Kharkiv. Complessa, indomita, ferita, indistruttibile: intervista a Yaryna Grusha

Kharkiv. Complessa, indomita, ferita, indistruttibile
Kharkiv. Complessa, indomita, ferita, indistruttibile

Nel volume Kharkiv. Complessa, indomita, ferita, indistruttibile (Paesi Edizioni), Yaryna Grusha racconta Kharkiv non solo come città del fronte della guerra russo-ucraina, ma anche come centro storico della cultura, della scienza e dell’intellettualità ucraina, con particolare attenzione alla sua identità di città di confine tra Oriente e Occidente.


Con Kharkiv, Yaryna Grusha non scrive semplicemente il ritratto di una città sotto assedio. Costruisce piuttosto una biografia collettiva di una comunità che la guerra ha trasformato in simbolo della resistenza ucraina. Il volume della collana “Città geopolitiche” di Paesi Edizioni evita la trappola del reportage bellico puro e sceglie invece una prospettiva più ampia: raccontare come una città di frontiera, storicamente sospesa tra influenze diverse, sia diventata uno dei luoghi in cui si gioca il futuro dell’identità ucraina.
Il merito principale del libro sembra essere quello di restituire a Kharkiv una profondità storica e culturale che la cronaca della guerra tende a cancellare. La città emerge come capitale dell’intelligenza ucraina diversa da Kyiv, laboratorio scientifico, centro letterario e spazio di convivenza linguistica, prima ancora che come bersaglio dei missili russi. In questo senso Grusha combatte una seconda guerra: quella contro la riduzione dell’Ucraina a semplice teatro di operazioni militari.

Yaryna Grusha (Yampil, Ucraina, 1986) è autrice, traduttrice. Insegna Lingua e letteratura ucraina alle università di Milano e Bologna.
Yaryna Grusha (Yampil, Ucraina, 1986) è autrice, traduttrice. Insegna Lingua e letteratura ucraina alle università di Milano e Bologna.

L’autrice interpreta il conflitto non soltanto come uno scontro territoriale, ma come un progetto di cancellazione culturale e identitaria. Grusha insiste sul fatto che la guerra colpisce soprattutto i civili, le istituzioni culturali, le biblioteche, le scuole e persino la memoria collettiva del Paese. Questa chiave di lettura attraversa il libro e gli conferisce una forte tensione etica.
Particolarmente interessante è il ruolo attribuito agli scrittori e agli artisti. Grusha mostra come la cultura non rappresenti un lusso da tempo di pace, ma uno strumento di sopravvivenza. Festival letterari organizzati nei rifugi antiaerei, poeti al fronte e comunità che continuano a raccontarsi diventano segni di una resistenza che non è soltanto militare ma anche simbolica.
L’autrice porta all’attenzione del lettore aspetti dell’architettura della città che si fonde con la memoria di un popolo. É il caso del Budynok Slovo edificio destinato agli artisti della RSS Ucraina: scrittori, registi teatrali, sceneggiatori. Un luogo-simbolo almeno fino al 1932 quando il partito Comunista emana un decreto sulla liquidazione delle organizzazioni artistico-letterarie e di conseguenza gli inquilini dello Slovo iniziano a sparire di notte…

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Intervista all’autrice

Nel libro lei descrive Kharkiv come una città “ferita ma indistruttibile”. Qual è stato il momento in cui ha capito che la resistenza della città andava oltre la dimensione militare e riguardava soprattutto la sua identità culturale?
«La strategia della Russia consiste nel bombardare le città ucraine delle retrovie affinché vengano rase al suolo o rese invivibili. Di conseguenza, i cittadini sono costretti a lasciare le loro case e le loro città, che diventano così molto più facili da conquistare via terra, senza incontrare resistenza. A Kharkiv la resistenza passa non soltanto attraverso la presenza dei militari, ma anche attraverso la nascita di numerose iniziative culturali che aiutano a resistere coloro che sono rimasti in città. Gli attacchi mirati russi contro monumenti e istituzioni culturali di primaria importanza confermano gli appetiti imperiali della Russia, che non prevedono l’esistenza di alcuna cultura diversa dalla propria».

Lei sostiene che la guerra russa contro l’Ucraina sia anche un progetto di cancellazione. In che modo Kharkiv, città storicamente bilingue e di confine, mette in discussione la narrazione russa secondo cui esisterebbe una naturale continuità tra mondo russo e mondo ucraino?
«In tutta la storia della coesistenza tra la cultura russa e quella ucraina, il loro rapporto è stato segnato dalle dinamiche tra un impero e una colonia. La Russia è stata, e continua a essere, un impero che non vuole concedere alla sua ex colonia una piena indipendenza: né economica, né politica, né culturale. Kharkiv, russificata deliberatamente per secoli e considerata da Mosca un terreno favorevole all’arrivo delle truppe russe, con la sua resistenza dimostra oggi di aver coltivato in parallelo, spesso sotto traccia, una forte cultura ucraina. Una cultura che comprende non soltanto tradizioni artistiche e linguistiche, ma anche valori politici legati all’indipendenza, alla democrazia e all’appartenenza europea. Oggi Kharkiv, come molte altre città ucraine, non vuole tornare a vivere sotto l’ala della Russia. Ciò significherebbe tornare a essere una colonia e ricadere in una nuova forma di dipendenza da Mosca, quella dalla quale l’Ucraina si era finalmente e pacificamente liberata nel 1991».

