La guerra economica ha sostituito quella militare?

Competizione USA-Cina sui semiconduttori La fotografia Reuters mostra circuiti e semiconduttori con le bandiere americana e cinese: è molto efficace per rappresentare la guerra tecnologica e il controllo delle filiere strategiche.
Competizione USA-Cina sui semiconduttori La fotografia Reuters mostra circuiti e semiconduttori con le bandiere americana e cinese: è molto efficace per rappresentare la guerra tecnologica e il controllo delle filiere strategiche.

Come sanzioni, dazi e tecnologia stanno ridisegnando il potere globale


A cura di Ludovica Castellana

Per secoli, il potere degli Stati si è misurato attraverso la forza militare.
La capacità di conquistare territori, mantenere eserciti numerosi e proiettare la propria influenza oltre i confini nazionali costituiva il principale indicatore della posizione di una potenza nello scenario internazionale. Oggi, però, il panorama geopolitico appare profondamente mutato. Le grandi potenze continuano a investire nella difesa e nella deterrenza militare, ma il confronto si combatte sempre più spesso su un terreno diverso: quello dell’economia. Sanzioni finanziarie, dazi commerciali, restrizioni tecnologiche, controllo delle materie prime critiche e delle catene di approvvigionamento sono diventati strumenti di pressione strategica. In molti casi consentono di infliggere danni significativi a un avversario senza ricorrere direttamente all’uso della forza. È questa trasformazione che ha portato numerosi analisti a parlare di una nuova “guerra economica”, nella quale il commercio e la tecnologia assumono un ruolo centrale nella competizione tra Stati. La domanda, tuttavia, rimane aperta: la guerra economica ha davvero sostituito quella militare oppure rappresenta soltanto una nuova dimensione del conflitto internazionale?

Dalla globalizzazione alla competizione strategica

Negli anni Novanta, con la fine della Guerra Fredda, sembrava affermarsi un paradigma destinato a ridurre il rischio di conflitti tra le grandi potenze. La crescente integrazione economica mondiale, favorita dalla liberalizzazione degli scambi e dall’espansione delle catene globali del valore, alimentava la convinzione che l’interdipendenza economica avrebbe reso la guerra sempre meno conveniente. In altre parole, Paesi fortemente integrati sul piano commerciale avrebbero avuto troppo da perdere da un confronto militare. Per circa due decenni questa visione ha trovato conferme. La globalizzazione ha favorito una crescita economica senza precedenti e ha intrecciato le economie di Stati Uniti, Cina, Europa e numerosi Paesi emergenti. Negli ultimi anni, però, questo modello ha mostrato tutte le sue fragilità. La crisi finanziaria del 2008, la pandemia di Covid-19, le tensioni commerciali tra Washington e Pechino e il conflitto in Ucraina hanno evidenziato quanto le interdipendenze possano trasformarsi in vulnerabilità strategiche. La globalizzazione non è scomparsa, ma è entrata in una nuova fase. Gli Stati non puntano più esclusivamente all’efficienza economica: cercano anche resilienza, sicurezza e autonomia strategica. L’economia non è più soltanto uno strumento di prosperità, ma una leva di potere.

Le nuove armi della geoeconomia

La guerra economica si manifesta attraverso strumenti molto diversi tra loro, accomunati dalla capacità di influenzare il comportamento di altri Stati senza ricorrere direttamente all’impiego della forza armata. Le sanzioni rappresentano probabilmente l’esempio più evidente. Congelare beni finanziari, limitare l’accesso ai mercati internazionali o escludere un Paese da determinati circuiti economici può produrre conseguenze profonde sulla sua capacità di finanziare investimenti, sostenere l’industria o mantenere la stabilità interna. Negli ultimi anni le sanzioni sono diventate uno degli strumenti privilegiati delle democrazie occidentali per rispondere a crisi internazionali senza impegnarsi in un conflitto diretto. Anche i dazi hanno assunto una funzione diversa rispetto al passato. Se per decenni erano considerati principalmente strumenti di politica commerciale, oggi vengono utilizzati per ridurre dipendenze strategiche e proteggere settori ritenuti essenziali per la sicurezza nazionale. Il commercio internazionale non è più governato esclusivamente dalla logica del vantaggio comparato: sempre più spesso prevale quella dell’interesse geopolitico.

