La grave crisi di Cuba

La grave crisi di Cuba. Diego Laudato
La grave crisi di Cuba. Diego Laudato

L’isola di Cuba sta vivendo una crisi energetica senza precedenti a causa dell’embargo sul petrolio imposto dagli Stati Uniti. Per avere una finestra diretta su ciò che sta accadendo abbiamo dialogato con il giornalista e videoreporter di La Presse inviato a Cuba, Diego Laudato.


Introduzione

L’embargo statunitense sull’isola di Cuba ha radici che partono dagli anni Sessanta, con le dinamiche della Guerra fredda tra Mosca e Washington che trovarono nell’isola uno dei maggiori punti di pressione di questo “braccio di ferro” politico-ideologico.
Nel 1962, gli Stati Uniti apposero un embargo commerciale (bloqueo) sull’isola, atto a danneggiarne l’economia[1], e attivo ancora oggi. Recentemente, la situazione è ulteriormente degenerata, in particolare come conseguenza dei primi provvedimenti della seconda amministrazione di Donald Trump. Nello specifico le azioni statunitensi che hanno portato alla cattura del Presidente venezuelano Nicolás Maduro hanno aggravato la crisi energetica dell’Avana a causa della riduzione delle esportazioni del petrolio da Caracas.
Nel mese di febbraio, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) ha annunciato l’adozione di una serie di licenze per l’autorizzazione della vendita del petrolio venezuelano verso Cuba: per poterne beneficiare le transizioni dovranno soddisfare le condizioni della Venezuela General License (GL) 46, favorendo il settore privato a discapito delle imprese statali[2].
In questo aspro contesto politico, gran parte della popolazione cubana sta pagando un prezzo molto alto in termini di sacrifici e privazioni. Alle già presenti limitazioni dovute alle sanzioni, la carenza energetica sta fermando scuole, ospedali e i servizi pubblici in generale, come i trasporti: la mancanza di carburante, che ha generato la riduzione di voli, con ingenti danni verso il settore turistico, fondamentale per l’economia cubana[3].
Per avere un quadro più chiaro e diretto della situazione attuale sull’isola, abbiamo dialogato con Diego Laudato, inviato per LaPresse a Cuba. Giornalista professionista, redattore e videoreporter per l’agenzia di stampa LaPresse. Laureato in Storia con specializzazione in Global Cultures, lavora quotidianamente a Roma come cronista parlamentare, ma non solo. Grazie a una media partnership di LaPresse con il Ministero degli Esteri, ha realizzato due documentari per Farnesina, girando tra Mozambico, Giappone, Dubai, Brasile e India.

L’Intervista

Da quando ti trovi a Cuba hai assistito a disordini o manifestazioni? O la situazione è ancora “tranquilla”?
«Personalmente, durante la mia permanenza a L’Avana non ho assistito con i miei occhi a delle palesi manifestazioni di dissenso o a disordini. Questo non vuol dire che non ce ne siano. Specialmente nei giorni di apagón, di blackout, capita spesso che esplodano focolai di proteste sparsi nei diversi quartieri della capitale. Gli esempi più classici sono le ormai note pentolate, durante le quali gli abitanti in strada o anche dalle loro abitazioni utilizzano le pentole per far rumore come forma di protesta contro la mancanza di luce e la fame crescente. In alcuni casi, le proteste degenerano e sono stati segnalati anche alcuni incendi. Durante le notti di blackout mi è capitato, insieme a dei colleghi, di girare per i quartieri anche più periferici della città, seguendo le segnalazioni che da fuori l’isola alcuni dissidenti cubani condividevano sui propri social. Oltre al rumore di pentole lontane, però, non abbiamo registrato niente. Si tratta, infatti, generalmente di manifestazioni spontanee, che nascono non in maniera organizzata e durano veramente molto poco, prima che la polizia possa intervenire direttamente. Bisogna solo sperare di trovarsi al posto giusto al momento giusto.

Più in generale, rispetto alle immagini dell’assalto alla sede del Partito Comunista a Moron, poco prima che noi partissimo per Cuba, la situazione a L’Avana è ancora lontana da quel livello di tensione. Vuoi per paura, vuoi per una maggiore presenza delle istituzioni, vuoi per una situazione almeno per adesso generalmente più sostenibile, nella capitale non ho registrato ancora manifestazioni di dissenso così esplicite».

