Crisi Medio Oriente: cautele e timidezze


Crisi Medio Oriente: tra unilateralismo americano e mancanza di prospettive, la marginalizzazione di un’Italia alla ricerca di un ruolo e di una politica. Maggioranza e Opposizione caute: il Parlamento nel frattempo rimane ai margini.


Il 2 marzo 2026 è stato il giorno delle informazioni. Nel pomeriggio i Ministri Crosetto e Tajani (Difesa ed Esteri) hanno riferito alle commissioni congiunte di Camera e Senato sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente; in serata, poi, è stata la volta del Presidente del Consiglio Meloni che, in un’intervista televisiva, ha parlato dell’azione militare contro l’Iran dopo due giorni di silenzio. Nel vertiginoso susseguirsi delle informazioni sulla guerra, l’impressione da Roma è che la politica stia a guardare, aspettando lo sviluppo degli eventi. Una caratteristica che si ritrova in tutto l’arco parlamentare, indipendentemente da maggioranza o opposizione. Al netto del breve scontro avvenuto in Senato tra Tajani e il Presidente Conte, tutti i partiti sembrano soppesare le parole e le uscite pubbliche in una situazione che rischia di creare gravi danni anche al Nostro Paese.
Se le opposizioni tutte, concentrano i loro interventi sulla condanna dell’unilateralismo dell’azione militare e al pericoloso avventurismo dell’amministrazione Trump, la maggioranza pone l’attenzione sul sollievo dato dalla decapitazione dei vertici della Repubblica islamica. Quello che si può definire attendismo, però, ha un prezzo alto e richiederebbe un momento di chiarezza e confronto politico.

La cautela di Meloni

Giorgia Meloni è a Palazzo Chigi ormai da tre anni e mezzo e, al netto di una politica interna poco riformatrice in campo economico, nelle relazioni internazionali ha garantito una linea stabile che, alla vigilia delle elezioni del 2022, era stata messa in dubbio da più parti. L’appoggio all’Ucraina invasa dalla Russia, l’ancoraggio Atlantico, l’approccio Europeista (seppur tiepido), ha garantito a Roma una navigazione tranquilla almeno fino al 2025. L’approdo alla Casa Bianca di Donald Trump ha in parte reso complessa la linea di Meloni e della sua maggioranza: l’imprevedibilità del Presidente USA in particolare in politica estera, ha prodotto scosse telluriche che sembrano aver fatto ripiegare il Governo in una posizione di cauto attendismo. Quel realismo che sembrava guidare l’azione del Presidente del Consiglio e che è stato riconosciuto come positivo da più parti, sembra essere appannato.
A titolo di esempio, è possibile citare la reazione di Meloni all’incontro tra Trump e Zelensky nello studio ovale il 28 febbraio 2025.
Quel confronto era stato condannato da diversi leader europei che avevano criticato quella che era stata definita una vera e propria imboscata ai danni del leader ucraino. Meloni, dal canto suo, era stata più prudente optando per un approccio diplomatico, sottolineando la necessità di garantire l’unità occidentale. All’epoca quella prudenza era stata criticata, ma dimostrava l’interesse di Palazzo Chigi per un rapporto che all’epoca si riteneva potesse essere molto stretto in virtù della vicinanza ideologica tra Meloni e Trump. Non è mai stato un mistero, infatti, che Palazzo Chigi ambisse a diventare un ponte tra le due sponde dell’Atlantico, in grado di sanare le faglie tra l’Europa e gli Stati Uniti. Purtroppo, quell’ipotesi si è rivelata in parte un’illusione proprio per l’approccio di Trump alla politica estera. Al netto dell’evidente ottimo rapporto personale, gli Stati Uniti del Tycoon non si muovono nell’alveo della tradizionale politica estera di Washington, ma sembrano aver cambiato paradigma. L’atlantismo di Washington è ora funzionale in tutto e per tutto agli interessi statunitensi e gli alleati non sono partner con i quali collaborare, bensì soggetti di un rapporto nel quale gli Stati Uniti fanno sentire il proprio peso. La difficile intelligibilità delle azioni statunitensi ha reso virtualmente impossibile un equilibrismo già di per sé difficoltoso e gli ultimi sviluppi internazionali suggeriscono che il governo si troverà obbligato a continuare a navigare a vista in attesa che gli eventi si sviluppino.

