I Pasdaran chiudono lo stretto di Hormuz, a rischio un quinto del petrolio mondiale

Stretto di Hormuz
Stretto di Hormuz

La risposta iraniana alla crisi non si limita al piano militare, ma investe in modo diretto la dimensione economica.
I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, arteria marittima attraverso cui transita circa un quinto del consumo mondiale di petrolio. Gli effetti si sono riflessi immediatamente sui traffici energetici.
Circa 150 petroliere – tra cui unità destinate al trasporto di greggio e gas naturale liquefatto (GNL) – hanno sospeso la navigazione, gettando l’ancora nelle acque del Golfo al di fuori dello Stretto. I dati di monitoraggio marittimo indicano un drastico rallentamento dei flussi, mentre alcune stime riportate dai media statunitensi parlano di una riduzione dei volumi di transito fino al 70%. Un’interruzione di tale portata, anche se temporanea, rischia di incidere in modo significativo sui mercati energetici globali, amplificando la dimensione sistemica della crisi.


Dove si trova lo stretto di Hormuz e perché è strategico

Lo Stretto di Hormuz si trova tra l’Oman e l’Iran e collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e quindi al Mar Arabico. Il tratto si estende per circa 560 chilometri, con una larghezza che nel punto massimo raggiunge i 320 chilometri. Le sue caratteristiche morfologiche lo rendono sufficientemente profondo e ampio da consentire il transito delle più grandi petroliere al mondo, rendendolo di fatto un corridoio insostituibile per le esportazioni di greggio e gas naturale liquefatto provenienti dal Golfo.
Nel 2024 attraverso Hormuz sono transitati in media circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 20% del consumo mondiale di liquidi petroliferi. Nei primi mesi del 2025 i flussi sono rimasti sostanzialmente in linea con l’anno precedente, confermando la centralità strutturale dello Stretto nel sistema energetico globale. La sua importanza è particolarmente rilevante per i mercati asiatici. Nel 2024 circa l’84% del greggio e dei condensati e l’83% del gas naturale liquefatto transitati da Hormuz erano destinati all’Asia. Cina, India, Giappone e Corea del Sud hanno rappresentato i principali Paesi di destinazione, assorbendo complessivamente quasi il 70% dei flussi diretti verso il continente. In caso di interruzione prolungata, sarebbero dunque le economie asiatiche le prime a subire l’impatto di una riduzione dell’offerta. In assenza di rotte alternative comparabili per capacità e costi, lo Stretto di Hormuz rimane uno dei punti di vulnerabilità più sensibili dell’architettura energetica globale.[1]

La sequenza storica delle tensioni

Il controllo di questo chokepoint è da sempre uno degli strumenti di pressione più rilevanti a disposizione di Teheran, evocato ripetutamente nei momenti di massima tensione regionale come leva negoziale e deterrente strategico.
Il primo episodio strutturato di militarizzazione dello Stretto risale alla guerra tra Iran e Iraq (1980-1988).
In quella fase, i due Paesi tentarono di colpire reciprocamente le esportazioni energetiche nella cosiddetta “Tanker War”, prendendo di mira petroliere e navi mercantili nel Golfo Persico.
Le minacce di chiusura riemersero con forza nel gennaio 2012, quando l’Iran dichiarò di poter bloccare lo Stretto in risposta alle sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione Europea sul proprio settore energetico. Le tensioni aumentarono ulteriormente a partire dal 2018, con il ripristino delle sanzioni statunitensi dopo il ritiro di Washington dall’accordo sul nucleare. Nel maggio 2019 quattro imbarcazioni – tra cui due petroliere saudite – furono attaccate al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti, al di fuori dello Stretto.
Tra il 2018 e il 2022 si è registrato il picco delle minacce e delle azioni indirette contro interessi petroliferi occidentali, anche attraverso alleati regionali attivi in Iraq e Yemen.
Più recentemente, nel 2023 e nel 2024, tre navi sono state sequestrate dall’Iran nelle acque prossime allo Stretto di Hormuz; in alcuni casi tali operazioni hanno fatto seguito al fermo, da parte statunitense, di petroliere legate a interessi iraniani.

