Teheran città millenaria: intervista a Pegah Moshir Pour

Copertina di Teheran di Pegah Moshir Pour
Copertina di Teheran di Pegah Moshir Pour

Nel volume Teheran. Il fascino millenario e l’inquietudine contemporanea (Paesi Edizioni), Pegah Moshir Pour racconta la capitale iraniana come spazio urbano, laboratorio politico e specchio delle contraddizioni di un Paese sospeso tra una civiltà millenaria e un presente segnato da repressione, isolamento e tensioni sociali crescenti.


Capitale di una delle principali potenze regionali del Medio Oriente, snodo strategico della competizione tra Occidente e asse russo-cinese, centro decisionale di un sistema politico tra i più complessi e opachi del panorama internazionale: Teheran è molto più di una metropoli. È il cuore pulsante della Repubblica Islamica.

Pegah Moshir Pour
Pegah Moshir Pour

Nel volume Teheran. Il fascino millenario e l’inquietudine contemporanea (Paesi Edizioni, acquista qui), Pegah Moshir Pour racconta la capitale iraniana come spazio urbano, laboratorio politico e specchio delle contraddizioni di un Paese sospeso tra una civiltà millenaria e un presente segnato da repressione, isolamento e tensioni sociali crescenti. Attraverso uno sguardo interno, insieme personale e analitico, l’autrice restituisce l’immagine di una società dinamica, giovane e globalizzata, sempre più distante dall’ideologia della Repubblica Islamica. Ne emerge il ritratto di un Iran che, mentre rafforza la propria proiezione geopolitica regionale, affronta una crisi di legittimità interna sempre più profonda.

Opinio Juris ne discute con l’autrice.

Chi è Pegah Moshir Pour? Qual è il suo percorso umano e professionale e in che modo la sua storia personale ha influenzato la scrittura di questo libro?
«Sono nata a Teheran e fino all’età di nove anni ho frequentato la scuola in Iran. Fin dai primi anni scolastici ho conosciuto gli slogan della propaganda del regime, imposti sin dal primo giorno di scuola. Insieme a questi, veniva imposto anche un abbigliamento che non aveva nulla di religioso: il velo era obbligatorio già a sei anni, un’età che, dal punto di vista religioso, non è assolutamente contemplata.

A scuola andavo con il velo, mentre fuori casa no, almeno fino all’adolescenza, che è invece l’età in cui, secondo le scritture sacre e il Corano, una donna credente e praticante può scegliere di indossarlo. Nel mio caso, però, era tutto imposto dal regime, ed è per questo che ho sempre capito che non c’era nulla di religioso in quell’obbligo. Da bambina lo vivevo come una questione di decoro: lo consideravo quasi un cappello da mettere per andare a scuola, tanto che una volta in classe lo toglievo.
In Iran ho imparato a leggere e scrivere da destra verso sinistra. Poi siamo arrivati in Italia, a Potenza, dove i miei genitori avevano creato le condizioni economiche e lavorative per trasferirci. In realtà, l’idea di lasciare il Paese era nata già alla mia nascita: un’infermiera disse a mio padre “mi dispiace, è una femmina”. Da quel momento, la scelta di andare via era diventata concreta, praticamente all’indomani della nascita della primogenita.
Arrivata in Italia, già in quarta elementare ho conosciuto i pregiudizi e gli stereotipi. Potenza è una realtà molto piccola e io e mio fratello eravamo i primi stranieri della scuola. Comunicare era complicato: era il 1999 e non esistevano dispositivi digitali per le traduzioni. Andavo in giro con un dizionario farsi-italiano e italiano-farsi. Le domande che mi venivano fatte, spesso assurde, sono state il mio primo vero contatto con il mondo dei pregiudizi e degli stereotipi, che da allora non mi hanno più abbandonata.
Poi è arrivato l’11 settembre 2001 e, da quel momento, la mia presenza è stata spesso percepita come pericolosa, anche a causa delle narrazioni e delle propagande occidentali. A quindici anni ho scoperto di non essere cittadina italiana e lì mi sono arrabbiata moltissimo, soprattutto quando mi è stata negata una gita scolastica in Inghilterra. È stato allora che ho iniziato a capire che per i diritti bisogna battersi, che dovevo far capire che io ero italianissima e che meritavo di essere riconosciuta come tale.
La cittadinanza è arrivata solo nel 2013, tardissimo: ero già rappresentante degli studenti all’università. Il mio attivismo nasce quindi da un’esigenza profondamente personale. Ho sempre parlato delle ingiustizie che subivo e che non dovevano esistere. Più ne parlavo, più incontravo persone che si riconoscevano nelle stesse ingiustizie, e lì ho capito che non erano solo mie, ma di tutti. Da quel momento è diventato necessario essere una voce collettiva.
Questa storia personale ha influenzato profondamente il mio percorso. Il libro Teheran nasce proprio da qui: è una raccolta delle tante diversità dell’Iran che spesso non vengono raccontate. L’Iran è un Paese estremamente complesso, con stratificazioni culturali, sociali, storiche, linguistiche e religiose molto diverse, che sono state progressivamente inasprite dal 1979 in poi, con la rivoluzione khomeinista».

