Tunisia: repressione del dissenso e ritorno dell’autoritarismo

Autore: M. Rais - Manifestazione in Place du Gouvernement durante la Carovana della liberazione dopo la rivoluzione tunisina Fonte: WikiCommons
Autore: M. Rais - Manifestazione in Place du Gouvernement durante la Carovana della liberazione dopo la rivoluzione tunisina Fonte: WikiCommons

Quindici anni dopo la rivoluzione, la Tunisia vive una nuova stagione autoritaria sotto la presidenza di Saïed.


Il 17 dicembre, “giorno della rivoluzione” è una giornata di festa nazionale in Tunisia. Nello stesso giorno del 2010, a Sidi Bouzid, Mohammed Bouazizi, venditore ambulante di frutta, si auto immolava come segno di protesta e disperazione contro i ripetuti soprusi della polizia. Quel gesto segnò l’inizio di settimane di mobilitazioni che portarono alla caduta della dittatura ventennale di Ben Ali.
Quella che viene spesso definita impropriamente “rivoluzione dei gelsomini”, ma che è più corretto definire “rivoluzione della dignità”, ha aperto un periodo di transizione democratica, caratterizzato da gravi crisi ed instabilità. Questo processo sembra essere concluso con il colpo di forza del 25 luglio 2021, quando il presidente Saïed ha concentrato su di sé i poteri esecutivo e legislativo e, successivamente, giudiziario.
Dall’estate del 2021, la Tunisia ha vissuto una regressione progressiva e sistematica dei diritti e delle libertà fondamentali. Decine di oppositori politici, attivisti e giornalisti sono stati perseguitati o incarcerati con accuse che vanno dal terrorismo, cospirazione contro la sicurezza dello stato, fino alla diffusione di notizie false.  Il decreto legge 54 è stato promulgato nel settembre del 2022 con l’obiettivo di contrastare la diffusione di notizie false, ma è divenuto di fatto una nuova minaccia per la libertà di stampa e di espressione nel Paese.  Secondo di dati della Ligue tunisienne des droits de l’homme (LTDH) circa 400 persone sono perseguitate sulla base del decreto 54. [1]
Si è assistito, inoltre, alla criminalizzazione del lavoro associativo, in particolare delle organizzazioni a sostegno dei migranti. Alcuni operatori di organizzazioni umanitarie sono stati condannati con l’accusa di aver aiutato migranti subsahariani, divenuti target di campagne di odio, di misure discriminatorie e di repressione governativa. Nel 2023, il governo tunisino accusò i migranti di voler cambiare la composizione demografica dello Stato e in un discorso del 6 maggio 2024, Saïed accusò alcune organizzazioni della società civile di “tradimento” e di “collusione con l’estero”.[2]

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Complotto contro la sicurezza dello stato

Il 19 aprile 37 imputati, tra cui attivisti, oppositori politici, avvocati, sono stati accusati di terrorismo e cospirazione contro la sicurezza dello Stato.
Human Rights Watch ha chiesto alla magistratura tunisina di annullare le condanne delle persone accusate di aver complottato contro la sicurezza dello Stato, in quello che descrive come “repressione del dissenso del Paese”. L’Organizzazione denuncia inoltre le gravi irregolarità presenti nell’intero processo.[3]
Amnesty International parla di un “processo farsa, basato su accuse infondate contro decine di persone. La Corte d’Appello ha deliberatamente ignorato la lunga serie di violazioni del diritto a un giusto processo che hanno afflitto questo caso farsa fin dal primo giorno.”[4]
Il caso noto come “complotto contro la sicurezza dello Stato” comincia a prendere forma nel 2023, il governo di Saïed comincia a perseguitare i propri oppositori. Nell’aprile di quell’anno, Rached Ghannouchi, primo presidente democraticamente eletto, è stato arrestato con l’accusa di “cospirazione contro lo Stato”. Oggi Ghannouchi, 84enne, è stato condannato a 42 anni di prigione. Oltre a lui, anche Ahmed Nejib Chebbi, volto storico dell’opposizione sin dai tempi di Bourguiba, è stato arrestato il 4 dicembre.
Il 27 novembre la Corte di Appello di Tunisi ha confermato la condanna di 34 imputati con pene detentive che vanno dai 5 ai 45 anni.
Dopo l’udienza, le forze di polizia hanno proceduto all’arresto degli imputati rimasti ancora liberi: è il caso di Chaïma Issa, poetessa e attivista per i diritti umani, arrestata il 29 novembre da agenti in borghese durante una manifestazione. È condannata a vent’anni. O ancora Ayachi Hammami, avvocato e figura di spicco della sinistra tunisina e dei movimenti dei diritti umani, arrestato il 2 dicembre e condannato a cinque anni di prigione.