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L’impatto globale dello Stretto di Hormuz

Il Golfo e lo stesso Stretto di Hormuz assumono le caratteristiche di un teatro di guerra con implicazioni economiche immediate. Un rallentamento prolungato dei flussi danneggerebbe non solo le monarchie del Golfo, ma anche lo stesso Iran. Kuwait, Bahrain e Qatar dipendono in modo quasi totale dall’export via Hormuz; particolarmente esposto è il Qatar, tra i maggiori esportatori mondiali di GNL. Anche gli Emirati Arabi Uniti devono transitare dallo Stretto per gran parte delle esportazioni di gas, pur disponendo per il petrolio di un’alternativa strategica: l’oleodotto che conduce al porto di Fujairah, unico emirato situato al di là di Hormuz. Proprio in risposta alle ricorrenti minacce iraniane, Arabia Saudita ed Emirati hanno negli anni sviluppato rotte terrestri alternative. Riad può convogliare parte del greggio verso il Mar Rosso tramite oleodotti che attraversano il regno da est a ovest; Abu Dhabi dispone di un collegamento diretto verso l’Oceano Indiano. Tuttavia, la capacità complessiva di queste infrastrutture resta limitata – circa 2,6 milioni di barili al giorno secondo stime dell’EIA – ben al di sotto dei volumi che normalmente transitano attraverso lo Stretto.
Per Teheran, un blocco totale rappresenterebbe però un’arma a doppio taglio. Hormuz è anche per l’Iran un passaggio fondamentale per le proprie esportazioni. Una chiusura prolungata equivarrebbe a un grave danno economico interno. Eppure, nei momenti in cui il regime percepisce una minaccia esistenziale, la leva energetica è stata storicamente utilizzata come strumento di pressione strategica, anche a costo di sacrifici economici.

La situazione attuale

Circa 150 petroliere – tra cui unità destinate al trasporto di greggio e gas naturale liquefatto (GNL) – hanno sospeso la navigazione, gettando l’ancora nelle acque del Golfo al di fuori dello Stretto. I dati di monitoraggio marittimo indicano un drastico rallentamento dei flussi, mentre alcune stime riportate dai media statunitensi parlano di una riduzione dei volumi di transito fino al 70%.[2] Le ripercussioni di tale scenario si sono manifestate immediatamente sul piano logistico e finanziario. I principali operatori del trasporto marittimo hanno sospeso le rotte attraverso lo Stretto di Hormuz, deviando le navi verso rotte alternative. Il gruppo danese Maersk, spesso considerato un indicatore dell’andamento del commercio globale, ha annunciato la sospensione dei transiti nello Stretto “fino a nuovo avviso”, avvertendo che i servizi verso i porti del Golfo Persico potrebbero subire ritardi significativi.[3] Le tratte tra Medio Oriente, India, Mediterraneo e costa orientale degli Stati Uniti sono state reindirizzate attorno al Capo di Buona Speranza, con un conseguente aumento dei tempi e dei costi di trasporto.
Sul fronte energetico, la reazione dei mercati è stata immediata. Venerdì 27 febbraio il Brent aveva chiuso a 72 dollari al barile;[4] alla riapertura delle contrattazioni internazionali lunedì 2 marzo, il prezzo ha registrato un rialzo superiore al 18%.[5]
Nelle ultime rilevazioni, il greggio statunitense è salito di oltre il 7%, mentre il Brent ha segnato un incremento superiore all’8%, attestandosi intorno ai 79 dollari al barile.
Si tratta di un’impennata giornaliera che non si osservava dal 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina. Anche il gas naturale ha registrato forti tensioni: sul mercato di Amsterdam i future sono saliti a circa 43,80 euro al megawattora, con incrementi che in alcune sedute hanno superato il 35–40%, complice l’interruzione della produzione qatariota legata al conflitto.[6] Secondo le stime di JPMorgan Chase, un blocco prolungato dello Stretto potrebbe spingere il petrolio fino a 120 dollari al barile, con ricadute significative sui costi energetici, sull’inflazione e sul prezzo dei beni di consumo a livello globale.[7]


Note

[1] U.S. Energy Information Administration, Amid regional conflict, the Strait of Hormuz remains critical oil chokepoint, https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=65504
[2] Reuters, Iran conflict disrupts global shipping as tankers are stranded, damaged, https://www.reuters.com/business/energy/iran-conflict-disrupts-global-shipping-tankers-are-stranded-damaged-2026-03-02/ 
[3] Maersk, Strait of Hormuz Closure – Emergency Freight Increase for World to/from UAE, Qatar, Saudi Arabia (Eastern province), Bahrain, Kuwait, Iraq, https://www.maersk.com/news/articles/2026/03/02/strait-of-hormuz-emergency-freight-increase
[4] U.S. Energy Information Administration, Petroleum & Other Liquids, https://www.eia.gov/dnav/pet/hist/RBRTED.htm
[5] Ibid
[6] Borsa Italiana, https://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/teleborsa/finanza/natural-gas-amsterdam-a-3254-euro-per-megawattora-alle-1540-205_2026-02-27_TLB-1LINER.html
[7] Oil Price, JPMorgan: Oil Prices Could Hit $120 Per Barrel, https://oilprice.com/Energy/Oil-Prices/JPMorgan-Oil-Prices-Could-Hit-120-Per-Barrel.amp.html


Foto copertina: The Iranian Revolutionary Guard Corps has threatened ships seeking to pass through the Strait of Hormuz. (ABC News Graphics)