A chi è rivolto Teheran. Il fascino millenario e l’inquietudine contemporanea? Al grande pubblico occidentale, a chi si occupa di geopolitica, o anche agli stessi iraniani della diaspora?
«È un libro rivolto a tutte le persone che vogliono conoscere le stratificazioni interne dell’Iran, le sue molteplici diversità, che permettono di comprendere le voci differenti che lo attraversano. L’Iran non è un monolite, non è un’entità unica e compatta: è un insieme complesso di differenze.

Queste diversità, però, generano anche tensioni e conflitti, soprattutto in rapporto ai diversi regimi che si sono succeduti. Da qui nascono analisi contrastanti e diaspore differenti, che spesso finiscono per confondere ulteriormente il pubblico occidentale nel tentativo di comprendere la storia e la geopolitica iraniana, ma soprattutto la sua dimensione antropologica.
L’Iran è un Paese complesso, dal fascino innegabile per chi ha studiato l’Impero persiano. Tuttavia, la realtà contemporanea è molto lontana da quel fascino: è segnata da un incubo quotidiano, da un’ansia costante, da un trauma intergenerazionale. Sono difficoltà profonde che si intrecciano tra loro. Ma è proprio raccontando ogni singolo filo che, poco alla volta, si può arrivare a sciogliere il nodo».

Il libro si apre con il riferimento al Faravahar, uno dei simboli più iconici dello zoroastrismo e dell’antica Persia. Oggi come ieri il richiamo al passato persiano rappresenta un elemento identitario forte per quegli iraniani che non si riconoscono nella Repubblica Islamica? È una forma di resistenza culturale al regime?
«Faravahar è un simbolo che quasi tutti gli iraniani hanno nelle proprie stanze, nelle proprie case, oppure indossano come ciondolo. È un elemento molto ricorrente della cultura iraniana e, purtroppo, soprattutto in Italia, viene spesso scambiato per un simbolo fascista, quando in realtà ne rappresenta l’esatto opposto.

Queste appropriazioni, avvenute nel corso del Novecento, hanno creato non poche difficoltà anche per molti iranianofoni provenienti dall’Iran. Io stessa, per esempio, ho avuto esitazioni nell’indossare il Faravahar proprio per questo fraintendimento. Questo libro mi ha però dato l’occasione di raccontarne il vero significato e di spiegarne i tre precetti fondamentali: pensare bene, parlare bene, fare bene.
Molte persone, dopo averlo scoperto, mi hanno detto: “Ah, ma è quello che diceva Freddie Mercury nel film”. Ed è vero, perché quei principi derivano dallo zoroastrismo, che è alla base della cultura iraniana.
Purtroppo, dal 1979 in poi, tutto ciò che è precedente alla rivoluzione viene spesso guardato con sospetto o rimosso. È anche per questo che non mi piace definire la Repubblica Islamica come semplicemente “islamica”. L’Islam è arrivato in Iran nel VII secolo, con l’invasione araba, mentre il progetto politico costruito da Khomeini ha cercato di annullare e cancellare tutto ciò che era precedente al 1979. In questo senso, non ha nulla a che vedere con la complessità e la profondità dell’Islam come religione.
Faravahar, del resto, ha circa 4.000 anni di storia: non è nemmeno paragonabile, in termini di linea temporale, a ciò che il regime ha tentato di imporre o di rimuovere. All’interno dell’Iran questi simboli sono stati messi da parte, mentre all’esterno il regime li ha spesso strumentalizzati, utilizzandoli diplomaticamente per rivendicare un patrimonio storico e culturale millenario. Il problema, quindi, è soprattutto interno, non esterno.
All’estero resta invece l’immagine di un Paese chiuso e arretrato, in cui le donne non possono lavorare né uscire di casa. Un’immagine che non corrisponde alla realtà. Sotto lo strato della propaganda del regime esiste una società profondamente laica, sviluppata e istruita, soprattutto femminile: donne che, in questi 47 anni, si sono fatte strada con forza e determinazione».

