La convergenza FLA–JNIM, la perdita di Kidal e la scelta di Bamako di sostenere Rabat sul Sahara Occidentale accentuano la crisi con l’Algeria e aprono un nuovo ciclo di instabilità nel nord del Mali.
Una collaborazione inedita tra JNIM, gruppo affiliato ad Al Qaeda e del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) a cui si è assistito il 25 aprile. Attacchi simultanei e coordinati che hanno interessato anche Kati, città strategica alle porte di Bamako e sede della residenza del Ministro della Difesa Sadio Camara, il quale è stato ucciso in un presunto attacco suicida. Colpite Bamako, Mopti, Sévaré, Bourem, Gao e Kidal, quest’ultima il cuore simbolico delle rivendicazioni indipendentiste dell’Azawad.
La centralità di Kidal
A due giorni dagli attacchi è emerso che Kidal è tornata sotto il controllo dell’FLA, segnando un’ulteriore sconfitta per il potere centrale.
La città, storicamente epicentro delle rivolte tuareg e per anni sede del potere politico e militare degli indipendentisti, sfugge ciclicamente all’autorità di Bamako. Nel 2013, durante l’operazione Serval, le forze francesi erano riuscite ad allontanare i gruppi armati, ma senza che l’esercito maliano (FAMa) riuscisse poi a stabilirvisi. Di fatto, fino al 2023 Kidal non è mai stata realmente sotto il controllo dello Stato. Solo nel 2023, dopo il ritiro della MINUSMA e dell’operazione Barkhane e con l’ingresso dei Wagner nel conflitto, la città era stata riconquistata con il supporto russo. La nuova caduta di Kidal rappresenta dunque un duro colpo alla sovranità territoriale del Mali e mette in evidenza il fallimento della narrativa della giunta sulla riunificazione effettiva del Paese.
La convergenza tattica prende forma: i prodromi dell’alleanza FLA–JNIM
I primi segnali di cooperazione erano emersi già nel luglio 2025, quando un convoglio delle FAMa era stato attaccato ad Alkit, tra Kidal e Anefis dall’FLA. Fonti attendibili di RFI riportavano la presenza sul posto anche di unità dello JNIM. Sebbene nessuno dei due gruppi avesse confermato formalmente l’operazione coordinata, alcuni quadri del FLA avevano ammesso la presenza di combattenti estremisti. Inoltre, avevano rivelato che tra le due organizzazioni vige un patto di non aggressione e che erano in corso negoziati per coordinare le operazioni e creare uno stato maggiore congiunto.[1]
Gli attacchi degli ultimi giorni si inseriscono dunque in questa traiettoria, segnando un’evoluzione prevedibile ma significativa della loro convergenza tattica. Parallelamente alle offensive militari, JNIM ha dimostrato una crescente capacità di interdizione economica attuata tramite il blocco delle vie di rifornimento, soprattutto lungo gli assi che collegano Bamako alle regioni settentrionali, provocando penurie di carburante e beni essenziali. Questa pressione economica, che si inserisce in una strategia consolidata del gruppo estremista, contribuisce a indebolire ulteriormente la capacità dello Stato di mantenere il controllo territoriale. La recente convergenza con il FLA potrebbe creare un ambiente operativo favorevole anche ai gruppi separatisti, pur senza indicare una responsabilità diretta e congiunta nelle azioni di blocco.
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La svolta sul Sahara occidentale e i rapporti con l’Algeria.
La tempistica degli attacchi si inserisce in un quadro politico regionale già segnato da forti tensioni. Il 10 aprile 2026, la giunta di Bamako ha annunciato il ritiro del riconoscimento della Repubblica Araba Democratica Saharawi (RASD), sostenendo il piano di autonomia proposto dal Marocco per il Sahara Occidentale. Questa scelta, che rompe con la tradizionale neutralità maliana sul dossier, è stata immediatamente interpretata dall’Algeria (storico sostenitore del Fronte Polisario e dell’indipendenza del Sahara Occidentale) come un forte segno di allineamento a Rabat in una delle questioni più sensibili della sua politica estera.
Per il Mali, la decisione ha rappresentato un tentativo di ridefinire le proprie alleanze, ma ha al tempo stesso acuito le frizioni con un vicino che per anni aveva svolto un ruolo centrale nella mediazione con i gruppi separatisti. Nel 2015, infatti, la squadra internazionale guidata dall’Algeria era riuscita a far firmare a quasi tutte le parti coinvolte nel conflitto l’Accordo di Algeri, poi ripudiato dalla giunta nel 2024.
Il gesto ha avuto un peso ancora maggiore perché il ripudio dell’accordo (già zoppo perché firmato solo da parte dei gruppi armati del nord e mai pienamente implementato) ha incrinato ulteriormente la fiducia tra Bamako e le comunità settentrionali, alimentando la percezione che il governo centrale stia abbandonando ogni riferimento ai meccanismi di mediazione costruiti negli anni. Negli ultimi due anni si sono così moltiplicati i segnali di diffidenza, rafforzati dalla convinzione, all’interno delle autorità maliane, che l’Algeria mantenga canali di influenza sui gruppi armati del nord.
In questo clima di sfiducia, la presa di posizione di Bamako sul Sahara Occidentale ha assunto un valore politico che va oltre la questione, toccando direttamente gli equilibri interni del Mali. Per gruppi come il FLA, che rivendicano un’identità politica distinta e una lunga storia di contestazione del potere centrale, questa scelta potrebbe aver rafforzato la percezione di un ulteriore distacco da Bamako, soprattutto in un momento in cui il governo sembra ridefinire le proprie priorità senza tenere conto delle sensibilità del nord. Pur senza poter stabilire un nesso causale diretto, la svolta diplomatica potrebbe aver contribuito a creare un ambiente politico più favorevole alla mobilitazione, proprio mentre si consolidava la convergenza tattica con lo JNIM.
Note
[1] RFI, Mali: les rebelles du FLA et les jihadistes du Jnim se sont «coordonnés» contre l’armée à Alkit, 15/07/2025
Foto copertina: La convergenza FLA–JNIM, la perdita di Kidal e la scelta di Bamako di sostenere Rabat sul Sahara Occidentale accentuano la crisi con l’Algeria e aprono un nuovo ciclo di instabilità nel nord del Mali.