Nel suo racconto gli scrittori e i poeti assumono quasi una funzione terapeutica per la società. Che cosa può fare oggi la letteratura che la politica e l’informazione non riescono a fare?
«La letteratura sa raccontare le storie delle persone. Sa esplorare i meandri dell’animo umano là dove la politica non arriva. È uno spazio che dà voce alle esperienze capaci di aiutare gli altri a immedesimarsi, a empatizzare e ad attraversare il dolore insieme. La letteratura ti ricorda che non sei mai solo e che qualcun altro, prima di te, ha vissuto una storia simile alla tua».

Molti osservatori occidentali conoscono Kharkiv soltanto attraverso le immagini delle distruzioni. Quale luogo, personaggio o episodio della storia cittadina le piacerebbe che i lettori italiani scoprissero per primo?
«La Cattedrale ortodossa dell’Intercessione, dedicata alla Madonna, patrona dei cosacchi, e alla festa dell’Intercessione — Pokrova in ucraino. È un luogo che aiuta a comprendere la storia secolare della città, simbolo della sua anima ucraina e del profondo legame con la fondazione di Kharkiv e con il territorio su cui è sorta».

Nel libro emerge una tensione costante tra memoria e futuro. Come immagina Kharkiv tra vent’anni: come una città che conserverà le cicatrici della guerra o come una città che proverà a reinventarsi completamente?
«Il futuro è una sfida non solo per Kharkiv, ma per tutte le città ucraine. In alcuni luoghi, come a Irpin, vediamo le rovine del vecchio ponte bombardato lasciate accanto a quello nuovo, ricostruito. Credo che queste cicatrici ci aiutino a ricordare il sacrificio compiuto da tutti per un futuro comune di pace. Un’altra delle sfide che le città ucraine dovranno affrontare sarà quella di diventare luoghi sicuri e inclusivi per i militari e i civili mutilati dalla guerra. Lo spazio urbano dovrà essere reso adatto e non ostile a coloro che le cicatrici le portano sul proprio corpo».

Da studiosa, traduttrice e scrittrice che vive tra Ucraina e Italia, quali sono i principali equivoci che incontra quando parla della guerra al pubblico italiano, e che cosa spera che il suo libro contribuisca a correggere?
«Dobbiamo continuare a tenere a mente chi ha iniziato questa guerra, chi ha lanciato l’invasione su larga scala. Nello spazio mediatico, non sempre affidabile, spesso si perde di vista questa semplice verità: la Russia ha invaso l’Ucraina e l’Ucraina non ha mai cercato questa guerra. Sta soltanto resistendo e rispondendo agli attacchi. Per porre fine alla guerra, la Russia deve tornare entro i propri confini e lasciare in pace gli ucraini. Non sono gli ucraini che devono smettere di combattere, perché la loro è una guerra di resistenza. Il giorno in cui gli ucraini deporranno le armi e abbasseranno la guardia, il giorno dopo potrebbe non esserci più una casa in cui tornare né un paese in cui sentirsi ucraini».

Dopo oltre quattro anni di guerra, quali condizioni ritiene imprescindibili affinché una pace possa essere percepita come giusta e sostenibile dalla società ucraina, e non semplicemente come una tregua imposta dalle circostanze?
«Nonostante le troppe ingiustizie, non ho perso la fiducia nella giustizia. Coloro che hanno organizzato il massacro degli ucraini devono finire sul banco degli imputati e affrontare un processo pubblico. I criminali di guerra devono rispondere dei crimini che hanno commesso e devono pagare le riparazioni per le vite distrutte degli ucraini e non solo degli ucraini, ma di tutti coloro che si trovavano sul suolo ucraino e le cui vite sono state sconvolte dall’invasione russa. In passato l’URSS l’ha fatta franca fin troppe volte. Forse un processo pubblico rappresenta anche una condizione necessaria per aiutare la stessa Russia ad avere un futuro all’interno della società civile europea e internazionale».

Guardando oltre il conflitto, quale futuro immagina per l’Ucraina? Quali sfide, ma anche quali opportunità, vede nel percorso di ricostruzione materiale, culturale e politica del Paese?
«Mi è difficile guardare oltre l’invasione russa, che non chiamerei con la parola neutra “conflitto”. Il danno causato dall’invasione russa, a livello economico, sociale e personale, è talmente profondo che le sue conseguenze accompagneranno le generazioni future e dovranno essere gestite dall’Ucraina negli anni a venire. La nostra società sta ancora elaborando gli effetti a lungo termine della vita sotto il regime sovietico, e l’invasione russa ha avuto un impatto ancora più devastante».


Foto copertina: Yaryna Grusha, “Kharkiv. Complessa, indomita, ferita, indistruttibile”. Paesi Edizioni, 2025