Lei definisce il Gran Bazar di Teheran come un microcosmo della società iraniana. Storicamente i bazaari hanno esercitato un’enorme influenza politica, fungendo da vero e proprio “barometro economico e sociale” del Paese. Che ruolo svolgono oggi i bazaari negli equilibri interni dell’Iran? Possono ancora essere considerati un indicatore della stabilità o fragilità del sistema?
«Tra le proteste di carattere nazionale, un ruolo fondamentale è stato svolto anche dai bazaari. Il loro coinvolgimento risale già all’Ottocento, con la Rivolta del tabacco, e prosegue nei primi anni del Novecento durante il movimento per la riforma costituzionale, fino ad arrivare al 1979.

Si tratta di una classe tradizionalmente moderata, tendenzialmente prudente e poco incline ai cambiamenti traumatici, anche perché storicamente detentrice di un delicato equilibrio economico e sociale. Tuttavia, negli ultimi anni questo equilibrio si è profondamente incrinato.
La propaganda di Khomeini prometteva di sconfiggere gli avversari e di garantire giustizia sociale, ma oggi vediamo un regime che ha contribuito ad aumentare la povertà, soprattutto a causa di una corruzione sistemica e diffusa. Una corruzione che non è più tollerata nemmeno dai bazaari. Quando anche questa classe è scesa in piazza, è diventato evidente che la richiesta non è più di riforma, ma di cambiamento strutturale del sistema.
La storia iraniana dimostra che, quando questo equilibrio si rompe, il sistema è costretto a trasformarsi. È già accaduto in passato, ed è per questo che molti ritengono inevitabile un nuovo cambiamento. Oggi assistiamo alla nascita di una nuova classe imprenditoriale con un peso crescente, in un contesto in cui il sistema appare ormai profondamente logorato.
Non sappiamo ancora quale forma prenderà questo cambiamento, ma finora, nella storia dell’Iran, le trasformazioni sono sempre state radicali. Ci si augura che anche questa volta il cambiamento possa aprire una fase diversa».

