Nel 135° anniversario dalla pubblicazione nel 1891 della Rerum novarum di Leone XIII, il suo successore ha firmato la Magnifica Humanitas, prima lettera enciclica del suo pontificato, incentrata «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale».
Prima di approfondire i contenuti dell’enciclica di Leone XIV, che si inserisce nel ricco mosaico della Dottrina sociale della Chiesa, è necessario chiarire cosa si intenda con questa espressione. Quando parliamo di Dottrina sociale, non facciamo riferimento ad un sistema ideologico o ad un programma politico-economico, bensì essa si ricollega direttamente al ruolo che la Chiesa svolge all’interno della società umana. In questo senso, illuminanti sono le parole di Giovanni Paolo II all’interno dell’enciclica Sollicitudo rei socialis: «la Chiesa è «esperta in umanità», e ciò la spinge a estendere necessariamente la sua missione religiosa ai diversi campi in cui uomini e donne dispiegano le loro attività, in cerca della felicità, pur sempre relativa, che è possibile in questo mondo, in linea con la loro dignità di persone»[1]. Non, quindi, un decalogo di proposte tecniche per risolvere i problemi della società, quanto piuttosto una lente attraverso cui leggere la realtà alla luce della fede cattolica e con l’aiuto dell’esperienza della Chiesa: «un cammino di discernimento comunitario»[2]. Ne consegue che essa non è e non può essere statica, bensì ha le sembianze di un pensiero in continuo sviluppo pur nella stabilità dei suoi principi fondamentali[3]. La Dottrina sociale per come oggi noi la conosciamo trova le sue origini all’interno dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (15 maggio 1891), tuttavia essa è frutto più complessivamente degli insegnamenti sociali della tradizione, ovviamente nei Vangeli, ma anche nei Padri della Chiesa. Quella storica enciclica è stata pubblicata in un preciso momento storico, mentre l’Europa e il mondo vivevano la seconda rivoluzione industriale che stava mostrando già da tempo alcune sue storture. In quel quadro, all’interno della Chiesa ci si rese conto che fosse necessario elaborare e sistematizzare l’insegnamento cattolico per affrontare le problematiche che lo sviluppo industriale stava facendo esplodere. Un intervento diretto non soltanto a dare una chiave di lettura ai nuovi temi della lotta di classe, ma anche proporre una risposta all’espansione sia delle teorie socialiste, sia di quella concezione che vedeva dignità propria di ogni essere umano sacrificata sull’altare del capitale.
Come 135 anni fa, oggi la Chiesa si interroga sulla quarta rivoluzione industriale atto, quella digitale, che vede la sempre più pervasiva presenza degli algoritmi nella società: uno sviluppo foriero sicuramente di opportunità ma anche di rischi per l’uomo. Prima di affrontare il contenuto dell’enciclica, va evidenziato come negli ultimi cento anni il progresso scientifico e tecnologico sia avanzato ad una velocità inedita rispetto al passato. Le innovazioni che hanno cambiato il volto delle società contemporanee sono avvenute in un lasso di tempo relativamente breve, il che rende difficile per l’uomo non soltanto comprenderle ma anche adeguarsi ad esse. Ne consegue, che la vertiginosa successione di innovazioni scientifiche e tecnologiche rischia di escludere parte della famiglia umana, non soltanto per la mancanza di accesso a tali strumenti, ma anche per il diverso livello di educazione, la difficoltà a seguire, immagazzinare e comprendere il loro funzionamento.
L’esigenza di una riflessione da parte della Chiesa è stata espressa direttamente dal Pontefice all’indomani della sua elezione in un discorso tenuto davanti al collegio cardinalizio. In quell’occasione Leone XIV aveva affermato: «[…] il Papa Leone XIII, con la storica Enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». Ecco, quindi, che ritorna quello che è effettivamente uno dei principi centrali della Dottrina Sociale della Chiesa, quello cioè della dignità umana (termine ripetuto circa 101 volte all’interno della Magnifica Humanitas). Essa «non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede […]»[4], fondato cioè sul fatto che l’essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Per questa ragione è di fondamentale importanza che l’uomo continui a rimanere al centro dello sviluppo tecnologico, che non lo subisca rischiando di vedere annichilita la propria dignità e la propria libertà.
