L’Egitto in un equilibrio fragile tra guerra regionale e crisi interna.
La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti ha messo in luce, con particolare evidenza, la posizione scomoda dell’Egitto nello scenario mediorientale. Come osserva il ricercatore Baudouin Long, il Cairo si trova oggi intrappolato in una situazione di dipendenza doppia: da un lato il sostegno economico dei paesi del Golfo, dall’altro l’alleanza strategica con Israele e Stati Uniti.
Pur restando formalmente fuori dal conflitto, l’Egitto ne subisce tutte le conseguenze, senza avere gli strumenti per influenzarne l’evoluzione.
Una diplomazia attiva ma senza peso
La reazione del Cairo è stata rapida ma limitata. L’obiettivo principale era evitare un’escalation e contenere i danni, più che incidere realmente sugli equilibri della guerra.
Come sottolinea Long, l’Egitto ha attivato i consueti canali diplomatici – incontri bilaterali, missioni regionali, contatti indiretti con Teheran – senza però riuscire a tradurre queste iniziative in risultati concreti.
La scelta di non intervenire militarmente è coerente con questa linea: il paese non vuole essere trascinato in un conflitto che non controlla e che rischierebbe di destabilizzarlo ulteriormente.
La reazione diplomatica dell’Egitto riflette la sua preoccupazione per le conseguenze della guerra e, implicitamente, rivela l’imbarazzo del Cairo, se non la disapprovazione, nei confronti di Tel Aviv e Washington. In realtà, la guerra mette in luce due dipendenze strategiche. La prima è la dipendenza dai capitali del Golfo. La seconda riguarda il rapporto strategico con Israele e gli Stati Uniti, che, nell’era di Trump e Netanyahu, indebolisce l’Egitto.
Un’economia colpita su tutti i fronti
Le ripercussioni della guerra sono state immediate e gravi per l’economia egiziana, particolarmente scossa durante il mese di conflitto: pressione sulle forniture energetiche, deprezzamento della sterlina, aumento dei prezzi e difficoltà per il settore privato. In definitiva, è il popolo egiziano a subirne già le conseguenze quotidianamente, e queste potrebbero peggiorare con un possibile nuovo shock monetario .
La posta in gioco è alta, soprattutto perché l’economia egiziana stava iniziando a riprendersi dagli effetti delle precedenti crisi innescate dalla pandemia di COVID-19 (2019), dalla guerra in Ucraina (2022) e dalla guerra a Gaza (2023).
Secondo Long, il modello economico egiziano si basa su tre pilastri fragili: turismo, Canale di Suez e rimesse dall’estero. Oggi tutti e tre sono sotto pressione.
Le tensioni nel Mar Rosso riducono il traffico nel Canale, il turismo rallenta e le rimesse – oltre 40 miliardi di dollari nel 2025 – rischiano di diminuire a causa delle difficoltà economiche nei paesi del Golfo.
A ciò si aggiunge la crisi energetica: la sospensione delle forniture di gas israeliano ha aggravato una situazione già critica, costringendo il governo a misure di austerità.
Il nodo del Golfo
La dipendenza dai paesi del Golfo è uno degli elementi più delicati. Dall’arrivo al potere di Abdel Fattah el-Sisi, l’Egitto ha potuto contare su ingenti aiuti economici.
Ma, come evidenzia Long, questo equilibrio potrebbe incrinarsi. Il rallentamento economico del Golfo mette in dubbio la capacità di questi paesi di continuare a sostenere il Cairo.
Una frase attribuita a Sisi nel 2015 – “hanno soldi come il riso” – oggi suona molto meno attuale.
Un’alleanza sempre più difficile
Anche sul piano geopolitico emergono tensioni. Il rapporto con Israele, rafforzatosi dopo il 2013 anche grazie al sostegno di Benjamin Netanyahu, sta diventando più problematico.
Secondo Long, le recenti strategie israeliane sono percepite dal Cairo come destabilizzanti. In particolare, l’ipotesi di spostare la popolazione palestinese nel Sinai rappresenta una linea rossa per l’Egitto.
Allo stesso tempo, il legame con gli Stati Uniti resta fondamentale ma sempre più squilibrato. In questo contesto, l’Egitto sta cercando di ampliare i propri margini di manovra. Il rafforzamento dei rapporti con Europa, Russia e Cina va letto in questa prospettiva. Non si tratta di una rottura con gli alleati tradizionali, ma di un tentativo di ridurre la dipendenza e guadagnare maggiore autonomia.
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Le conseguenze interne
Le difficoltà economiche e le tensioni geopolitiche hanno effetti diretti sulla situazione interna. Il peggioramento delle condizioni di vita rischia di alimentare il malcontento sociale.
Come sottolinea Long, anche la legittimità politica del regime potrebbe risentirne nel lungo periodo. La questione è resa ancora più delicata dal fatto che Sisi si trova nel suo terzo mandato e dovrà affrontare il tema della successione.
L’Egitto si trova oggi in una posizione complessa: dipendente, esposto e con margini di manovra limitati. La guerra contro l’Iran non ha fatto altro che rendere più visibili queste fragilità.
Nel breve periodo, il Cairo continuerà a muoversi con cautela. Ma nel lungo termine, sarà inevitabile ripensare il proprio ruolo nella regione.
Foto copertina: Piramidi Egitto













