L’Italia e l’estero vicino

Belgrado, 25/05/2015 (I mandato) Il Presidente Sergio Mattarella con il Presidente della Repubblica di Serbia, Tomislav Nikolic in occasione della visita ufficiale
Belgrado - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il Presidente della Repubblica di Serbia Sig. Tomislav Nikolic oggi 24 maggio 2015 (Foto di Antonio Di Gennaro - Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica)

Come può l’Italia ridefinire il proprio ruolo strategico nel Mediterraneo e nei Balcani in un’epoca di ridotta garanzia americana?


A cura di Fabrizio Cocina

Le direzioni vettoriali dell’Italia

L’Italia è il primo grande Paese fuori dalla zona calda di priorità americana, il che le conferisce un certo margine di manovra di natura tattica. La sua posizione centrale nel Mediterraneo è foriera di grossi oneri per la vigilanza e sorveglianza dei cavi e dei condotti sottomarini che dai fondali del Canale di Sicilia si dipanano ovunque in tre continenti, a partire dalle condutture energetiche provenienti da Algeria e Tunisia. Poi ci sono le forniture che dal Caucaso giungono nel nostro Adriatico via Balcani. Tutti tasselli di un mosaico che può essere insidiato dal sabotaggio di altri attori, per quanto al di sotto della soglia bellica.[1] Se la difesa USA non è più assicurata, dobbiamo trovare il modo di garantire il nostro cospicuo Import-Export lungo le direttrici mediterranee costruendoci una credibilità che passa anche per le armi. Il problema è triplice, dal momento che lungo gli assi infrastrutturali, energetici e commerciali, al nostro fianco Est e a Sud sotto la Trinacria passano anche le rotte migratorie e le aree di crisi più instabili del nostro estero vicino. L’Italia deve considerare Balcani e Nord Africa come la propria difesa avanzata su cui proiettarsi. Prima di stabilire con chi collaborare e come eventualmente contenere Ankara e Pechino sia per i nostri che per gli interessi americani, Roma deve approntare un programma, decidere i suoi compiti da sé, previo il tramonto dei vincoli esterni.[2] La transizione impone che l’Italia supplisca agli USA nel Mediterraneo, frenando i flussi migratori mediante reali politiche di puntellamento delle economie dei Paesi rivieraschi assetati di sovranità e riconoscimento esteri, ben propensi a collaborare con un’Italia un partner percepito come meno intrusivo rispetto ad altri attori esterni, sfruttando le divergenze e le competizioni latenti tra Russia, Turchia e Cina.[3] Ammesso e non concesso che l’Artico si sgeli, un nuovo patto Mediterraneo potrebbe consentire all’Italia di assumere un ruolo guida in un’area spesso considerata periferica, ma in realtà strategicamente nevralgica per gli equilibri euro-atlantici

Il nodo dei Balcani

Lo stesso ruolo ci si presenta appetibile come mai nei Balcani, dove siamo meno ricattabili dalle rotte migratorie (dirette verso il Nord Europa) ma ancora più esposti alla destabilizzazione per via di conflagrazioni belliche nei nuclei dell’Ex-Jugoslavia. La chiave di volta è Belgrado, già vicina all’Italia per antichi e nuovi legami. Se convinta a smettere i panni del non-allineamento opportunistico, non solo tramite delocalizzazioni industriali, la Serbia è il perno più utile all’Italia per placare o svellere le radici dei conflitti. Di certo bisognerà ben ponderare su cosa concedere alle pretese serbe in cambio contenimento delle dinamiche secessioniste nella Republika Srpska.[4] Un asse con Belgrado potrebbe anche essere una corsia preferenziale riguadagnare terreno diplomatico con Mosca con la fine della guerra in Ucraina. La partita è aperta, la Francia scalpita per farci partire dalla panchina. L’Italia pare assuefatta agli alibi, abituata a guardare al Mediterraneo essenzialmente per le concessioni balneari e ai Balcani per il turismo low-cost. L’epoca in cui Roma poteva contare su un automatismo strategico garantito da Washington sembra essersi chiusa: oggi la definizione delle priorità italiane richiede iniziativa autonoma e scelte più esplicite.

