Trump, Xi, Putin) che delinei una nuova spartizione del mondo in zone di influenza. Un Congresso di Vienna per pochi in cui i confini pericolosi diventano le linee di faglia e contatto tra aree di diversa leadership. Con diversi Paesi-cerniera (dalla Turchia al Golfo) ancora più strategici perché vicini a tutti i decisori d’ultima istanza e gendarmi locali (vedasi Israele) a guardia di scenari critici».
In un capitolo del suo libro si fa riferimento ai confini della globalizzazione e alle sfide infrastrutturali che alimentano la competizione fra attori internazionali. La tecnologia, la ricerca di risorse, il commercio mondiale, tendono a ridisegnare nuove rotte e nuove strade. Come evolverà questa competizione?
«Sarà una competizione che misurerà la supremazia tecnologica, economica, a suo modo anche culturale dell’una o dell’altra potenza. Con l’aggiunta che i grandi partenariati pubblico-privati e le grandi necessità d’investimento chiameranno, anzi stanno già chiamando in campo, forze imprenditoriali, magnati e fondi finanziari al fianco degli Stati. Lo vediamo in campi come i cavi sottomarini e l’IA. Sarà un’epoca di confronto tra Stati e anche tra sistemi di “capitalismo feudale” gerarchizzato secondo le regole della sicurezza nazionale. Un mondo nuovo che vediamo nella competizione geoeconomica tra Usa e Cina già pienamente esplicitato».
A proposito di progresso tecnologico, anche i conflitti, lungi dallo svolgersi su di un terreno fisico, sembrano essere orientati a moltiplicarsi in un altro spazio, quello rappresentato dalle reti di comunicazione. La guerra ibrida disegnerà nuovi confini?
«Lo sta già facendo. Come dice la direttrice del MI6 Blaise Metreweli, frontline is everywhere. La competizione passa per i cuori e le menti delle persone, in un contesto in cui i sistemi democratici dovranno saper garantire al contempo sicurezza, libertà e trasparenza, evitando che la più grande forza, la presenza di società aperte, si trasformi in un punto di vulnerabilità. Bisogna tutelare il diritto d’espressione a ogni costo tenendo ben presenti le sfide e i profili di minaccia. E sottolineando che la pervasività dei nostri sistemi alla manipolazione è emblematica del fatto che anche sul piano della narrazione stiamo facendoci sfuggire di mano la globalizzazione».
Foto: copertina “I confini più pericolosi del mondo” di Andrea Muratore













