Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ospitato alla Casa Bianca il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev per la firma di un accordo di pace che punta a normalizzare le relazioni tra i due Paesi dopo decenni di conflitto armato. L’intesa prevede, tra l’altro, la creazione di un corridoio di transito strategico, denominato “Trump Route for International Peace and Prosperity”, che collega l’Azerbaigian alla sua enclave di Nakhchivan attraversando il territorio armeno di Syunik.
Il presidente azero Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan hanno sottoscritto un trattato che non solo prevede la cessazione delle ostilità e la normalizzazione delle relazioni diplomatiche, ma introduce anche un elemento strategico di portata globale: la creazione di un corridoio di transito denominato “Trump Route for International Peace and Prosperity”. Questo corridoio, la cui gestione e sviluppo saranno affidati esclusivamente agli Stati Uniti per 99 anni, collega direttamente l’Azerbaigian alla sua enclave di Nakhchivan attraversando la regione armena di Syunik.
Il progetto apre nuove prospettive commerciali e logistiche, facilitando l’accesso dell’Azerbaigian alla Turchia (storico partner), all’Asia centrale e oltre, e rappresenta un significativo ridisegno delle rotte di trasporto nel Caucaso meridionale.
Tale iniziativa, oltre a rafforzare l’influenza americana in una regione tradizionalmente dominata da Russia e Iran, conferisce alla Turchia un ruolo centrale come hub logistico e partner strategico. L’accordo segue la riconquista del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian nel 2023, evento che ha provocato la fine dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh e il conseguente esodo forzato di circa 100.000 armeni. L’apparente inattività della Russia durante il conflitto, che per anni è stata l’alleato di riferimento dell’Armenia, ha indotto Yerevan a cercare sostegno e mediazione negli Stati Uniti, segnando una netta svolta nella politica estera armena.
L’intesa conferisce inoltre agli Stati Uniti un ruolo militare nel mantenimento della pace nella regione, nonché la revoca di precedenti restrizioni sulla cooperazione difensiva con l’Azerbaigian, rafforzando così la presenza americana in un’area di crescente tensione strategica.
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Tuttavia, non mancano le critiche e le tensioni interne, in particolare in Armenia. Molti esponenti politici e membri della diaspora vedono con sospetto la cessione di un controllo così esteso del corridoio agli Stati Uniti, temendo che ciò possa minare la sovranità nazionale armena e compromettere i tradizionali legami economici e culturali con l’Iran, vicino geografico e partner di lunga data. La questione dei diritti degli sfollati e dei prigionieri di guerra armeni, non risolta nel trattato, alimenta ulteriori divisioni interne. Il Governo di Pashinyan, già segnato da crisi politiche e scossoni interni (non da ultima la denuncia da parte del Primo ministro di un tentativo di golpe organizzato Catholicos della Chiesa Apostolica Armena) potrebbe pericolosamente vacillare.
Dal canto suo, l’Azerbaigian festeggia il riconoscimento ufficiale dei suoi guadagni territoriali e il rafforzamento della propria influenza commerciale e politica, vedendo nell’accordo una conferma della propria ascesa regionale.
La Russia, che mantiene basi militari in Armenia e ha profonde relazioni economiche con entrambi i Paesi, percepisce la nuova intesa come una grave erosione della sua tradizionale sfera d’influenza. Erosione iniziata già nel conflitto del 2020 e proseguita a seguito della guerra in Ucraina che ha “distratto” Mosca. Konstantin Zatulin, primo vicepresidente del Comitato per gli affari della CSI, l’integrazione eurasiatica e le relazioni con i compatrioti della Duma di Stato russa, ha duramente criticato la partecipazione dell’Armenia ai negoziati di venerdì a Washington DC, definendola l’aspetto “più vergognoso” dell’imminente accordo.
La Russia potrebbe reagire ostacolando l’attuazione pratica del corridoio in stretta collaborazione con l’Iran, il quale ha dichiarato che il progetto rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza regionale, promettendo “risposte dure” a qualunque tentativo di alterare gli equilibri territoriali. Teheran “esprime preoccupazione per le conseguenze negative di qualsiasi interferenza straniera in qualsiasi forma, in particolare in prossimità di confini comuni, che potrebbe minare la sicurezza regionale e la stabilità sostenibile”. Il monito è diretto non solo all’Azerbaijan ma anche ad Israele stratto alleato di Baku.
Il memorandum firmato include inoltre la richiesta congiunta di scioglimento del Gruppo di Minsk dell’OSCE, da sempre mediatore del conflitto, e assegna agli Stati Uniti un ruolo di arbitro principale nelle dispute post-sovietiche del Caucaso, segnando così un vero e proprio ridisegno delle alleanze e degli equilibri diplomatici.
Nonostante il carattere storico dell’accordo, permangono numerose incognite sul suo futuro. La stabilità della pace sarà condizionata dalla volontà e dalla capacità degli attori internazionali di mantenere un impegno costante, così come dall’evoluzione politica interna in Armenia e Azerbaigian.
Nel frattempo, Donald Trump ha annunciato un imminente incontro con il presidente russo Vladimir Putin in Alaska, destinato a discutere anche del conflitto in Ucraina. Tale dialogo potrebbe avere ripercussioni significative sul ruolo di Mosca nella regione caucasica e sull’intera architettura di sicurezza eurasiatica.
In sintesi, l’accordo di pace sancisce una svolta radicale nel Caucaso meridionale: con gli Stati Uniti che consolidano la propria presenza strategica, l’Armenia che si sposta verso un’alleanza occidentale, l’Azerbaigian che capitalizza le proprie conquiste e Russia e Iran costrette a ridefinire le proprie strategie, la regione si trova a un bivio cruciale tra opportunità di sviluppo e rischi di instabilità geopolitica.
Foto copertina: Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ospitato alla Casa Bianca il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev per la firma di un accordo di pace.