In che modo il tuo sguardo sulla situazione cubana è cambiato rispetto a prima della partenza?
«Cuba rappresenta, nell’immaginario comune, un simbolo molto potente all’interno dello scacchiere internazionale, dal dopoguerra in poi. Da qualsiasi parte la si voglia vedere e comunque la si pensi, quanto fatto da Fidel Castro, Che Guevara e dagli altri barbudos sbarcati dal Granma nel 1956 segna uno dei colpi più significativi che gli Stati Uniti abbiano subìto nel proprio “giardino di casa” diventando così un riferimento per gli anti-imperialisti di tutto il mondo. Per questo motivo, tutte le vicende che riguardano da vicino Cuba, dall’imposizione dell’embargo al sistema economico-sociale sviluppatosi sull’isola, vengono lette spesso in chiave ideologica, applicando all’analisi della realtà le categorie della politica internazionale e del pensiero politico. Il che ha un senso ed è forse molto efficace su un piano, non lo discuto. Spesso, però, ci si dimentica che questo grande discorso antitetico ha delle ripercussioni, più o meno gravi a seconda della fase storica, sulla vita quotidiana delle persone, in un senso o nell’altro. Penso ai cubani che vivono sulla propria pelle le restrizioni tostissime imposte dagli USA con l’embargo e oggi, ancor di più, con il bloqueo energetico. Sarebbe falso negare che pochissimi altri paesi del mondo sarebbero riusciti a sopravvivere per quasi 70 anni con le sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto a Cuba, riuscendo anche a raggiungere, in alcuni settori e in alcuni momenti della storia, livelli di eccellenza indiscutibili. Dall’altra parte, non vanno dimenticate neanche le sofferenze e delle difficoltà degli esuli dissidenti del regime.

Insomma, se c’è qualcosa che la mia permanenza sull’isola mi ha insegnato è di ricordarmi che esistono diversi piani per analizzare la realtà. La politica è fondamentale, perché è quella che guida le scelte e il conseguente insieme di cause ed effetti che queste comportano sulla vita delle persone. Ma le condizioni materiali di queste stesse persone deve necessariamente mantenere la centralità dell’analisi».

C’è un piano dichiarato di “lungo periodo” da parte delle autorità cubane per far fronte alla situazione corrente?
«Il governo cubano ha avviato già da tempo un piano mitigato di liberalizzazione dell’economia di mercato. Dopo l’apertura, nel 2021, alle “mipymes” private, che sono delle entità economiche private che si aggiungono alle bodegas statali nel commercio al dettaglio, una delle ultime novità riguarda la possibilità ai cittadini residenti all’estero di aprire attività imprenditoriali private sull’isola. Il che rappresenta un’apertura al libero mercato che dal governo si augurano possa favorire un rilancio dell’economia nel paese, ma dall’altra nasconde anche diverse insidie.

Da una parte, infatti, il governo corre il rischio calcolato che ad aprire queste nuove attività siano per lo più i dissidenti all’estero, creando quindi sacche di resistenza interne che possono rivelarsi incontrollabili. Dall’altra, la privatizzazione dell’economia, all’interno di un sistema comunque ancora misto, rischia di creare forti disuguaglianze a cui la società cubana non è abituata. Il processo, comunque, è inevitabile e lo sanno anche i membri del governo stesso, che da questo punto di vista sono molto realistici nell’ammettere che il sistema deve cambiare e adeguarsi all’economia globale che segna il momento storico attuale. Non a caso, durante un incontro con la stampa estera organizzato appositamente mentre eravamo a L’Avana, il viceministro degli esteri Carlos Fernandez de Cossio, ha dichiarato che effettivamente sono in corso trattative con gli Stati Uniti e che loro sono disposti a dialogare su diversi “temi di interesse reciproco”.
Si parla di risarcimenti per i proprietari delle imprese statunitensi nazionalizzate ai tempi della cacciata di Batista, di guerra comune al narcotraffico, ma anche di aperture al mercato agli imprenditori nord-americani sull’isola. Quello sul quale, al momento, hanno posto il veto, è l’intervento diretto sul governo e sul sistema cubano, cosa in realtà messa sul tavolo sin da subito da Trump, che ha chiesto la testa di Diaz-Canel come precondizione a qualsiasi accordo. Tutto questo per dire che la situazione sull’isola è in pieno fermento e il governo cubano, in un modo o nell’altro, si sta muovendo. Resta da chiedersi, più che altro, se esista ancora un “lungo periodo” sul quale ragionare, o se l’urgenza della situazione imponga soluzioni più immediate».