Ancora più significativa è la competizione tecnologica. Semiconduttori avanzati, intelligenza artificiale, cloud computing, quantum computing e infrastrutture digitali costituiscono oggi asset strategici comparabili, per importanza, alle risorse energetiche del secolo scorso. Il controllo di queste tecnologie determina non soltanto la competitività economica, ma anche la superiorità militare e la capacità di influenzare gli equilibri internazionali. Infine, un ruolo decisivo è assunto dalle catene globali di approvvigionamento. La pandemia e le crisi geopolitiche hanno mostrato quanto sia rischioso dipendere da un numero limitato di fornitori per prodotti essenziali. Per questo molti governi promuovono politiche di friend-shoring, near-shoring e de-risking, cercando di concentrare produzioni strategiche in Paesi alleati o geograficamente più vicini. La guerra economica contemporanea, quindi, non consiste semplicemente nell’imporre sanzioni o limitazioni commerciali, ma nel ridurre la capacità di un avversario di trasformare capitale, materie prime, tecnologia e capacità industriale in potere militare. L’obiettivo è quindi colpire il sistema che sostiene la forza armata, piuttosto che le forze armate stesse[1].

Quando la guerra militare diventa guerra economica: il caso Stati Uniti-Iran

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran dimostra forse meglio di qualsiasi altro caso contemporaneo come guerra militare e guerra economica siano ormai due facce della stessa medaglia. Sebbene il confronto sia caratterizzato da attacchi armati, operazioni navali e bombardamenti, una parte significativa della strategia di entrambe le parti consiste nel colpire l’avversario attraverso i suoi interessi economici, piuttosto che esclusivamente sul campo di battaglia. L’esempio più evidente è rappresentato dallo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita una quota rilevante del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. Più che una semplice posizione geografica, Hormuz è un vero e proprio chokepoint geopolitico: chi è in grado di minacciarne la navigazione può esercitare una pressione economica su scala globale. Durante il conflitto del 2026, Teheran ha sfruttato questa leva attraverso attacchi selettivi alle navi commerciali e una limitazione de facto del traffico marittimo, facendo aumentare il premio di rischio per gli armatori, i costi assicurativi e i prezzi dell’energia sui mercati internazionali. L’obiettivo non era soltanto ostacolare le operazioni militari statunitensi, ma aumentare il costo economico del conflitto per Washington e per i suoi alleati, trasformando la sicurezza delle rotte energetiche in una carta negoziale. In questo senso, lo Stretto di Hormuz non è soltanto un teatro di operazioni militari, ma uno strumento di coercizione economica. Più che conquistare territorio, l’Iran cerca di influenzare le decisioni politiche degli avversari facendo leva sulla dipendenza globale dal Golfo Persico. Ogni petroliera costretta a cambiare rotta, ogni giorno di ritardo nelle esportazioni, ogni aumento del prezzo del Brent si traduce in inflazione, instabilità finanziaria e pressione politica sui governi importatori. Anche senza una chiusura totale dello stretto, la sola capacità di minacciarne il funzionamento genera effetti economici di portata globale. In altre parole, l’Iran sta sfruttando la sua capacità di controllare un nodo centrale delle reti commerciali, utilizzando tale posizione per esercitare coercizione nei confronti di altri attori internazionali. Questo fenomeno è anche noto come weaponized interdependence[2].

