Il referendum conferma la distanza da Bruxelles. Pesano la tutela della pesca, la sovranità nazionale e le incertezze geopolitiche
Islanda, il no che allontana Bruxelles
Gli islandesi hanno respinto la possibilità di riprendere i negoziati di adesione all’Unione Europea, confermando una posizione di cautela nei confronti di Bruxelles che accompagna il Paese da oltre un decennio. L’esito del referendum, riportato dall’emittente pubblica RÚV, rappresenta una battuta d’arresto per il governo guidato dalla premier Kristrún Frostadóttir, che aveva sostenuto la necessità di riaprire il dossier europeo.
È importante sottolineare che il voto non riguardava direttamente l’adesione dell’Islanda all’UE, ma la possibilità di riavviare il processo negoziale. Un eventuale nuovo percorso avrebbe quindi rappresentato il primo passo verso una futura decisione sull’ingresso nell’Unione.
Il risultato conferma tuttavia la forza delle perplessità presenti nella società islandese. Al centro della campagna del “No” sono state soprattutto la difesa della sovranità nazionale, la gestione delle risorse naturali e, in particolare, la tutela del settore ittico.
Pesca e sovranità al centro del confronto
Per molti islandesi, il rapporto con l’UE continua a essere inseparabile dalla questione delle acque territoriali e delle risorse marine. La pesca rappresenta infatti uno degli elementi più sensibili dell’economia e dell’identità nazionale.
I contrari alla ripresa dei negoziati hanno sostenuto che un eventuale ingresso nell’Unione avrebbe potuto limitare la capacità di Reykjavík di gestire autonomamente le proprie risorse ittiche e di definire le politiche agricole e ambientali.
Il tema ha assunto particolare rilevanza nelle aree rurali, dove il timore di un maggiore condizionamento europeo si intreccia con la difesa delle attività economiche locali.
La stessa Frostadóttir, commentando il risultato, ha riconosciuto l’esistenza di forti preoccupazioni soprattutto nelle aree del Paese legate a agricoltura, pesca e risorse naturali.
Dal 2009 a oggi, una questione mai realmente chiusa
L’Islanda aveva presentato per la prima volta domanda di adesione all’UE nel 2009, nel pieno della grave crisi finanziaria che aveva colpito il Paese.
La crisi aveva messo in discussione la sostenibilità del modello economico islandese e spinto Reykjavík a guardare con maggiore interesse all’integrazione europea. I negoziati furono però interrotti nel 2013, dopo il cambio di orientamento politico del governo.
Da allora, il rapporto con l’UE è rimasto una delle questioni più divisive della politica islandese. Il nuovo referendum aveva riaperto una discussione rimasta a lungo sospesa, ma il risultato sembra destinato a richiuderla, almeno per il momento.
La premier ha infatti dichiarato che, in caso di vittoria del No, un nuovo percorso verso i negoziati non sarà intrapreso durante il periodo in cui resterà alla guida dell’attuale governo.
L’Artico cambia il significato della scelta
Il referendum arriva inoltre in un momento profondamente diverso rispetto al 2009 o al 2013.
La guerra in Ucraina, l’aumento delle tensioni geopolitiche e la crescente centralità strategica dell’Artico hanno riportato l’Islanda al centro dell’attenzione internazionale. Il Paese occupa una posizione strategica nell’Atlantico settentrionale ed è membro della NATO, pur non disponendo di proprie forze armate permanenti.
Anche per questo, alcuni sostenitori dell’adesione avevano interpretato il riavvicinamento all’UE come uno strumento per rafforzare la sicurezza economica e politica dell’Islanda in una fase di crescente instabilità internazionale.
A rendere ancora più delicato il quadro sono state le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla Groenlandia, che hanno riportato la competizione per lo spazio artico al centro del dibattito strategico occidentale.
Per Bruxelles, l’eventuale ritorno dell’Islanda al tavolo negoziale avrebbe rappresentato inoltre un segnale importante per la politica di allargamento dell’Unione, soprattutto in una fase in cui l’UE cerca di rafforzare il proprio peso geopolitico.
Frostadóttir: “Il Paese non deve dividersi”
Dopo il voto, la premier Frostadóttir ha sottolineato quanto il referendum sia stato combattuto e ha espresso l’auspicio che il risultato non lasci ferite profonde nella società islandese.
La premier ha anche evidenziato l’elevata partecipazione al voto come un segnale dell’importanza attribuita dagli islandesi alla questione europea.
Il confronto referendario è stato complessivamente definito positivo e democratico, anche se non sono mancati momenti di forte tensione. La stessa premier ha riconosciuto la necessità di riflettere sulla durezza raggiunta da alcuni passaggi del dibattito, mentre la ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir ha riferito di aver ricevuto gravi minacce.
Il risultato non chiude soltanto una partita politica. Mostra quanto il rapporto tra Islanda ed Europa continui a essere condizionato da una domanda di fondo: quanto della propria sovranità Reykjavík è disposta a condividere per ottenere maggiore integrazione, sicurezza e stabilità economica?
Per ora, la risposta degli elettori è stata chiara: non è ancora il momento di tornare al tavolo con Bruxelles.
Foto copertina: Kristrún Frostadóttir, Primo Ministro.