Spesso in Occidente la rivolta della società iraniana viene raccontata come il semplice desiderio di “vivere all’occidentale”, riducendo la protesta a una questione di costumi, abbigliamento e stile di vita. Ritiene che questa narrazione sia una semplificazione che banalizza una società estremamente complessa? «L’Occidente tende spesso a percepirsi come superiore all’Oriente. Ma questo atteggiamento è anche il risultato di un problema che riguarda il nostro modo di raccontare la storia. A scuola studiamo prevalentemente una storia occidentale ed eurocentrica, osservata attraverso un’unica lente interpretativa. Ne deriva una conoscenza storica limitata, unidirezionale e spesso autocelebrativa.
Per questo motivo conosciamo poco o nulla di interi continenti e aree del mondo. Io stessa, per esempio, non conosco in modo approfondito la storia del continente africano, gran parte della geopolitica dell’Estremo Oriente o quella dell’America Latina. Sono vuoti enormi che derivano direttamente dal nostro sistema educativo.
In un mondo sempre più globalizzato, al quale contribuiamo attivamente, non possiamo continuare a insegnare la storia in questo modo. È necessario raccontarla a 360 gradi, attraverso una prospettiva realmente globale, per arrivare a spiegare perché oggi alcuni Paesi si trovano in determinate condizioni, senza filtri ideologici e senza pregiudizi radicati. Un cambiamento nell’istruzione scolastica potrebbe già incidere in modo significativo.
Questo approccio aiuterebbe anche a evitare semplificazioni e banalizzazioni, come nel caso delle rivolte contro l’obbligo del velo. Non si tratta di proteste contro il velo islamico in sé, ma contro un’imposizione autoritaria. È una differenza fondamentale. Moltissime donne musulmane, sciite e sunnite, erano in piazza, e molte di loro oggi sono in carcere per aver espresso la propria opinione sulla libertà di espressione.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la manipolazione politica e l’appropriazione di queste narrazioni da parte di alcuni partiti, che alimentano l’islamofobia per tornaconto ideologico. Per questo il tema è estremamente complesso e richiede attenzione. Dovremmo partire dalle storie individuali, lette attraverso lenti locali, evitando interpretazioni esterne e decontestualizzate nel tempo.
Una lettura degli anni Settanta, o una visione della politica di quel periodo, non può essere applicata automaticamente al presente. Oggi viviamo in una dimensione onlife, in cui il confine tra fisico e digitale è superato. Siamo persone che esistono anche nello spazio digitale, e questo cambia profondamente il modo in cui si costruiscono le identità, le proteste e le narrazioni».

La condizione femminile attraversa tutta la sua narrazione. Perché il corpo delle donne è diventato il terreno principale dello scontro politico tra società e regime?
«Il femminismo nasce anche da questo: da un continuo scontro politico e sociale. La condizione femminile, ovviamente, varia da Paese a Paese, ma viviamo ancora in un mondo profondamente patriarcale. Questo sistema si riflette nella quotidianità, nei costumi, nelle storie individuali, assumendo forme diverse a seconda dei contesti.

In Iran, ad esempio, durante il periodo dello Shah Pahlavi si era avviato un forte processo di trasformazione, anche sul piano estetico e sociale. Le donne frequentavano le scuole e le università, ricevevano borse di studio per studiare all’estero e poi rientrare nel Paese. In Iran le donne avevano già diritto di voto, mentre in molte parti d’Europa erano ancora poche le nazioni in cui venivano riconosciute come soggetti decisionali.
Per questo motivo la società iraniana è storicamente abituata alla presenza di donne forti. Esiste persino un termine, Shirzan, che indica donne combattive e coraggiose. Le donne iraniane hanno sempre lottato. Basti pensare a Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace, che già negli anni Sessanta era magistrata: un fatto straordinario, soprattutto considerando il contesto geografico e le narrazioni che spesso vengono associate a quel Paese.
Questa forza non è mai venuta meno. La Repubblica Islamica ha tentato di relegare le donne allo spazio domestico, ma non ci è riuscita. Oggi in Iran le donne sono presenti in ogni settore: dalle tassiste alle amministratrici delegate, dalle professioniste alle motocicliste. Anche se la legge vieta alle donne di andare in moto, molte continuano a farlo. È una lotta continua tra ciò che impone la legge e ciò che vive la realtà.
Le leggi servono spesso all’Occidente per costruire una narrazione semplificata, mentre all’interno del Paese queste imposizioni non funzionano davvero. Lo abbiamo visto chiaramente con il movimento Donna, Vita, Libertà, che ha rappresentato una svolta fondamentale, una vera rivoluzione culturale. Quell’anno ha segnato un passaggio decisivo, confermando ancora una volta che le donne iraniane sono presenti, determinate e pronte a rischiare tutto pur di conquistare una libertà che non hanno mai realmente conosciuto».

La cronaca di queste settimane racconta di un Iran scosso da proteste diffuse e da una repressione durissima. In assenza di fonti indipendenti è impossibile stabilire il numero esatto delle vittime, ma è evidente che siamo di fronte a una vera e propria carneficina. Siamo di fronte all’inizio della fine della Repubblica Islamica o il regime dispone ancora degli strumenti per sopravvivere a questa crisi?
«In questo momento siamo di fronte a una vera e propria carneficina, a un massacro che configura crimini umanitari e crimini di guerra. In soli due giorni, secondo le informazioni che continuano ad arrivare da tutto il Paese, sono state uccise oltre 30.000 persone. Si tratta di cifre che molti ritengono sottostimate.

