Nel luglio 2025, la Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto che tutti gli Stati hanno obblighi giuridici in materia di cambiamento climatico. Una decisione storica, nata da sei anni di mobilitazione dei giovani delle isole del Pacifico, che rafforza il legame tra giustizia climatica, diritti umani e responsabilità internazionale.
Di Virgilia De Cicco
Nel luglio 2025 la Corte internazionale di giustizia ha emesso uno storico parere consultivo in cui ha dichiarato che tutti i paesi hanno l’obbligo giuridico di proteggere il sistema climatico terrestre e che, se non lo fanno, possono essere costretti a risarcire i danni. Le domande alla base della pronuncia della Corte sono particolarmente ampie e possono considerarsi il frutto di sei anni di mobilitazione partita da alcuni giovani abitanti delle isole del Pacifico.
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Dal vissuto alla norma: il contributo delle comunità vulnerabili
Quello che era iniziato come un semplice compito assegnato durante un seminario sulla giustizia climatica tenutosi alla University of the South Pacific delle Figi, ha dato il via a una campagna globale volta a ottenere dalla Corte internazionale di giustizia un chiarimento definitivo sugli obblighi degli Stati in materia di cambiamenti climatici e sulle conseguenze del mancato rispetto di tali obblighi, con particolare attenzione proprio ai piccoli Stati insulari in via di sviluppo.
Infatti, Stati insulari come Vanuatu, Tuvalu, Barbados e altri nel Pacifico e nei Caraibi sono tra i più vulnerabili agli effetti della crisi climatica, nonostante contribuiscano in misura minima alle emissioni globali di gas serra. Per queste nazioni, l’innalzamento del livello del mare non è una minaccia astratta, ma un pericolo concreto che si traduce nel rischio di perdere casa, identità, cultura e territorio. Non a caso, uno dei principali ostacoli per il Pacific Islands Students Fighting Climate Change, PISFCC, (il gruppo di studenti provenienti dai paesi insulari del Pacifico, che ha avuto l’idea di chiedere alla più alta corte del mondo di emettere un parere consultivo sulla crisi climatica) è stato proprio quello di riuscire a colmare il divario tra ciò che queste comunità sperimentano quotidianamente e la lentezza delle risposte normative a livello internazionale. Come si legge sul blog di Oxfam: “Il divario tra la realtà viscerale del cambiamento climatico nel Pacifico e le deliberazioni astratte degli spazi multilaterali non è solo lessicale, ma profondamente umano. Si tratta di un ostacolo notevole, perché superarlo richiede uno sforzo costante e intenzionale; ed è proprio in questo sforzo costante che si trova il significato dell’opinione consultiva della Corte internazionale di giustizia sul clima per il PISFCC e il nostro Pacifico blu. Per il PISFCC è il culmine di sei anni di impegno a favore delle terre e dei mari. Per il Pacifico, si tratta di dare un’altra possibilità a un sistema che ha ignorato la nostra gente. In sostanza, questo è ciò che significa per noi la lotta per la giustizia climatica. Un esercizio di collaborazione che ha costretto ogni livello di governo a riconoscere che le nostre lotte sono intrecciate e non vincolate dai confini”.
Obblighi giuridici oltre i trattati: una base più solida per l’azione climatica
La crisi climatica è, infatti, un problema globale e questo non esonera ma anzi acuisce la responsabilità dei singoli Stati. Uno degli aspetti più rilevanti del parere pronunciato dalla Corte è stato proprio il riconoscimento dell’esistenza di obblighi giuridici concreti in capo agli Stati in materia di cambiamento climatico. Obblighi che si manifestano sia per quanto riguarda la mitigazione – in linea con l’obiettivo di mantenere la temperatura entro 1.5C così come stabilito dall’Accordo di Parigi – che per l’adattamento, le perdite e i danni. Su questo punto, la sentenza sottolinea che gli obblighi giuridici legati alla questione climatica non si fondano esclusivamente sui trattati internazionali dedicati specificamente alla questione climatica. Oltre a questi, infatti, la Corte richiama una pluralità di fonti normative da cui tali obblighi derivano, ampliando così la base giuridica su cui poggia l’azione degli Stati.
Tra le fonti richiamate dalla Corte figurano innanzitutto le norme di diritto internazionale consuetudinario, che risultano vincolanti anche per gli Stati che non hanno aderito a trattati specifici. Si tratta di regole nate dalla ripetizione costante e uniforme di una pratica, accompagnata dalla convinzione che essa sia giuridicamente obbligatoria. In particolare, la Corte ha individuato come consuetudinarie e dunque vincolanti due norme fondamentali: il dovere di prevenire danni significativi al clima e all’ambiente causati dalle emissioni antropogeniche di gas serra, e l’obbligo di cooperazione tra Stati in materia ambientale. Inoltre, analizzando il rapporto tra trattati e diritto consuetudinario, la sentenza ha evidenziato come queste due fonti del diritto internazionale debbano integrarsi a vicenda, in un’interpretazione armoniosa, coerente e sistemica, favorendo così una più solida e inclusiva risposta giuridica alla crisi climatica. Questa integrazione tra norme consuetudinarie e trattati internazionali, infatti, non solo consente di estendere la portata degli impegni ambientali anche a quegli Stati che non hanno ratificato specifici accordi, ma offre importanti ulteriori vantaggi: rafforza il quadro giuridico complessivo, colma eventuali lacune normative e garantisce una maggiore uniformità nell’interpretazione degli obblighi climatici.