Repressione del dissenso

Benvenuti in Tunisia. La libertà di espressione è garantita e nessuna libertà è in pericolo”.[5] Così, cinque giorni dopo il 25 luglio 2021, Saïed si rivolgeva ad alcuni giornalisti del New York Times in un messaggio-monologo volto a rassicurare la stampa estera. Le scelte politiche successive sembrano andare in direzione opposta.
Secondo Reporter sans frontières (RSF) nel 2025 la Tunisia è scesa al 121° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa, perdendo due posizioni rispetto al 2024 ma ben 48 rispetto al 2021. RSF denuncia che “Le intimidazioni nei confronti dei giornalisti stanno diventando sempre più comuni. Le vessazioni nei confronti dei giornalisti sono ormai all’ordine del giorno in Tunisia, dove gli operatori dei media vengono arrestati e perseguiti penalmente a causa del loro lavoro o anche solo per aver manifestato solidarietà nei confronti dei loro colleghi. Nel 2024 è stato registrato un nuovo record con più di dieci giornalisti oggetto di procedimenti giudiziari per aver svolto il proprio lavoro.” [6]
Tra ottobre e novembre 2025, 14 associazioni tunisine e internazionali della società civile hanno ricevuto una notifica di sospensione delle attività, senza una chiara giustificazione ufficiale da parte della autorità. Questa misura si inserisce in un quadro più ampio di ostilità verso le associazioni militanti e critiche attraverso la strumentalizzazione del decreto n. 2011-88, quadro fondamentale della vita associativa in Tunisia. Tra le organizzazioni colpite figurano due pilastri della Tunisia democratica, l’Associazione Tunisina delle Donne Democratiche (ATFD), fondata nel 1989, e il Forum Tunisino dei Diritti Economici e Sociali (FTDES), fondato nel 2011.

Movimento di proteste

Il 13 dicembre, per il quarto sabato consecutivo, attivisti ed esponenti dell’opposizione sono scesi in piazza per protestare contro il Presidente e quella che definiscono una repressione senza precedenti.
Non si tratta di una manifestazione isolata: nei mesi precedenti, i cittadini critici all’attuale governo sono più volte scesi in piazza superando in parte la frammentazione politica che negli anni precedenti aveva portato all’immobilità.
Dal 22 novembre, ogni settimana a Tunisi si svolgono cortei che riuniscono movimenti di opposizione. Questi si distinguono dai movimenti organizzati in altre regioni per motivi prevalentemente socio-economici, come a Gabès, dov, secondo l’analista Hatem Nafti, le proteste non mettono in discussione il potere del presidente Saïed, [7] sebbene siano molto ostili contro le autorità.
Il 21 ottobre uno sciopero generale e decine di migliaia di manifestanti hanno paralizzato la città di Gabès, nel sud della Tunisia, chiedendo la chiusura di un impianto chimico statale del Gruppo Chimico Tunisino (CGT) ritenuto responsabile di una crisi di inquinamento. Le proteste sono nate in seguito ad episodi di soffocamento che hanno interessato alunni delle scuole della città. Da allora, anche a Gabes, le manifestazioni continuano in maniera periodica.
A quindici anni dalla rivoluzione che aveva promesso “lavoro, libertà e dignità nazionale”, la Tunisia celebra il 17 dicembre in un clima fortemente contraddittorio.
L’avvicinarsi del mese di gennaio, tradizionalmente caratterizzato da un intensificarsi delle proteste sociali e politiche, potrebbe rappresentare un bando di prova per il potere di Saïed. La crescente tensione tra potere e opposizione e le mobilitazioni in corso indicano che una parte significativa della popolazione continua ad ispirarsi ai valori della rivoluzione.


Note

[1] C. JAHMI, Journalistes derriére les barreaux, in Activistes, opposants, journalistes…Prisons de la honte, Nawaat, Focus n. 17, 2025
[2] Tuniscope, Kais Saïed: les associations traîtres reçoivent d’énormes sommes d’argent de l’étranger, 7 maggio 2024
[3] Human Rights Watch, Tunisia: Overturn Unjust ‘Conspiracy’ Trial Convictions, 14 novembre 2025
[4] Amnesty International, Tunisia: Quash unjust heavy convictions in ‘conspiracy case’, 28 novembre 2025
[5] The New Arab, Tunisia’s president ‘patronises’ journalists in media rights meeting, 2 agosto 2021
[6] Reporters Sans Frontières, Tunisia, profilo Paese, 2025
[7] H. NAFTI, En Tunisie l’instabilité politique a eu raison des aspirations démocratiques, Le Monde, 16 dicembre 2025


Foto copertina: Autore: M. Rais – Manifestazione in Place du Gouvernement durante la Carovana della liberazione dopo la rivoluzione tunisina
Fonte: WikiCommons