Quali sentimenti suscita l’arrivo degli aiuti tra i cubani?
«Mi è capitato più volte in strada, girando da solo e parlando con gli abitanti di L’Avana, di raccontare il motivo per cui fossi sull’isola e citare quindi il Convoglio. In quei casi, le persone esprimevano sincera gratitudine. Cuba vive storicamente un senso di isolamento dovuto all’embargo statunitense e ancor di più in questo periodo le manifestazioni di solidarietà, al di là del contributo concreto che possono portare alla causa, hanno una valenza per loro importante nel non farli sentire abbandonati nella loro difficoltà. Allo stesso tempo, non posso non segnalare che al momento dell’arrivo della prima imbarcazione della “Nuestra America” flotilla, celebrato da rappresentanti di istituzioni e di partito con un’apposita cerimonia di benvenuto sulla banchina del porto, non c’è stato alcun tipo di presenza popolare, né spontanea, né organizzata. Nessuna celebrazione popolare, insomma. I cubani non hanno assistito né partecipato all’arrivo degli aiuti, marcando una distanza visivamente importante tra le istituzioni e il popolo di Cuba, che è indicativa del rapporto che oggi esiste tra la cittadinanza e la propria rappresentanza politica».

Potendo ora “vivere” Cuba di persona, come descriveresti la situazione dal punto di vista della popolazione nei confronti delle autorità e del governo locali?
«Come dicevo, al momento il sentimento generale non è troppo positivo. Ovviamente, una settimana a L’Avana non è certamente in grado di fornire un campione statistico tale da permettermi restituire un quadro sufficientemente preciso e veritiero della situazione a Cuba. Quello che posso dire, basandomi sulla mia esperienza personale, è che in generale le persone invocano una svolta, in un senso o nell’altro. Parlando con i cubani in strada, quello che emerge tra i più è una presa di distanza netta dall’attuale classe dirigente.

La presidenza di Diaz-Canel non è vista di buon occhio, viene considerata inefficiente rispetto alla crisi che sta vivendo Cuba e c’è chi si spinge fino ad accusarla di corruzione e di ingrassarsi – e uso volutamente questo verbo perché più volte mi hanno fatto riferimento alla pancia di Diaz-Canel – sulle spalle della povertà e della fame vissuta in strada. Quasi nessuno, d’altra parte, critica Fidel e il castrismo. Quelli sono visti tra la maggioranza delle persone ancora come i “bei tempi andati”, quando le cose sull’isola andavano ancora bene e si viveva in condizioni sicuramente migliori. Sono pochi quelli che, dopo esserci entrati più in confidenza, criticano il sistema di governo per intero e dall’inizio della sua storia. Tendenzialmente, gli yankee sono visti ancora come il nemico della patria e l’imperialismo statunitense come il male assoluto del mondo. Questo sistema valoriale regge e i cubani sono estremamente fieri della loro indipendenza, di come se la sono guadagnata e come l’hanno difesa – e in un certo senso come continuano a fare – nel corso degli anni. L’intervento americano sull’isola, insomma, non è visto di buon occhio e le ultime azioni di Trump, in Venezuela con Maduro soprattutto, ma anche in Iran, sono condannate più o meno unanimemente. Qualcuno che, pur di invocare un cambiamento, preferirebbe che gli Stati Uniti intervenissero direttamente sul governo dell’isola c’è, ma almeno dalla mia esperienza sono veramente in minoranza, così come è una minoranza chi resta a prescindere fedele contro l’invasore nord-americano al fianco di Diaz-Canel, erede diretto della Rivoluzione.
In generale, l’opinione più comune che mi è stata restituita parlando con gli abitanti dei diversi quartieri di L’Avana è, ripeto, una sfiducia generale nei confronti dell’attuale governo, una forte repulsione nei confronti di Trump e dei suoi, ma soprattutto la necessità che, in un modo o nell’altro, si esca da questo impasse. La mia impressione, alla fine, è che tra la gente la questione politica sia passata in secondo piano: ora quello che conta davvero è cambiare marcia, perché le condizioni di vita in cui versano quotidianamente i cubani non possono essere tollerate ancora a lungo. La politica, forse, è un lusso troppo grande che i cubani non possono concedersi, al momento».