Leggi anche:

La scommessa di Belgrado

Se Roma mettesse Belgrado sotto la propria ala protettiva, potrebbe maturare credito politico e mostrare agli americani che è in grado di stabilizzare un quadrante complesso. Un risultato del genere le permetterebbe di presentarsi a Washington come partner affidabile nella futura gestione congiunta con la Turchia del Mediterraneo allargato: dagli stretti alla Libia, dai flussi energetici alla sicurezza balcanica. Nei Balcani le relazioni storiche sono profonde e hanno fatto parzialmente obliterare la stagione dei bombardamenti; Roma dovrebbe investirvi attraverso programmi educativi reciproci, sul modello degli accordi scolastici che favoriscano l’integrazione balcanica fra stati vicini. Un soft power che Belgrado conosce, rispetta e percepisce: da anni l’Italia è il Paese occidentale più stimato in Serbia con risvolti naturali in campo economico con un export cresciuto del 30% negli ultimi 15 anni.[5] L’immagine della Cina, già sbiadita, è crollata insieme alla pensilina di Novi Sad, ormai divenuta simbolo dell’inefficienza della sua penetrazione edilizia. L’Italia può quindi capitalizzare sulle macerie della popolarità di Pechino, come dimostrano le manifestazioni oceaniche di protesta ancora parzialmente in corso, proponendosi come alternativa naturale nel settore infrastrutturale: mossa che sarebbe gradita a Washington, sempre interessata nel contenimento dell’influenza cinese nella regione. Il momento propizio è vaticinato dalla già avviata penetrazione infrastrutturale e edilizia italiana in Serbia. A fare da corollario per l’Italia è il coinvolgimento insieme all’UE negli accordi per lo sfruttamento dei giacimenti di litio, strategico per uno sviluppo tecnologico europeo. Fare sistema-Paese con un’intelligence geo-economica, al netto di facili e strumentali delocalizzazioni nella zona in favore di Stellantis, che non prevede una redistribuzione di benefici rilevante per l’Italia, sarebbe un modo per essere geopoliticamente protagonisti e attrattivi. Il successo strategico dell’asse italo-albanese dimostra che Roma sa costruire partnership durevoli, specialmente nella regione balcanica. Estendere questa postura alla Serbia significherebbe ricondurla gradualmente dentro una sfera d’influenza gradita agli USA e utile all’Italia. L’Italia oggi ha la rara occasione di rendersi conveniente sia a Washington che a Belgrado; specularmente la Serbia non vuole limitarsi ad essere perno della contro-globalizzazione cinese né a fare da sponda ai progetti endogeni ed esogeni di destabilizzazione del continente. Come ventre molle dell’Europa la Serbia potrebbe avere ormai tutto da perdere. Che sia o meno prossima all’ingresso UE, le fibrillazioni della società civile indeboliscono la politica estera di oscillazione opportunistica di origine titoista. Più che un buco nero dell’integrazione euro-atlantica, ora che la fratellanza slava con la Russia pesa meno, la Serbia può rappresentarne il riscatto inatteso. L’Italia può essere determinante affinché Belgrado adotti una postura più cooperativa nei rapporti con Pristina e Sarajevo, contribuendo alla stabilità regionale. Nel progressivo ridimensionamento della garanzia americana, un impegno italiano nei Balcani non sarebbe soltanto un’opportunità diplomatica, ma una necessità strategica per evitare che altri attori riempiano il vuoto. In questo quadro, anche la Turchia – sempre più presente tra Adriatico, Mediterraneo orientale e Libia – rappresenta una variabile con cui Roma dovrà misurarsi, tra competizione e possibili convergenze di interesse.


Note

[1] L.NOTO, «Ritorno all’Adriatico», Limes, n. 2, 2024.
[2] M.GIURCO, «Stelle e strisce su Trieste», Limes, n.10, 2024.
[3] F.PETRONI, «Per una relazione speciale con gli Stati Uniti», Limes, n. 2, 2024.
[4] L.GAISER, «I Balcani allargati sono un problema per l’Italia», Limes, n.2, 2024.
[5] Fonti dell’Ambasciata italiana a Belgrado.


Foto copertina: Belgrado, 25/05/2015 (I mandato). Il Presidente Sergio Mattarella con il Presidente della Repubblica di Serbia, Tomislav Nikolic in occasione della visita ufficiale