Le rivalità tra grandi potenze e il ritorno del realismo: John J. Mearsheimer

Stati Uniti, Cina e Russia
Stati Uniti, Cina e Russia

Nel suo articolo Great power rivalries: the case for realism, pubblicato su Le Monde diplomatique nell’agosto 2023, il politologo statunitense John J. Mearsheimer offre una lettura fortemente realista dell’attuale scenario internazionale. Secondo il politologo, il mondo sta attraversando una fase storica caratterizzata dal ritorno della competizione tra grandi potenze, dopo un periodo di relativa illusione occidentale legata alla fine della Guerra Fredda.


John J. Mearsheimer è uno dei più influenti studiosi contemporanei di relazioni internazionali, professore di scienze politiche all’Università di Chicago e principale esponente del realismo offensivo, noto per le sue analisi critiche della politica estera statunitense e delle dinamiche di potere tra le grandi potenze.
Nell’articolo pubblicato su Le Monde diplomatique, Mearsheimer sostiene che, a differenza di quanto molti studiosi credevano negli anni Novanta, le guerre tra potenze non sono affatto scomparse. Al contrario, oggi esistono due rivalità centrali: quella tra Stati Uniti e Russia nell’Europa orientale, legata al conflitto ucraino, e quella tra Stati Uniti e Cina nell’Asia orientale, in particolare attorno alla questione di Taiwan. Entrambe queste competizioni potrebbero trasformarsi facilmente in conflitti aperti. L’articolo si propone dunque come un invito a recuperare il realismo come teoria fondamentale per comprendere la politica internazionale contemporanea.

Il realismo come teoria della sopravvivenza

Il punto di partenza dell’analisi di Mearsheimer è che la politica internazionale si svolge in un sistema anarchico: non esiste un’autorità superiore capace di proteggere gli Stati.
In questo contesto, ogni Stato deve garantire autonomamente la propria sicurezza.
Per questo motivo, la sopravvivenza diventa l’obiettivo primario di ogni attore internazionale.
L’autore scrive che gli Stati vivono in un mondo di “self-help”, dove devono badare a sé stessi perché nessuno può intervenire in loro difesa in modo certo.
Tale situazione genera inevitabilmente diffidenza e paura reciproca, poiché non è possibile conoscere con certezza le intenzioni degli altri Stati.
Mearsheimer sottolinea che, mentre le capacità militari sono visibili, le intenzioni politiche rimangono nascoste: ciò rende strutturale l’insicurezza e alimenta la competizione.
In questo senso, gli Stati sono intrappolati in una sorta di “gabbia di ferro”, costretti a inseguire potere e sicurezza.

Competizione e bilanciamento tra potenze

Secondo Mearsheimer, la politica delle grandi potenze è inevitabilmente competitiva. Anche quando gli Stati cooperano, ciò avviene sempre “all’ombra della competizione strategica”.
Un concetto chiave del realismo è quello di “balancing”, ovvero il tentativo di impedire che il potere di un rivale cresca troppo. Questo può avvenire attraverso: il rafforzamento militare interno e la costruzione di alleanze contro un avversario comune.
Mearsheimer evidenzia inoltre che l’obiettivo ideale per una grande potenza è diventare un egemone regionale: dominare la propria area geografica e impedire che altre potenze facciano lo stesso. Gli Stati Uniti rappresentano per lui l’esempio più chiaro di questa logica storica, avendo impedito nel XX secolo che Germania, Giappone o URSS diventassero egemoni regionali.
Uno degli aspetti più importanti dell’articolo è la critica al liberalismo occidentale. Mearsheimer sostiene che in Occidente prevale una visione morale della politica internazionale: la guerra viene vista come un male assoluto e gli Stati democratici vengono percepiti come “buoni”, mentre quelli autoritari come principali responsabili dei conflitti.
Il realismo, al contrario, afferma che tutti gli Stati, indipendentemente dal regime politico, agiscono secondo la stessa logica di potere. L’autore ricorda che anche gli Stati Uniti, pur essendo una democrazia liberale, hanno intrapreso guerre illegali o aggressive, come in Jugoslavia nel 1999 e in Iraq nel 2003.

Mearsheimer
Mearsheimer

Mearsheimer denuncia inoltre il fallimento del progetto statunitense di “liberal hegemony” dopo il 1991: l’idea che gli USA potessero esportare democrazia, mercati e diritti umani in tutto il mondo. Secondo lui, questa strategia non solo è fallita, ma ha contribuito direttamente alla nascita delle crisi attuali.

La rivalità USA-Cina: un conflitto inevitabile

La competizione più pericolosa del XXI secolo, secondo Mearsheimer, è quella tra Stati Uniti e Cina. Pechino, cresciuta economicamente dagli anni Novanta in poi, mira a diventare la potenza dominante in Asia e a spingere gli Stati Uniti fuori dalla regione.
Gli USA, coerentemente con la loro strategia storica, cercano invece di contenere la Cina attraverso: le alleanze militari (AUKUS, QUAD), un rafforzamento dei rapporti con Giappone, Corea del Sud e Filippine e le limitazioni economiche e tecnologiche contro Pechino.
Taiwan diventa il principale punto di frizione: per la Cina è “territorio sacro”, mentre per Washington rappresenta un alleato strategico fondamentale.
Mearsheimer sostiene inoltre che la politica americana di engagement degli anni Novanta, che ha favorito lo sviluppo cinese, è stata un “colossale errore strategico”.

La guerra in Ucraina e la provocazione occidentale

La parte più controversa dell’articolo riguarda l’interpretazione della guerra in Ucraina. Mearsheimer rifiuta l’idea che Putin voglia ricostruire un impero russo e definisce questa narrazione un “mito”.
Secondo lui, la guerra sarebbe stata provocata dall’espansione della NATO e dal tentativo occidentale di trasformare l’Ucraina in una roccaforte filo-occidentale ai confini della Russia. L’autore cita un documento diplomatico del 2008 in cui l’ambasciatore americano a Mosca affermava che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO era “la più brillante di tutte le linee rosse” per l’élite russa.
Quando la diplomazia è fallita, Mosca avrebbe scelto la guerra preventiva per impedire un’ulteriore minaccia strategica. Mearsheimer paragona la posizione russa alla Dottrina Monroe americana, che vietava potenze straniere nel “cortile di casa” statunitense

Un mondo multipolare e instabile

Mearsheimer conclude che il mondo è ormai entrato in una fase multipolare, dominata da rivalità sempre più dure tra grandi potenze. Queste nuove “guerre fredde” potrebbero essere persino più pericolose di quella del Novecento.
Secondo Mearsheimer, ignorare la logica realista e continuare a perseguire obiettivi ideologici e universalistici conduce inevitabilmente al conflitto.


Foto copertina: Stati Uniti, Cina e Russia