Rispondendo alla medesima esigenza, la Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto il diritto a un ambiente sano, pulito e sostenibile come condizione imprescindibile per il pieno esercizio e godimento di tutti gli altri diritti umani. Con questa affermazione, quindi, ha incluso anche il diritto internazionale dei diritti umani tra le fonti normative da cui derivano gli obblighi climatici degli Stati, rafforzando così il legame tra giustizia climatica e giustizia sociale.
Responsabilità differenziate e obblighi di riparazione
In quest’ottica, inoltre, la Corte ha ribadito l’importanza di un principio chiave della diplomazia climatica: le responsabilità comuni ma differenziate. Un principio centrale nei negoziati internazionali, che la Corte ha voluto valorizzare come bussola per un’azione multilaterale più equa. Già sancito nell’Accordo di Parigi, la Corte lo richiama esplicitamente, sottolineando che la lotta al cambiamento climatico riguarda tutti gli Stati, ma che ciascuno deve contribuire in modo proporzionato alla propria responsabilità storica e alle proprie possibilità attuali. Si tratta di un punto cruciale per i Paesi in via di sviluppo e per i piccoli Stati insulari, che da anni chiedono con forza un’applicazione più giusta delle regole climatiche internazionali. Il parere della Corte rafforza quindi questo approccio, legittimandolo giuridicamente e richiamando gli Stati più industrializzati a un impegno concreto e proporzionato, appunto, alle rispettive responsabilità.
Un altro elemento centrale del parere riguarda il tema delle perdite e dei danni (loss and damage), da tempo al centro del dibattito climatico globale. La Corte ha chiarito che gli Stati che, con le loro azioni o omissioni, hanno causato danni significativi al sistema climatico possono essere ritenuti giuridicamente responsabili e soggetti a obblighi di riparazione. In particolare, la sentenza stabilisce che, in caso di violazione degli obblighi in materia climatica, lo Stato colpevole ha il dovere di interrompere il comportamento illecito, fornire garanzie di non ripetizione e assicurare una riparazione adeguata, attraverso restituzione, compensazione o soddisfazione, anche congiunte.
“Le conseguenze giuridiche derivanti da atti illeciti dipendono dalla natura della violazione e del danno subito”, afferma la Corte, ribadendo che il risarcimento può essere richiesto anche in contesti dove il danno non è imputabile a un solo Stato, ma deriva da comportamenti cumulativi e diffusi. In tal senso, la Corte riconosce che ogni Stato leso può invocare separatamente la responsabilità di tutti gli Stati che hanno concorso a provocare il danno ambientale, configurando così un principio di responsabilità condivisa e multilivello. Questo orientamento contribuisce a rafforzare il dibattito su “loss and damage”, conferendo una base giuridica a una richiesta che, fino ad oggi, era spesso trattata come una rivendicazione politica. Per i piccoli Stati insulari, che già subiscono gli effetti più drammatici della crisi climatica — dall’erosione costiera alla salinizzazione delle falde acquifere — questo parere apre nuovi scenari, anche in termini di ricorsi internazionali, negoziazione di fondi e accesso a risarcimenti concreti.
Una leva politica e legale per il futuro
Ma la responsabilità, sottolinea la Corte, non riguarda solo i danni già causati. Gli Stati hanno anche l’obbligo di agire in modo preventivo, secondo uno standard elevato di dovuta diligenza, per evitare che le proprie politiche energetiche o industriali provochino danni futuri. In questo senso, la sentenza contribuisce a rafforzare l’idea che la giustizia climatica non è più una questione morale o diplomatica, ma un dovere giuridico internazionale.
Ecco perché la pronuncia della Corte costituisce molto più di un semplice parere non vincolante. Per i piccoli Stati insulari e per le generazioni future, questa pronuncia rappresenta un passo avanti: non risolve l’emergenza, ma offre una leva normativa e politica per reclamare giustizia e riparazione. La vera sfida, ora, sarà tradurre questa cornice giuridica in azioni reali e strumenti operativi, perché la giurisprudenza, da sola, non abbassa le temperature né ferma le inondazioni. Ma può fare qualcosa di altrettanto potente: costringere i governi ad assumersi le proprie responsabilità, e rendere visibili le lotte di chi da anni chiede solo di essere ascoltato. Stabilire che la protezione del sistema climatico terrestre rientra tra i doveri giuridici degli Stati significa quindi affermare che l’inazione non è più un’opzione neutrale, ma può costituire una violazione con conseguenze concrete.
Foto copertina: Dal Pacifico all’Aia: la lunga marcia della giustizia climatica