Leone XIV non assume un approccio luddista, oscurantista o pregiudizialmente contrario all’IA e al progresso tecnologico, anzi, egli riconosce il valore dello sviluppo delle tecnologie e l’avanzamento della tecnica. Tuttavia, avverte il Papa, «ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene»[5]. Uno dei fulcri centrali di questo ragionamento è proprio relativo al fatto che lo sviluppo vertiginoso della scienza, delle tecnologie digitali e inerenti all’Intelligenza Artificiale non siano totalmente prevedibili, in particolare in virtù del fatto che nell’attuale congiuntura l’avanzamento di queste tecnologie avviene secondo modalità inedite. Si evidenzia, in particolare, la peculiare situazione attuale che vede la centralità di pochi grandi conglomerati privati che concentrano su di essi un immenso potere, enormi risorse e capacità di investimento. Soggetti privati, dunque, non Stati che sono in grado di «[fissare] le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione»; un potere immenso nelle mani di pochi attori che comporta il rischio della mancanza di un controllo pubblico nonché di uno sviluppo che il Papa definisce «distorto».
Entrano in gioco quindi sia la necessità di adottare degli strumenti normativi adeguati, sia procedere sulla strada di una più complessiva riflessione su questi nuovi strumenti, che abbia al suo centro l’essere umano destinatario ultimo di tale strumento.
Leone XIV sottolinea un aspetto che forse alla maggioranza degli utilizzatori dell’IA probabilmente sfugge: per sua natura, per come essa è sviluppata e per chi ne detiene il controllo, il suo utilizzo non attiene solamente al campo della tecnica ma investe etica e morale in modo ben più complesso rispetto ad altri sviluppi della tecnologia. Si parte da un dato di fatto incontrovertibile, quella artificiale è un’intelligenza che si sviluppa in maniera profondamente diversa dall’intelligenza umana. Appare un concetto banale, tuttavia bisogna ricordare che quando facciamo riferimento alla capacità cognitiva umana, parliamo di un complesso sistema di ragionamento che si costruisce non soltanto grazie allo studio e all’apprendimento, bensì essa rappresenta un processo progressivo che si completa e si alimenta dell’esperienza. È proprio l’esperienza che ciascun uomo vive lungo la sua esistenza che permette a tutti noi di creare e formare quel sistema di valori che possiamo definire come “coscienza morale” e che ci permette, banalmente, di discernere tra il bene e il male. L’IA seppur dotata di conoscenze virtualmente infinite e immani capacità di calcolo, manca della filigrana propria dell’intelligenza umana: il giudizio e il discernimento. Per come si sta sviluppando, l’IA è solo parzialmente progettata dagli sviluppatori i quali creano un’architettura attorno alla quale essa cresce in autonomia, in questo quadro manca quella che viene oggi definita accountability, l’identificazione di chi dovrebbe prendersi le responsabilità delle decisioni. Questa caratteristica ci porta a domandare quale sia l’architrave morale di riferimento, se ve ne è una: «se un sistema viene concepito o impiegato in modo da trattare alcune vite come meno degne, o da escluderle senza possibilità di appello, esso non è un semplice strumento “da usare bene”: introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona». E ancora, «il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano»[6]. Ecco, quindi, che Leone XIV alza l’allarme sulla necessità di un approfondimento di riflessione sulle implicazioni dell’IA e invoca la Politica che non deve abdicare al suo ruolo, ma regolare uno strumento che rischia di sfuggire al controllo e alla stessa comprensione dell’uomo che l’ha creata.
