Dall’Iraq del 2003 al conflitto con l’Iran: debito, decisioni politiche e conseguenze globali di lungo periodo.
A cura di Riccardo Fiori
La lezione della guerra in Iraq
Nel libro del 2008 The Three Trillion Dollar War: The True Cost of the Iraq Conflict, scritto dalla professoressa di Harvard Linda Bilmes ed il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, viene sviscerata la guerra in Iraq del 2003 da un punto di vista economico, evidenziando come le aspettative di spesa del governo furono del tutto sbagliate.
Inizialmente le spese secondo l’amministrazione Bush dovevano oscillare intorno ai 55 miliardi di dollari, mentre il consigliere economico del governo Lindsey parlava invece di stime intorno ai 200, e per questa stima fu costretto alle dimissioni. Il libro trae le conclusioni arrivando ad una cifra totale di circa 3000 miliardi di dollari.
Questa cifra fu raggiunta analizzando gli hidden costs della guerra, ovvero il welfare per i veterani, voce d’uscita tra le più cospicue, il rinnovo dell’attrezzatura militari, così logorata dalla guerra in una zona come l’Iraq, ed infine chiaramente l’esplosione del debito pubblico ed i conseguenti interessi.
Questa guerra fu messa a bilancio senza alcuna copertura e ricorrendo al debito, e non aumentando le tasse, ma tagliandole con l’Economic Growth and Tax Relief Reconciliation Act (EGTRRA) del 2001, riforma flagship di Bush con cui si mirava a ridurre il carico fiscale generale, in particolare l’IRPEF, ed il Jobs and Growth Tax Relief Reconciliation Act del 2003, il quale ha anticipato l’entrata in vigore dei tagli previsti dall’EGTRRA e, soprattutto, ha ridotto le tasse sui dividendi e sulle plusvalenze per incentivare i mercati azionari a ridosso dell’inizio della guerra in Iraq.
Chiaramente i posteri della guerra si ripercossero sull’economia globale facendo esplodere una crisi petrolifera vedendo quintuplicato il costo del dollaro al barile a causa della destabilizzazione dell’intero Medio Oriente.
Stiglitz e Bilmes valutano inoltre come sarebbe stato possibile spendere i 3000 miliardi stimati, come ad esempio per tutelare un sistema, quello statunitense, che stava già avvisando crepe strutturali: furono sottratti ad investimenti interni, dalla Social Security agli student loans fino alla ricerca nel senso più ampio possibile. In particolare però pesano gli interessi passivi su quei 3.000 miliardi, dato che, come già sottolineato, la guerra non fu finanziata con le tasse, ma interamente a debito.
Gli autori esaminano inoltre anche gli Emergency Supplementals Appropriation, ovvero richieste di emergenza che permettono di evitare il controllo del Congresso come per la legge di bilancio annuale e le restrizioni del budget federale.
Questo libro rappresenta in maniera molto esemplare i rischi di un’economia di guerra e di come gli strascichi di questo genere di politiche possano indebolire le prospettive delle generazioni future per decenni.
Bush Jr. vinse le elezioni del 2004, circa un anno dopo l’invasione dell’Iraq, con un margine piuttosto stretto, ma non stretto come nel 2000, dimostrando come inizialmente il costo politico della guerra non fu sofferto dalla sua presidenza. Inoltre bisogna ricordare come il Congresso approvò in maniera bipartisan l’inizio dell’invasione dell’Iraq, quando il lascito emotivo dell’11 settembre era ancora estremamente forte.
Tuttavia nelle midterm del 2006 i repubblicani subirono un’importante sconfitta prendendo il controllo del Congresso, mettendo in luce come i cittadini, ormai indisposti per i costi in termini economici e soprattutto di vite umane di questa guerra, fossero pronti a lasciarsela alle spalle. La guerra in Iraq si concluse alla fine del 2011, nel pieno del primo mandato Obama, e fu di fatto la pietra tombale sulla dinastia Bush nella politica statunitense.
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Rompere il salvadanaio per la guerra contro Teheran?
Marx nel 1852 pubblica Der achtzehnte Brumaire des Louis Bonaparte, dove il filosofo tedesco approfondisce il piuttosto civile coup d’état avvenuto in Francia nel 1851 per mano di Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone, col quale fu sancita la fine della Seconda Repubblica e conseguentemente restaurato l’impero.
Il libro descrive Napoleone III come una caricatura dello zio, ed a proposito scrive:“Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per così dire due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”[1]
Risulta calzante questo riferimento a quasi due secoli fa per introdurre nello specifico le affinità e divergenze, in termini economici e politici, tra la War on Terror di Bush e ciò che sta accadendo in questi mesi in Medio Oriente, ma contemporaneamente l’intepretazione di Marx calza fino ad un certo punto: sia Bush che Trump sono figure estremamente comiche, che sia humor nero o meno, lasciando al lettore l’interpretazione.