La risposta degli Stati Uniti conferma questa dinamica. Oltre alle operazioni militari per garantire la libertà di navigazione, Washington continua a fare ampio ricorso a strumenti economici: sanzioni contro istituzioni finanziarie iraniane, restrizioni alle esportazioni, congelamento di beni e pressione diplomatica sugli alleati affinché limitino i rapporti economici con Teheran. Il risultato è una strategia ibrida nella quale le operazioni militari servono a sostenere gli strumenti economici e, viceversa, la pressione economica mira a rafforzare gli obiettivi strategici perseguiti sul piano militare. Il caso iraniano evidenzia quindi un cambiamento fondamentale nella natura dei conflitti contemporanei. L’obiettivo non è più soltanto distruggere le capacità militari dell’avversario, ma incidere sulla sua capacità economica di sostenere il conflitto, alterare il funzionamento dei mercati globali e aumentare il costo politico delle decisioni strategiche. In altre parole, anche quando la guerra è combattuta con missili e droni, la vittoria si gioca sempre più spesso sui mercati energetici, nelle reti commerciali e lungo le infrastrutture della globalizzazione. È questa convergenza tra forza militare e coercizione economica che rende il concetto di geoeconomia uno degli strumenti interpretativi più utili per comprendere i conflitti del XXI secolo.

I limiti della guerra economica

Nonostante la crescente importanza degli strumenti economici, sarebbe un errore considerarli un sostituto della forza militare. Le sanzioni, ad esempio, non sempre raggiungono gli obiettivi politici prefissati. In alcuni casi rafforzano il consenso interno dei governi colpiti o spingono gli Stati sanzionati a costruire nuove reti commerciali alternative. Analogamente, i dazi possono avere effetti negativi anche sulle economie che li impongono, aumentando i costi per imprese e consumatori. Anche il controllo delle tecnologie presenta limiti evidenti. Bloccare l’accesso a determinate innovazioni può rallentare un concorrente, ma difficilmente ne arresta lo sviluppo nel lungo periodo. Al contrario, può incentivare investimenti nella ricerca domestica e accelerare la costruzione di filiere indipendenti. Soprattutto, la guerra economica non elimina il ricorso alla forza armata. Gli ultimi anni hanno dimostrato che strumenti economici e strumenti militari tendono a coesistere. Le sanzioni accompagnano spesso i conflitti; raramente riescono, da sole, a impedirli.

Un conflitto sempre più complesso

Più che sostituire la guerra tradizionale, la guerra economica ne rappresenta oggi un’estensione. Il confronto tra grandi potenze si sviluppa contemporaneamente su più livelli: commerciale, finanziario, tecnologico, industriale, informativo e militare. L’obiettivo non è soltanto vincere una battaglia, ma costruire una posizione di vantaggio strutturale nel lungo periodo. La competizione internazionale del XXI secolo si fonda sulla capacità di controllare dati, infrastrutture digitali, reti energetiche, materie prime strategiche e innovazione tecnologica. In questo contesto, la distinzione tra economia e sicurezza nazionale diventa sempre più sfumata. La guerra economica, dunque, non ha sostituito quella militare. Ha però modificato profondamente il modo in cui gli Stati esercitano il potere e perseguono i propri interessi. Le armi del futuro non saranno soltanto missili e carri armati, ma anche microchip, algoritmi, cavi sottomarini, terre rare e sistemi finanziari. Comprendere questa trasformazione significa leggere con maggiore lucidità la politica internazionale contemporanea. Le guerre del futuro potrebbero continuare a essere combattute sul campo di battaglia, ma la

loro preparazione, e spesso il loro esito, si deciderà sempre più nelle fabbriche di semiconduttori, nei mercati finanziari e lungo le catene globali del valore.


Note

[1] Jensen, B., & Clayton, J. (2026). Economic warfare and military power: How the United States can win the next era of strategic competition. Center for Strategic and International Studies. https://www.csis.org/analysis/economic-warfare-and-military-power
[2] Farrell, H., & Newman, A. L. (2019). Weaponized interdependence: How global economic networks shape state coercion. International Security, 44(1), 42–79. https://doi.org/10.1162/isec_a_00351