Cosa puoi dirci circa le condizioni di vita della popolazione sull’isola al momento?
«Che sono drammatiche. Raramente abbiamo visto, le persone che erano con me e io, condizioni simili in giro per il mondo. Parlando con gli abitanti in città, già da prima dell’imposizione del bloqueo energetico la situazione era peggiorata. Con l’arrivo della seconda amministrazione Trump, il reinserimento di Cuba nella lista dei paesi sponsor del terrorismo e le nuove sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti soprattutto in materia di energia, le condizioni di vita si sono fatte molto più difficili. I turisti, che rappresentavano una delle fonti economiche più importanti per gli abitanti dell’isola, sono sempre meno. Sul fronte interno, le contromisure messe in campo dal governo di Diaz-Canel non sono sufficienti a reggere l’urto. Il processo di liberalizzazione delle piccole e medie imprese, ovviamente mitigato e pilotato dall’alto, voluto anche per ottemperare alle mancanze sempre più frequenti della distribuzione statale attraverso le libreta delle bodegas, non è stato risolutivo e anzi, secondo alcuni, ha acuito le differenze sociali interne. Senza controllo dei prezzi, infatti, molti beni primari, come un litro di latte o olio, arrivano a costare anche più della metà di uno stipendio medio cubano, diventando accessibili solo per chi ha a disposizione valuta straniera. Tutto questo porta i cubani a rivolgersi sempre di più al mercato nero, accessibile ovunque in città e ormai diffuso praticamente alla luce del sole.

Con la chiusura dei rubinetti del petrolio dal Venezuela successiva alla cattura di Maduro da parte degli Stati Uniti, poi, i trasporti sull’isola si sono ridotti drasticamente e con essi anche la distribuzione sia delle materie prime che dei prodotti finiti, che fanno fatica a ritrovarsi sugli scaffali. Ma è soprattutto la mancanza di luce dovuta ai blackout a mettere in ginocchio la popolazione. Mancanza di luce vuol dire ospedali e scuole chiuse, negozi statali e privati che non possono aprire, frigoriferi nelle case spenti e cibo, quel poco che viene conservato, che va a male. Senza luce, le pompe che distribuiscono l’acqua nelle tubature non funzionano, causando anche mancanza d’acqua nella stragrande maggioranza delle aree dell’isola. L’immondizia non può essere raccolta e abbonda in strada, così come la sporcizia in generale, con il conseguente abbassamento delle condizioni igienico-sanitarie, ormai un lontano ricordo praticamente ovunque. Le case private, in Centro Habana o a Habana Vieja, versano in condizioni che nessuno di noi potrebbe definire lontanamente accettabili. I generatori provano a mantenere le strutture nevralgiche aperte anche durante i blackout, soprattutto gli ospedali, ma alcune volte, soprattutto in quelli più piccoli, l’energia salta comunque. È stato ridotto il numero di operazioni chirurgiche, perché il rischio di doversi fermare durante l’intervento è troppo alto. Va detto che tutto ciò che è salvavita sta venendo, in qualche modo preservato, a conferma della grande qualità del sistema sanitario nazionale cubano pubblico.
Per quanto con chiunque parli ti continua a ripetere “resistiamo, siamo abituati”, “non abbiamo altra scelta”, i cubani sono realmente stremati. È come vedere un cappio che si stringe sempre di più. La sensazione generale è che, a queste condizioni, il popolo cubano non potrà resistere ancora a lungo.


Note

[1]R. Nocera, A. Trento, “America Latina, un secolo di storia. Dalla Rivoluzione messicana a oggi”, Roma, Carocci, 2013, pp. 151-152.
[2] “1238. Would OFAC approve the resale of Venezuelanorigin oil to Cuba?”, in Office of Foreign Assets Control, pubblicato 26/02/2026, aggiornato 05/03/2026, consultabile al link: https://ofac.treasury.gov/faqs/1238
[3] Per approfondire: D. Langone, “Tra embargo e crisi energetica: il ruolo degli Stati Uniti a Cuba”, Opinio Juris – Law &Politics Review, 18/03/2026. In: https://www.opiniojuris.it/opinio/tra-embargo-e-crisi-energetica-il-ruolo-degli-stati-uniti-a-cuba/#_ftn10


Foto copertina: L’Avana, Cuba. La grave crisi di Cuba. Diego Laudato