Per dare un contesto a quest’affermazione è pertinente riportare giusto un esempio per parte, rispettando la par condicio: “Now watch this drive”[2] a favore di camera di George Bush dopo aver invitato l’occidente ad entrare in guerra; e tutti i post condivisi dai media governativi americani negli ultimi mesi, coadiuvati dal “Just for fun”[3] di Trump rispetto ai bombardamenti americani sull’Iran.

Così il senatore democratico di lungo corso Bernie Sanders il 17 marzo su X sottolineava i costi gargantueschi della guerra in Iran, e, proprio come Stiglitz, mette in luce come sarebbe stato possibile virtualmente utilizzare questo budget per il welfare.
Ai quasi 23 miliardi di dollari citati dal senatore del Vermont, la Casa Bianca ha chiesto al Congresso ulteriori 200 miliardi di dollari[5], un aumento di un quarto del budget annuale per la difesa statunitense.
Al contrario di come fu per la War on Terror, il Congresso americano non ha approvato alcuna azione militare statunitense nei confronti dell’Iran e, nonostante entrambe le camere siano a maggioranza repubblicana, c’è una forte presenza bipartisan di fiscal hawks.
Il debito nazionale degli Stati Uniti ha superato i 39 trilioni di dollari[6], crescendo di un trilione in soli cinque mesi a causa principalmente delle spese militari legate al conflitto in esame che, come per la guerra iniziata da Bush, non ha avuto alcuna copertura a bilancio e contemporaneamente ci sono stati anche tagli delle tasse.
Il deficit potrebbe arrivare a cifre ancora più alte, così Michael Peterson, chairman e CEO della Peter G. Peterson Foundation, organizzazione non-profit che lavora per affrontare le sfide fiscali statunitensi: “At the current growth rate, we will hit a staggering $40 trillion in national debt before this fall’s elections. Borrowing trillion after trillion at this rapid pace with no plan in place is the definition of unsustainable.”[7]
Questa richiesta di aumento è formalmente un Emergency Supplementals Appropriation, mezzo già usato da Bush Jr. durante la guerra in Iraq, per finanziare i costi diretti dei combattimenti senza pesare ufficialmente sul bilancio già approvato per il Pentagono.
La motivazione dietro questa richiesta nasce dalla necessità impellente di ricostituire le scorte di munizioni: nelle prime tre settimane di combattimenti c’è stato un dispendio molto maggiore di risorse militari, come missili ed operazioni aeree, rispetto a quanto previsto dal Pentagono. Inoltre una parte dei fondi richiesti in supplemento servirebbe ad accelerare le linee di produzione della difesa statunitense, messe a dura prova dalla simultanea gestione di più fronti globali.[8]
Il segretario alla difesa, o alla guerra se vogliamo attenerci alla denominazione voluta da Trump, Hegseth ha difeso la richiesta durante una conferenza stampa al Pentagono il 19 marzo. Seppur non confermando ufficialmente la cifra esatta dei 200 miliardi, definendola un valore “fluido”, Hegseth ha utilizzato toni diretti: “Servono soldi per uccidere i cattivi”[9].
Giustificare la guerra: discrasie all’interno dell’amministrazione
Contestualmente soltanto il giorno precedente la Director of National Intelligence Tulsi Gabbard, durante una congressional testimony davanti al Senate Intelligence Committee, non ha risposto oralmente alla domanda riguardo l’eventualità di un pericolo imminente riconducibile al programma nucleare iraniano.[10]
Tuttavia nel testo depositato dalla Gabbard presso il medesimo Committee in vista dell’interrogazione si legge che il programma nucleare iraniano fosse stato “obliterato” e che non vi fossero stati tentativi di ripresa dopo i raid del giugno 2025, mentre per l’appunto la sua dichiarazione orale davanti al comitato ha omesso questi dettagli creando una discrasia rispetto al testo scritto depositato, alimentando dubbi sull’effettiva integrità del suo ufficio.[11]
La posizione di Tulsi Gabbard all’interno dell’amministrazione appare sempre più ambigua dal momento in cui, a differenza degli altri membri del gabinetto di Trump, ha mostrato una certa freddezza nel sostenere la decisione di proseguire il conflitto contro l’Iran.
