Dal Caspio al Mar Nero, dalle alture dell’Elbrus alle steppe disseccate della Calmucchia, Pianeta Caucaso di Wojciech Górecki è un reportage di straordinaria densità che analizza le nuove linee di confine, tangibili e impalpabili, formatesi intorno alla catena del Caucaso maggiore dopo la fine dell’Unione Sovietica.
Pianeta Caucaso di Wojciech Górecki si inserisce a pieno titolo nel novero dei testi fondamentali per chi voglia comprendere non solo la geografia politica del Caucaso, ma soprattutto la complessità sociale, culturale e identitaria di una regione spesso ridotta a mera etichetta geopolitica. Pubblicato in Italia nella nuova edizione da Keller Editore (2024, acquista qui), il volume ripropone il testo che ha segnato l’affermazione internazionale di Górecki come reporter e analista della zona, insieme alla sua trilogia caucasica.
Una prospettiva nella geopolitica del Caucaso
Il valore più originale di Pianeta Caucaso risiede nella combinazione di documentazione accurata e narrazione sul campo.

Wojciech Górecki non si limita ad analizzare confini e conflitti, ma dà voce alle persone e alle comunità che vivono quotidianamente in quell’interstizio tra Europa, Medio Oriente e Russia, dove lingue, storie e culture coesistono in dinamiche tanto resilienti quanto fragili.
Una delle frasi più citate nella promozione dell’edizione italiana – e che rende conto dello spirito del libro – è tratta da un giudizio di Ryszard Kapuściński, secondo cui: «Un grande reportage su una delle regioni più affascinanti e drammatiche del mondo. […] Le differenti popolazioni che lo abitano ci appaiono come isolati, piccoli satelliti, così che alla fine riusciamo a comprendere tutta la ricchezza e la multinazionalità del “cosmo” Caucaso.» Questa immagine del cosmo suggerisce una visione che trascende l’analisi statistica o diplomatica: il Caucaso non è un puzzle di entità da schedare, ma un insieme di mondi che si guardano, si contendono spazi e parole, e tuttavia convivono in relazioni complesse.
L’analisi oltre le mappe
Il libro si distacca dagli approcci geopolitici puramente sistemici: non è un manuale di strategia né un trattato di relazioni internazionali, ma piuttosto una lente interpretativa che parte dal basso, dal vissuto. La dissoluzione dell’Unione Sovietica, centrale nella narrazione, non è raffigurata come semplice causa di instabilità, ma come momento di riemersione di identità, memorie e aspirazioni locali, spesso in contrasto tra loro o con i disegni delle potenze esterne.
Le politiche etniche sovietiche, spesso derise come semplici «linee sulle mappe», emergono sotto la penna di Górecki come fattori cruciali che hanno modellato dinamiche sociali e conflitti successivi, rendendo il Caucaso uno spazio in cui il confine non è solo geografico ma anche culturale e simbolico. In Pianeta Caucaso emerge un itinerario nel Caucaso del Nord degli anni Novanta, attraversato da guerre fratricide, check-point da oliare con tangenti, villaggi ancora esclusi dalla rete stradale e dal riemergere dei nazionalismi: il pjatyj punkt del passaporto sovietico, indicatore dell’etnia di appartenenza, tornava all’improvviso a contare più di ogni altra cosa.
Segnato da conflitti di inaudita ferocia, dalla Cecenia al Nagorno-Karabakh, l’intero Caucaso era attraversato da una proliferazione di movimenti indipendentisti per entità territoriali minuscole, da proteste diffuse e da contese sui confini riemerse dopo decenni in cui le divisioni interne dell’Urss erano rimaste puramente formali. Dallo scontro etnico tra osseti e ingusci alla presenza di mercenari in Abcasia, fino all’effimera esperienza della repubblica cecena di Ičkeria, il vuoto di potere lasciato dal crollo sovietico e la necessità di ripensare da zero la convivenza con le autorità centrali generarono una miscela di entusiasmo e brutalità che, sotto forme diverse, attraversa tutti i capitoli del volume.
Foto: copertina di “Pianeta Caucaso” di Wojciech Górecki