Sempre più medici stanno raccontando numeri impressionanti di feriti arrivati negli ospedali, ma la realtà è che non stiamo contando chi è rimasto accecato, chi è stato colpito e curato in casa, chi non ha potuto o voluto recarsi nelle strutture sanitarie. Non sappiamo quante persone siano morte nelle proprie abitazioni, quante siano state sepolte in silenzio per paura di ritorsioni.
La situazione è estremamente grave. Il blackout informativo e il silenzio dei media contribuiscono a rendere tutto ancora più oscuro, lasciando spazio ad azioni sempre più violente. Nonostante questo, non si interviene. Le esecuzioni continuano. In questo momento c’è anche un ragazzo di appena 18 anni che rischia l’impiccagione.
Sono fatti reali, che stanno accadendo ora. Un regime che, per sopravvivere, ha bisogno di uccidere, di incutere paura, di mantenere il controllo attraverso la legge marziale e la repressione sistematica».

Esiste oggi un’opposizione politica in grado di guidare una possibile transizione?
«Da anni si cerca un punto di riferimento comune, una sorta di “soccorso” politico o simbolico, perché in gioco ci sono le tante anime della società iraniana. È molto difficile individuare un unico nome o una sola figura in cui tutte queste persone possano riconoscersi. Storicamente non è mai accaduto, e in fondo non è così diverso da ciò che vediamo anche in Italia: esistono l’estrema sinistra, l’estrema destra e molte altre posizioni, che però convivono all’interno di una democrazia in cui, bene o male, chi governa prova a portare avanti la propria visione politica.

In Iran, questo esercizio democratico esiste già nella quotidianità delle persone. Le persone lavorano, partecipano, sono presenti nella società, ma non hanno accesso alle élite del potere. Per entrare in politica, infatti, è necessario superare il vaglio del Consiglio dei Guardiani: senza questo passaggio non si può accedere al Parlamento né costruire un’opposizione dall’interno. È per questo che le voci più forti diventano quelle degli artisti, degli attivisti, dei rapper come Toomaj Salehi: sono loro le voci interne del dissenso.
Si tratta però di una popolazione profondamente frammentata. Curdi, baluci, azeri e molte altre etnie hanno identità forti, orgogli culturali distinti e rivendicazioni politiche diverse. Questa frammentazione si riflette anche nella diaspora, dove spesso mancano una visione comune e una strategia condivisa. Lo abbiamo visto anche all’estero, con scontri interni che hanno richiesto l’intervento della polizia, ad esempio a Los Angeles e a Londra. Siamo di fronte a diaspore che faticano a trovare una strada unitaria.
Da una parte ci sono persone che chiedono apertamente la fine del regime, anche attraverso canali politici e organizzativi diversi. Dall’altra c’è una parte della società civile, inclusi molti musulmani praticanti, che esiste e resiste, ma che difficilmente potrà esporsi finché il regime resterà al potere. Alcuni, invece, guardano a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià. Il suo nome compare anche sui muri di Teheran, dove si leggono scritte come “Javid Shah” – “lunga vita al re” – tracciate persino con il sangue. Il messaggio è chiaro.
Reza Pahlavi viene visto da alcuni come una figura esterna al regime, potenzialmente in grado di garantire una fase di transizione verso un Iran secolare, democratico e laico. Tuttavia, la sua credibilità politica internazionale resta debole. Anche figure come Donald Trump hanno espresso giudizi ambigui, definendolo una “brava persona” ma “non pronto”, una posizione simile a quella assunta in altri contesti, come il Venezuela.
Nonostante questo, il suo nome continua a emergere nelle manifestazioni, proprio perché è percepito da molti come una figura relativamente neutra, meno compromessa, che potrebbe accompagnare il Paese verso elezioni o un referendum realmente trasparenti e democratici. Ma governare e rappresentare un Paese così grande, complesso e attraversato da profonde diversità resta una sfida enorme.
Per questo, oggi l’unico vero punto di unità possibile è uno solo: delegittimare il regime in ogni modo, sul piano politico, geopolitico, economico e militare. Il futuro verrà deciso dagli iraniani. E sono profondamente convinta che la società civile iraniana sia pronta ad affrontare questo passaggio».