Un passaggio chiave dell’enciclica riguarda proprio il rischio che l’IA si trasformi da strumento utile a supportare l’essere umano nelle sue attività, a vero e proprio sostituto dell’uomo, correttore delle fragilità, nonché catalizzatore delle differenze e moltiplicatore delle disuguaglianze. Nel corso della presentazione lunedì 25 maggio 2026 presso la sala del Sinodo, Leone XIV ha espresso in maniera chiara il suo pensiero: non il rigetto del progresso ma l’attenzione all’uomo che deve essere soggetto e destinatario finale di qualsiasi progresso. Ecco, quindi, che il Papa afferma che l’IA va “disarmata”, cioè «liberata dalle logiche che la rendono strumento di dominazione, esclusione e morte».
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La guerra nell’epoca dell’IA
Il quinto capitolo si occupa di uno dei temi forse tra i più pressanti nella congiuntura storica attuale: la guerra. Un argomento che è stato al centro della catechesi e dei messaggi di Leone XIV sin dalla sua elezione lo scorso anno. L’insistenza sulla necessità di perseguire la pace che deve essere frutto di dialogo, fraternità e mutua comprensione è uno dei cardini fondamentali del messaggio evangelico e dell’insegnamento della Chiesa. Appaiono quindi incomprensibili le letture di alcuni osservatori che derubricano il costante appello al disarmo e alla pace del Papa a fantomatiche derive “socialisteggianti” del pontefice. Una lettura frutto di una certa narrativa che ha accompagnato il pontificato “bergogliano” e che vorrebbe derubricare i tredici anni di Francesco come una parentesi quasi eretica e non come un tassello (legittimamente criticabile ma non sminuibile) della storia della Chiesa.
Dal punto di vista stilistico, il quinto capitolo sembra essere quello forse più sentito e personale di Leone XIV. All’interno del corpo dell’enciclica, infatti, il testo rimanda costantemente ai predecessori del Papa, da Leone XIII a Francesco, segnalando come la Dottrina sociale della Chiesa è un ricchissimo corpus che trascende i pontificati. In questo capitolo, invece, osservando le note i riferimenti sono più limitati: Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Francesco e se stesso. Non tanto la volontà di autocelebrazione quanto il chiaro simbolo di una centralità del tema della pace nel magistero leonino.
Il Papa svolge una disamina efficace dell’attuale congiuntura e in poche espressioni chiave sintetizza l’attuale status delle relazioni internazionali: logica di potenza, arretramento del multilateralismo e della diplomazia, corsa al riarmo e violenza della retorica internazionale. A questo si associa il sempre più ampio utilizzo dell’IA per i sistemi d’arma che nella loro sanguinaria e impersonale efficienza mancano di limiti morali: «Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto»[7]. La guerra ha progressivamente perso il valore di extrema ratio delle relazioni internazionali ed è diventata progressivamente un fatto impersonale, abbassando le soglie di quanto può essere accettabile, riducendo le vite umane a dati su un foglio di calcolo. Se la guerra è disumanizzante per sua definizione, strumenti che la rendono al pari di un videogioco anestetizzano la coscienza non solo dei decisori politici e delle forze armate, ma anche del più ampio e vasto pubblico. Un’assuefazione alla violenza che il Papa denuncia con veemenza, inserendosi sulla scia dei suoi predecessori: quella “globalizzazione dell’indifferenza” delle sofferenze umane di cui aveva parlato Francesco durante il suo pontificato. La rassegnazione all’ineluttabilità della guerra è un pericolo che il Papa vede con lucidità e invita a rifuggire la “globalizzazione dell’impotenza”, quella concezione secondo la quale l’uomo comune può poco rispetto ai grandi problemi del suo tempo. Il paragrafo 212 avverte il lettore proprio su questo punto, la tentazione sottile di non avere la possibilità di incidere. Secondo il Papa quest’idea «è una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo […] Eppure, nessuno è senza responsabilità [in quanto] Ognuno dispone di un proprio ambito di azione»[8].