Il giorno ancora precedente a questo hearing della Gabbard, il National Counterterrorism Center director Joe Kent ha dato le dimissioni.[12]
Joe Kent, veterano con esperienza nella CIA e soprattutto fedelissimo di Trump, con una lettera pubblicata su X[13] indirizzata al suo presidente motiva le sue dimissioni, in particolare sottolineando il suo dissenso nei confronti della guerra contro l’Iran: “I cannot in good conscience support the ongoing war in Iran. Iran posed no imminent threat to our nation, and it is clear that we started this war due to pressure from Israel and its powerful American lobby.”[14]
Ha ribadito le sue posizioni in un’intervista col celebre giornalista conservatore Tucker Clarkson, non solo in termini di influenza israeliana nelle decisioni statunitensi, ma addirittura sottolineando come gli israeliani fornissero a Trump delle informazioni che non avevano alcun riscontro per Kent ed il suoi colleghi:“When we would hear what they were saying, it didn’t reflect intelligence channels”.[15]
Secondo le fonti di Associated Press[16], l’FBI aveva già aperto un fascicolo su Kent per eventuale diffusione di materiale riservato, ma, come ormai prassi dell’FBI del direttore Kash Patel, evidentemente le frizioni tra il National Counterterrorism Center director e l’amministrazione erano già insanabili e l’uso personalistico del Bureau da parte di Trump per fini che oserei definire persecutori nei confronti di “dissidenti” non è una novità.
Prima Kent, che gerarchicamente dipendeva da Tulsi Gabbard, e poi quest’ultima rappresentano perfettamente le fratture interne a questa amministrazione, che già ha perso Kristi Noem in quanto ex DHS Secretary.
Il costo della guerra dunque non si può ridurre alla mera partita doppia contabile, che comunque rappresenta un aspetto molto importante e troppo spesso non considerato, ma, come il celebre generale prussiano von Clausewitz disse negli anni trenta del XIX secolo: “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”.[17]
Il risvolto politico di qualsiasi guerra è cruciale in ogni angolo del globo, ma per gli Stati Uniti, che non vedono una guerra sul suo suolo continentale da quella fratricida tra 1861 e 1865, ed in particolare per i cittadini statunitensi ha una consistenza del tutto diversa.
Le urne delle midterm saranno la cartina tornasole di quest’anno di discontinuità per la presidenza Trump, costretto a far fronte ad un aggravamento della situazione economica interna agli USA[18], ed una base repubblicana sempre più diffidente rispetto a questa nuova politica estera aggressiva.
Note
[1] K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Roma, Editori Riuniti, 1991.
[2] https://www.youtube.com/watch?v=1HZ3Tjohwqo
[3]https://www.msn.com/en-us/news/insight/trump-s-for-fun-war-remark-sparks-outrage/gm-GMDD4BB41?gemSnapshotKey=GMDD4BBA41-snapshot-4&uxmode=ruby
[4] https://x.com/SenSanders/status/2034020213620949441?s=20 [5]https://apnews.com/article/iran-war-us-pentagon-972ec1bd956a2c3633e6ab7fff389791?utm_campaign=trueAnthem%3A+New+Content+%28Feed%29&utm_medium=trueAnthem&utm_source=twitter
[6] https://apnews.com/article/us-national-deficit-hits-39-million-6ff73495bae701b5c009d3da5515ca3a
[7] ibidem
[8] https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/03/18/iran-cost-budget-pentagon/
[9]https://www.pbs.org/newshour/world/it-takes-money-to-kill-bad-guys-hegseth-says-as-pentagon-seeks-billions-in-additional-funds-for-the-iran-war [10]https://www.nbcnews.com/politics/national-security/intel-chief-gabbard-declines-say-iran-posed-imminent-threat-us-rcna264077?cid=eml_npd_nws_mrd_03192026&tpcc=eml_npd_nws_mrd_03192026
[11] ibidem
[12]https://www.nbcnews.com/politics/national-security/national-counterterrorism-center-resigns-iran-war-rcna263692
[13] https://x.com/joekent16jan19/status/2033897242986209689?s=20
[14] ibidem
[15] https://www.cbc.ca/news/world/joe-kent-tucker-carlson-iran-war-criticism-9.7134242 [16] https://apnews.com/article/fbi-counterterrorism-classified-documents-de5efb8bc0bdb59b45c247b6251ab6f6
[17] C. von Clausewitz, Della guerra, a cura di G. E. Rusconi, Torino, Einaudi, 2007. [18]https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-03/quo-065/economia-usa-al-bivio-l-impatto-della-guerra-su-prezzi-consumi-e.html#:~:text=*%20Iscriviti%20alla%20Newsletter.%20*&text=e%20iscriviti%20alla%20Newsletter%20(DCM)
Foto copertina:Costo della guerra tra Iran e Iraq