Reza Pahlavi sembrerebbe non essere un interlocutore considerato affidabile…
«Soprattutto noi italiani, non dobbiamo vedere Reza Pahlavi come un “uomo forte” o come una figura anarchica, nel senso di potere assoluto. Questo è un punto fondamentale.

Dalle dichiarazioni che Reza Pahlavi ha rilasciato, sia attraverso i canali istituzionali sia in diverse interviste, anche in Italia – per esempio da Bruno Vespa – emerge chiaramente che lui si propone come rappresentante per un periodo di transizione. Non vuole governare l’Iran né detenere il potere assoluto. Non è questo il suo obiettivo.
Si è dichiarato pronto a svolgere un ruolo di garanzia in una fase di transizione, una figura necessaria in molti passaggi storici. È ciò che è accaduto anche nell’Italia del dopo fascismo: ci è voluto un periodo di transizione, strumenti istituzionali, tempo per arrivare al referendum, alle elezioni e infine alla scrittura della Costituzione. Un processo che è durato più di un anno. Oggi, per certi aspetti, siamo anche più avvantaggiati.
È importante quindi vederlo per quello che lui stesso ha detto di voler essere: un diplomatico, una figura di transizione, con un mandato limitato nel tempo, indicativamente di un anno o un anno e mezzo. Da come si è proposto, questo messaggio è stato colto anche all’interno dell’Iran. È per questo che il suo nome viene pronunciato nelle piazze: perché viene visto come un garante di una possibile transizione.
Durante le giornate dell’8 e del 9 gennaio, quando c’è stato il blackout informativo e quello che viene descritto come un massacro riconducibile a crimini di guerra, questa percezione si è rafforzata. I numeri di cui si parla sono enormi: decine di migliaia di famiglie coinvolte e migliaia di vittime, anche se è difficile avere dati certi. Si tratta di cifre molto alte, che riguardano tutto il Paese, non solo Teheran ma anche le aree più piccole.
In quel contesto, molte persone hanno continuato a fare riferimento a Reza Pahlavi proprio come garante. In quelle giornate, lui aveva invitato la popolazione a scendere in strada e a manifestare. Allo stesso tempo, da parte internazionale, si era diffusa l’idea che potessero arrivare aiuti o interventi, anche a seguito di dichiarazioni di Donald Trump. Quegli interventi, però, non sono arrivati, lasciando una forte sensazione di sospensione e disillusione.
Oggi Reza Pahlavi continua a presentarsi come una figura istituzionale e diplomatica, capace di avere una certa credibilità agli occhi dei Paesi occidentali e di fungere da interlocutore. La popolazione, però, vive in uno stato di attesa, quasi in apnea. C’è la percezione che qualcosa possa accadere, ma non si sa cosa, né quando.
È come se le persone dicessero: “Fate quello che dovete fare, ma fatelo, così sapremo finalmente cosa ci aspetta, quale sarà il nostro destino”».

L’Iran rischia uno scenario di caos simile alla Libia post-Gheddafi o all’Iraq post-Saddam?
« Allora, è un po’ complesso, perché l’Iran ha una struttura totalmente diversa. L’Iran non assomiglia agli altri casi di cui spesso si parla, proprio perché è uno Stato con apparati di sicurezza molto densi e ideologicamente molto coesi, come i Pasdaran, i Basij e l’intelligence. A questo si aggiunge un centro politico estremamente strutturato, che, nonostante sia delegittimato da molto tempo dalla popolazione, continua a esistere ed è ancora in crisi, ma in modo diverso rispetto a Paesi come la Libia o l’Iraq.