Uno dei passaggi più dirompenti dell’intero testo è forse quello nel quale Leone XIV cristallizza il «superamento della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto». Superare il concetto di “guerra giusta” implica spogliare di fantomatiche vesti teologiche legittimanti le azioni belliche: non esiste la guerra santa o voluta da Dio poiché «il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili»[9]. Sul tema della guerra santa al paragrafo 223, Leone XIV afferma chiaramente: «Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa»[10]. Una condanna senza appello a coloro i quali rivestono di messianicità le operazioni belliche: da Trump a Putin, dagli estremisti religiosi a coloro i quali nella vita di tutti i giorni utilizzano parole violente per escludere il prossimo.
Conclusioni
La Magnifica Humanitas rappresenta un testo dirompente e un’analisi lucida del contesto attuale e seppur ancorato nell’insegnamento cattolico, deve essere considerato come una riflessione che parla a tutti, credenti e no. Per questa ragione è opportuno approcciarsi alla lettura dell’enciclica con la consapevolezza che il tema dell’algoretica è ormai da diverso tempo al centro della riflessione sia del mondo scientifico, sia della politica. Il dialogo tra le diverse anime della società è di fondamentale importanza e coloro che ritengono la Santa Sede estranea a temi così mondani, dovrebbero ricordare che la morale, l’etica e la difesa della dignità umana sono proprio i campi dove si esprime il messaggio evangelico. Non si tratta, a ben vedere, di accettare acriticamente l’analisi di Leone XIV, questo è un aspetto che interroga direttamente la sensibilità di ciascuno di noi. È però evidente che il valore della Magnifica humanitas deriva proprio dal fatto che, sulla base del patrimonio dell’insegnamento della Chiesa, ha rappresentato il “sasso lanciato nello stagno” del dibattito. Decisori politici, sviluppatori e progettisti non possono non considerare come le loro azioni non fanno semplicemente progredire la tecnica o modificano una politica, esse incidono su un vasto pubblico che è la famiglia umana.
Quando ci si avvicina ai testi e ai discorsi dei pontefici o al più generale insegnamento della Chiesa cattolica, si ha la tentazione di interpretare e selezionare alcuni passaggi che aiutano a legittimare la propria visione e il proprio giudizio. È il fenomeno del cherry picking e della ricerca del sensazionalismo che non colpisce solamente i messaggi papali ma si applica alla più ampia categoria di coloro i quali hanno una visibilità.
Leone XIV non è “contro” l’Intelligenza Artificiale come alcuni hanno scritto con una certa pregiudizialità strisciante; così come la Chiesa non è contraria allo sviluppo tecnologico, (i tempi dell’abiura di Galileo sono stati archiviati ormai da tempo). Il Papa mette in guardia sulla mancanza di controllo dell’essere umano su un nuovo strumento che incide sulla natura stessa dell’uomo rendendolo ad esempio superfluo nel quadro dei rapporti economici. Così come si lancia l’allarme su uno sviluppo che non è controllato dagli Stati, che dovrebbero essere i depositari della ricerca del bene comune. La concentrazione di un potere così ampio nelle mani di pochi attori economici in grado di decidere in maniera opaca e senza alcuna accountability è una stortura che deve essere affrontata d’urgenza, per le implicazioni che rischia di avere sulla vita democratica e comunitaria.
Note
[1] Giovanni Paolo II, VI – Alcuni orientamenti particolari – § 41, in Sollicitudo Rei Socialis, 30 dicembre 1987.
[2] Leone XIV, La Dottrina sociale come discernimento comunitario – §27, in Magnifica Humanitas, 15 maggio 2026.
[3] Dignità umana, bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale.
[4] Leone XIV, I fondamenti della dottrina sociale § 50, Lettera enciclica Magnifica Humanitas, 15 maggio 2026.
[5] Ibidem, Le res novae del nostro tempo – § 4.
[6] Leone XIV, Responsabilità, trasparenza e governo dell’IA – § 104, lettera enciclica Magnifica Humanitas, 15 maggio 2026.
[7] Ibidem, Armi e IA – § 199.
[8] Leone XIV, Tutti possiamo fare la nostra parte – § 212, Lettera enciclica Magnifica Humanitas, 15 maggio 2026
[9] Ibidem, La normalizzazione della guerra – § 192.
[10] Ibidem, Rilanciare il dialogo – §223.
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