L’edizione Neri Pozza di Dossier Iran (1978–1979), curata da Sajjad Lohi, raccoglie gli scritti che Michel Foucault compose come inviato in Iran negli ultimi mesi del regime dello Shah. Questo elemento è centrale per comprendere la natura del volume: non si tratta di una riflessione teorica a posteriori, ma di testi nati nel pieno della mobilitazione rivoluzionaria, quando l’esito degli eventi era ancora aperto e l’analisi si confrontava direttamente con l’incertezza del presente.
L’edizione Neri Pozza di Dossier Iran (1978–1979), curata da Sajjad Lohi (acquista qui), raccoglie gli scritti che Michel Foucault compose come inviato in Iran nei mesi immediatamente precedenti la caduta dello Shah. Questo elemento è decisivo per comprendere la natura del volume: non si tratta di un’analisi retrospettiva o di un esercizio teorico compiuto, ma di una riflessione elaborata nel pieno dell’evento rivoluzionario, quando l’esito politico della mobilitazione era ancora aperto.
Foucault osserva la rivoluzione iraniana come un fenomeno che sfugge alle categorie politiche occidentali, rifiutando di leggerla come il prodotto di una lotta ideologica o di una dinamica di classe in senso tradizionale. La caduta dello Shah appare piuttosto come il collasso di una forma di sovranità percepita come estranea e imposta, sostenuta da un progetto di modernizzazione forzata e da un chiaro ancoraggio all’ordine geopolitico occidentale. La rivolta assume così il carattere di un rifiuto complessivo di quell’assetto, più che di una richiesta di riforma o di inclusione nell’ordine esistente.

All’interno di questo processo, Foucault coglie con attenzione la convergenza di attori sociali eterogenei nella contestazione del regime. In particolare, emerge il ruolo dei baazari, la classe mercantile urbana che lavorano nei bazar, che vede nel progetto dello Shah una minaccia diretta alla propria autonomia economica e al proprio ruolo sociale.
Il loro sostegno alla mobilitazione rivoluzionaria contribuisce a conferire al movimento una profondità strutturale che va oltre la protesta politica contingente e rende irreversibile il processo di delegittimazione del potere monarchico. La rivolta iraniana appare così come un fenomeno radicato nella società, capace di unire dimensioni economiche, religiose e politiche in un’unica dinamica di rottura. In questa chiave, il desiderio di liberarsi dello Shah non è semplicemente una reazione all’autoritarismo, ma il rifiuto di una configurazione geopolitica fondata sull’allineamento con gli Stati Uniti, sull’eterodirezione strategica e sull’uso sistematico degli apparati di sicurezza.
È in questo contesto che Foucault introduce la nozione di “spiritualità politica”, uno dei passaggi più discussi e controversi del Dossier Iran. Scrivendo dal campo, il filosofo interpreta la centralità della religione sciita non come un residuo arcaico, ma come una forza capace di strutturare l’azione collettiva e di conferire senso al sacrificio e alla mobilitazione. La spiritualità politica non viene presentata come un programma di governo, ma come una modalità di soggettivazione che rende possibile l’atto rivoluzionario, offrendo un linguaggio comune e una legittimità alternativa a quella del potere esistente. In termini geopolitici, essa appare come una risorsa capace di mobilitare masse, resistere alla repressione e destabilizzare assetti regionali consolidati proprio perché non riducibile a interessi materiali o a ideologie politiche tradizionali. Questa lettura, tuttavia, espone Foucault all’accusa di aver confuso la capacità mobilitante della religione con una promessa di emancipazione politica.
Le reazioni che seguirono alla pubblicazione di questi testi in Francia furono infatti durissime. Foucault venne accusato di essersi lasciato sedurre dalla “spiritualità musulmana” e di aver ignorato il potenziale autoritario dell’islam politico. Tali critiche si inserirono in un clima intellettuale più ampio, nel quale una parte significativa della sinistra francese accolse con favore la caduta dello Shah, interpretandola come la fine di un regime repressivo e filo-occidentale. L’instaurazione del governo islamico fu inizialmente tollerata, se non giustificata, come espressione culturalmente specifica di un processo di liberazione. Il Dossier Iran diventa così anche una testimonianza delle difficoltà della sinistra occidentale nel confrontarsi con rivoluzioni non secolari, non marxiste e non riconducibili ai paradigmi progressisti europei.
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Il volume mostra quindi tanto la lucidità quanto i limiti dell’approccio foucaultiano. Foucault è acuto nel cogliere il momento della rottura e il venir meno della legittimità di un ordine geopolitico sostenuto dall’esterno e percepito come estraneo. Al tempo stesso, la sua attenzione quasi esclusiva per l’evento rivoluzionario lo porta a trascurare le dinamiche di consolidamento del nuovo potere, lasciando in ombra la rapidità con cui la spiritualità politica può tradursi in una nuova forma di sovranità rigida e centralizzata. Riletto oggi, Dossier Iran non va inteso come una previsione mancata, ma come una testimonianza delle difficoltà dell’analisi geopolitica quando si confronta con fenomeni che combinano religione, identità e potere in forme non riducibili alle categorie occidentali. Per questo motivo, l’edizione Neri Pozza rappresenta una lettura scomoda ma preziosa per comprendere non solo la Rivoluzione iraniana, ma anche le tensioni che continuano a attraversare l’ordine internazionale contemporaneo.
Foto copertina: Dossier Iran di Foucault