Gli scenari possibili sono diversi. Lo scenario a cui stiamo assistendo adesso è quello della repressione continua: il controllo informativo prosegue, la pressione resta alta, l’economia sale e scende, con un’instabilità sempre maggiore e una società sempre più fragile. Questo è ciò che stiamo vedendo oggi.
Il secondo scenario è che questa situazione continui ancora per un certo periodo di tempo. Un’altra ipotesi è una transizione controllata dall’élite, quella che potremmo definire del mondo neoconservatore: un’alternativa alla democrazia nel breve termine, che però potrebbe strutturarsi nel corso degli anni, se non dei decenni, attraverso ordini dall’alto e con l’emergere di figure sempre più efficienti e funzionali al sistema.
Il terzo scenario, quello potenzialmente più positivo, è quello della rivoluzione. Tuttavia, questa potrebbe portare a una serie di ribellioni e a una rivolta civile. È uno scenario che gli iraniani non vogliono, perché nessuno desidera arrivare a una guerra civile o a bombardamenti.
Proprio per questo, se le élite dei primi due scenari restano fortemente presenti, non basta eliminare solo la Repubblica Islamica: bisogna togliere anche le strutture alternative di potere che rischiano di riprodurre lo stesso sistema sotto un’altra forma. Altrimenti si finisce per usare i riformisti come una “faccia più pulita” del regime, e questo sarebbe un errore.
Il mondo deve capire che alcune forze vanno completamente neutralizzate se si vuole arrivare a una reale libertà. E soprattutto, sono gli iraniani stessi a indicare che tipo di transizione vogliono e chi potrebbe essere la figura in grado di guidarla. Solo dopo potrà eventualmente emergere un vero leader democratico, capace di accompagnare il Paese verso una ricostruzione reale».

In queste ore si torna a parlare di un possibile intervento statunitense e/o israeliano. Un’ingerenza esterna potrebbe essere percepita da una parte della popolazione come inaccettabile, rafforzando paradossalmente la narrativa nazionalista del regime?
«Sì, siamo alle porte di un momento decisivo. Dall’altra parte, però, c’è una profonda delusione. È già successo in passato: si diceva alle persone di continuare a manifestare, che gli aiuti sarebbero arrivati, che la comunità internazionale era pronta a intervenire. Quegli aiuti, però, non sono mai arrivati. Da qui nasce una grande frustrazione, ma anche la paura di essere stati abbandonati ancora una volta.

Questo non significa che gli iraniani si aspettino di essere “salvati” da Trump o da qualcun altro. Il punto non è questo. Gli iraniani chiedono sostegno perché da soli non hanno più strumenti: l’unico strumento che è rimasto loro è il proprio corpo, messo ogni giorno a rischio. Gli strumenti internazionali, invece, esistono e dovrebbero essere utilizzati per far crollare il regime. Se davvero ci fosse una volontà globale, questo sarebbe possibile.
Il problema è che il regime iraniano ha alle spalle due alleati estremamente forti: la Cina e la Russia, oltre ad alcuni Paesi della regione. Questo rende la situazione enormemente complessa. Nonostante ciò, sono profondamente convinta che qualcosa si possa e si debba fare. Bisogna tentare nuove modalità di intervento. La democrazia non è uno stato fisso, ma un esercizio continuo, e in un mondo che cambia rapidamente anche le forme di sostegno e di pressione internazionale devono evolversi.
Gli aiuti non devono essere interventi calati dall’alto, ma strumenti che permettano al popolo iraniano di liberarsi autonomamente. È importante ricordare che gli iraniani non sono un popolo violento: non sono armati e non si sono mai armati.
Il rischio maggiore, piuttosto, è che con la caduta del regime il potere venga preso dai Pasdaran. In quel caso si passerebbe a una legittimazione puramente militare, con il pericolo concreto di una guerra civile, alimentata anche da gruppi religiosi radicali in cerca di autonomia e armamenti. Sarebbe uno scenario ancora più drammatico e complesso. Proprio per questo il punto di partenza deve restare uno solo: la tutela dei diritti umani e dei diritti fondamentali. Su questo non si può arretrare».

