2 giugno 1946: Referendum o Plebiscito?

Scheda elettorale referendum 1946
Scheda elettorale referendum 1946

La natura giuridica del voto che ha instaurato la Repubblica.


Il voto del 2 giugno: la necessità di un cambiamento tra le scorie della guerra e del fascismo.

Il 2 giugno 1946 il popolo italiano fu chiamato a votare e decidere le sorti future del nostro territorio. Fu una scelta epocale, caratterizzata dall’introduzione del suffragio universale, che permise finalmente a tutte le donne maggiorenni di recarsi alle urne.
La scheda elettorale di allora si presentava in modo molto semplice: bisognava barrare con una X la propria preferenza, scegliendo se continuare con la Monarchia o voltare pagina con la Repubblica.
Ma cosa venne chiesto, in realtà, agli italiani?
Per comprendere la portata – per molti versi insolita – di quel voto, occorre calarsi nel drammatico contesto dell’epoca. L’Italia emergeva dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale e portava ancora addosso le profonde scorie del ventennio fascista.
C’era un’urgenza vitale, una necessità di un cambio radicale che in molti potevano e invocavano a gran voce. La dinastia sabauda, compromessa dalle scelte del passato regime e dalla disastrosa gestione del conflitto, era ormai sotto processo nel tribunale della storia. Rimettere la scelta della forma di Stato direttamente nelle mani di una popolazione appena uscita da una dittatura, scavalcando la stessa Assemblea Costituente che si andava ad eleggere, fu un atto straordinario figlio di una frattura istituzionale e sociale senza precedenti. Peraltro, lo stesso Decreto Legislativo del Capo Provvisorio dello Stato del 28 maggio 1947, n. 387, nel dichiarare il 2 giugno festa nazionale, parla esplicitamente di “anniversario del plebiscito popolare che ha instaurato la Repubblica italiana”.

La sottile linea di demarcazione: origini e differenze tra referendum e plebiscito.

Per inquadrare giuridicamente quell’evento, occorre fare una doverosa premessa tecnica: quello che è avvenuto è stato un plebiscito e non un referendum. Il plebiscito (dal latino *plebis scitum*) è un istituto di origine romana.
Nell’epoca antica, la plebe veniva chiamata a scegliere e ad esprimersi su un determinato tema. In epoca moderna e contemporanea, dal punto di vista del diritto, il termine plebiscito sta ad indicare uno strumento di consultazione estemporanea relativo a scelte di importanza capitale, come la determinazione della forma di Stato o l’approvazione di annessioni territoriali. Di contro, il referendum è oggi inteso come uno strumento di democrazia diretta, in cui il corpo elettorale è chiamato a esprimersi con un “sì” o un “no” circa una determinata materia. Ad oggi, al referendum viene data un’accezione del tutto positiva, configurandosi come uno strumento ordinario di partecipazione diretta del popolo sulle scelte normative che gli vengono sottoposte all’interno di una cornice costituzionale già definita e stabile.
Il voto del ’46, intervenendo fuori da un quadro costituzionale consolidato per fondarne uno nuovo, si discosta nettamente dalla natura del referendum abrogativo o costituzionale che conosciamo oggi.

Perché “plebiscito” è il termine corretto, ma “referendum” ha vinto nel linguaggio comune.

Alla luce di queste definizioni, viene da sé che il termine “plebiscito” sia senza dubbio quello più adatto a definire, dal punto di vista tecnico e giuridico, lo strumento di manifestazione popolare utilizzato il 2 giugno 1946. Allora, perché nei libri di storia e nel dibattito pubblico parliamo quasi esclusivamente di “referendum istituzionale”? La risposta risiede nell’evoluzione linguistica e percettiva delle parole. Oggi, nel linguaggio popolare, il termine plebiscito è utilizzato spesso in modo improprio: ha perso la sua accezione di strumento che anticipa l’espressione del popolo e viene piuttosto usato come definizione postuma per indicare un sostegno di larghissima maggioranza. Il termine “referendum”, invece, è entrato prepotentemente nel linguaggio comune per la sua facile diffusione conoscitiva e per l’aura di pura democraticità che porta con sé. È come se definire quell’evento un “plebiscito” – parola che storicamente richiama anche consultazioni pilotate in regimi autoritari – non avesse lo stesso significato di limpida e pacifica partecipazione che il termine “referendum” evoca nella mente dei cittadini. Si è preferita, dunque, una semplificazione terminologica a discapito della precisione giuridica, per veicolare al meglio il valore democratico e fondativo di quella giornata.

Conclusioni: Perché è opportuno parlare di plebiscito.

Al di là delle complesse e concitate vicende politiche di quella notte – che videro un’innegabile accelerazione istituzionale con il passaggio delle funzioni di Capo dello Stato al Presidente del Consiglio in carica – la vera questione su cui è necessario soffermarsi e prendere una posizione chiara è di natura puramente scientifica e concettuale. Sostenere che il 2 giugno ci sia stato un plebiscito non significa affatto rinfocolare vecchie polemiche o sollevare dubbi sulla legittimità della nostra Repubblica. Significa, al contrario, dare il giusto peso giuridico a un momento di radicale e straordinaria rifondazione dello Stato. Il diritto deve essere rispettato, accarezzato, coccolato, ossequiato e osservato, e proprio per questo occorre chiamare gli istituti con il loro nome: il voto del 1946 non si mosse sui binari di una procedura ordinaria, ma fu una consultazione eccezionale ed estemporanea che andò a scardinare il vecchio principio della derivazione originaria della costituzione dal sovrano. Riconoscere l’autentica natura plebiscitaria di quella storica giornata non toglie nulla alla democraticità del risultato, ma ci permette di comprendere con maggiore rigore e lucidità come le grandi democrazie moderne sappiano trovare la propria forza in un originario e straordinario atto di volontà del popolo sovrano.


Foto copertina: Scheda elettorale, fonte Ministero della difesa