Nel libro emerge con forza il legame profondo tra gli iraniani e la loro storia millenaria. Quanto conta oggi l’orgoglio nazionale persiano nel tenere unita la società iraniana, al di là delle divisioni politiche e religiose?
«Gli iraniani cantano spesso la propria identità nazionale perché attraverso di essa vogliono offrire un’immagine diversa da quella che il regime ha costruito e imposto per 47 anni. È una sorta di carta di presentazione, un modo per raccontare chi sono davvero, al di là della propaganda.

In questo senso, essere iraniani non significa semplicemente “persiani”. Il termine persiano deriva dal greco ed è una semplificazione. La definizione corretta è iraniani, perché indica gli abitanti delle terre iraniche e i loro discendenti. Questo riferimento è importante, perché gli iraniani sono profondamente orgogliosi della propria lingua e delle proprie tradizioni, che sono sopravvissute a millenni di dominazioni senza mai scomparire.
Anche con l’arrivo dell’Islam, questa religione si è aggiunta a un mosaico già esistente, in cui convivevano ebraismo, cristianesimo, zoroastrismo e altre fedi. La società iraniana è sempre stata così: abituata alla pluralità, alla coesistenza delle differenze. Questa ricchezza si riflette nella musica, nella cucina, nei balli, nei canti, nei dialetti. È un patrimonio di cui gli iraniani sono profondamente orgogliosi.
È quindi naturale che una società così complessa presenti anche differenze e divisioni politiche e religiose. Tuttavia, molte di queste fratture sono state inasprite dalla repressione esercitata dal regime in questi 47 anni. La pressione continua ha irrigidito i legami e accentuato le contrapposizioni.
Con il movimento Donna, Vita, Libertà, però, qualcosa è cambiato. Le differenze etniche e religiose hanno iniziato a ricomporsi, trovando un punto di unità in una rivendicazione comune, capace di includere tutti. Questo movimento è stato abbracciato da una parte ampia della società iraniana e ha dimostrato che, nonostante tutto, esiste un desiderio condiviso.
L’unica cosa che oggi accomuna davvero tutti è la richiesta della fine del regime. Il futuro verrà dopo».

Il suo libro è attraversato da una tensione costante tra inquietudine e speranza.
Quale scenario ritiene più realistico: una lenta transizione politica o un cambiamento traumatico…Che Iran si aspetta domani?
«La speranza è ciò che tiene viva la fiducia nella libertà. Credo fermamente che tutte le dittature abbiano un inizio e una fine, e che il ciclo storico, in un certo senso, si stia chiudendo anche in questo momento. Come avverrà la transizione politica, però, è ancora incerto.

Gli iraniani portano con sé un’eredità pesante: 47 anni di traumi, vite spezzate o provate in ogni modo, sul piano fisico, psicologico e persino digitale. Questi traumi storici e personali rendono la situazione estremamente complessa. Ciò che vogliono ora è un cambiamento radicale, il colpo di grazia a un regime che per decenni ha oppresso il Paese, e una responsabilità internazionale chiara.
Il percorso che ha portato l’Iran a questo punto non può essere compreso senza guardare alla storia. Dall’intervento internazionale negli anni ’50, con il colpo di Stato contro il primo ministro Mossadeq, fino all’ascesa di Khomeini nel 1979, favorito anche dal rientro dalla Francia, e poi le sanzioni economiche che hanno portato il Paese al collasso, arricchendo invece altri attori regionali e globali come Qatar, Cina e Russia: tutto questo ha contribuito a plasmare la situazione attuale.
Studiare la storia a fondo è fondamentale, non solo attraverso una narrazione semplificata di “buoni” e “cattivi”. Il regime è certamente sanguinario, corrotto, misogino e oppressivo, ma non possiamo ignorare anche la responsabilità della comunità internazionale, la noncuranza e i mancati interventi nei momenti cruciali, che hanno permesso tutto questo.
Se vogliamo evitare di ripetere gli stessi errori, dobbiamo imparare dalla storia e studiarla in maniera completa, considerando tutti i punti di vista e tutte le sfaccettature. Solo così potremo capire davvero come sostenere un popolo che lotta per la propria libertà».


Foto: copertina di Teheran di Pegah Moshir Pour