Il grande assente: il Parlamento

La complessità del quadro attuale, le possibili ramificazioni internazionali e i contraccolpi economico-sociali dell’attacco all’Iran, imporrebbero un momento chiarificatore alla politica. Riportare, quindi, al centro il Parlamento. Seppur indebolito e reso marginale dall’azione di numerosi governi che hanno spesso esondato dalle proprie prerogative costituzionali, esso rimane comunque il depositario della sovranità popolare in virtù del rapporto rappresentativo che caratterizza la nostra repubblica parlamentare. Sarebbe, opportuno, quindi un momento di sintesi politica proprio perché le conseguenze della crisi mediorientale non investono solamente il Governo o la maggioranza, ma si riverberano sull’intero sistema-paese nel suo complesso. Questa chiarificazione dovrebbe, quindi passare attraverso Giorgia Meloni in quanto Presidente del Consiglio e leader del partito di maggioranza relativa. In questi tre anni e mezzo, la Premier si è recata in parlamento meno rispetto ai suoi predecessori, in particolare in concomitanza degli appuntamenti dei Consigli Europei (il prossimo è previsto per il 18 marzo 2026), preferendo spesso affidare la propria linea a interviste giornalistiche e a un rapporto più diretto con l’elettorato. Sebbene la politica e il rapporto eletti-elettori sia mutato profondamente dal 1948, è pur vero che la tutela di certe liturgie proprie della democrazia parlamentare (non foss’altro perché la Costituzione che delinea il sistema parlamentare è ancora in vigore) andrebbero rispettate in particolar modo in un momento incerto come quello attuale.
Si tratta di una lezione che la Repubblica dovrebbe aver imparato già da tempo, tuttavia nel clima avvelenato dell’imminente consultazione referendaria sulla separazione delle carriere, la polarizzazione (sempre più esasperata), sembra la cifra di una classe politica ben più attenta al sondaggio che a rassicurare la cittadinanza. A poche settimane dal referendum e a un anno dalle prossime elezioni politiche, infatti, la sensazione è quella di un immobilismo per tutelarsi dalla possibile erosione del consenso: una presa di posizione chiara, magari scomoda, potrebbe indebolire l’uno o l’altro schieramento.
Questo atteggiamento, però, rischia di porre un’ipoteca sulla stessa capacità di Roma di essere rilevante nei tavoli politici internazionali. Allo stesso tempo, non aiuta a colmare una distanza dall’elettorato che si traduce in un sempre più alto astensionismo, delineando una disillusione rispetto alla capacità della politica di dare risposte.  

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Sin dal 2022 uno dei temi sui quali si è costantemente rilevata la frattura tra le forze politiche di opposizione è proprio la politica estera. Il conflitto ucraino, la guerra in Palestina, il rapporto con la Russia, gli Stati Uniti e gli altri Partner europei hanno rappresentato forti elementi di frizione ancora non risolti. L’incapacità di elaborare un tavolo di confronto politico, ancor prima che tecnico, su un nodo centrale come quello della politica internazionale del Paese fa perdere di credibilità al complesso dei partiti. Una valutazione che ancor più evidente se si fa un confronto con il Presidente del Consiglio, che è riuscita in mezzo ad infinite contraddizioni a tenere salde le redini dell’azione internazionale del governo e a limitare i danni di una coalizione gravata anche dall’ipoteca leghista mai troppo convinta del sostegno a Kyiv.

Nell’attuale quadro, le opposizioni evidenziano la mancanza di chiarezza dell’esecutivo rispetto all’interpretazione di un attacco che pare porsi in contrasto con lo stesso diritto internazionale. Tuttavia, l’accusa mossa alla maggioranza continua a non permettere alle opposizioni di “fare sistema”: la lettera inviata dai capigruppo parlamentari del centrosinistra ai Presidenti delle Camere, richiede quel confronto parlamentare con Meloni cui si faceva accenno nel paragrafo precedente. Allo stesso tempo, la partecipazione al flash mob davanti Montecitorio di diversi parlamentari di opposizione per la concessione di patrocinio politico ai detenuti iraniani, per quanto meritevole dal punto di vista umano, sembra delineare anche in questo campo un generale attendismo. La politica basata sulle diagnosi dei problemi e sulla partecipazione ai flash mob della società civile senza una ricaduta a livello di proposta caratterizza un’opposizione poco incline all’elaborazione pratica di soluzioni. Non è possibile immaginare, pare superfluo ricordarlo, che i leader del centrosinistra possano proporre una proposta in grado di risolvere i conflitti internazionali, tuttavia sembrerebbe legittimo aspettarsi un approccio che sia volto alla sintesi politica per la tutela dell’interesse nazionale. Il richiamo alla legalità internazionale, alla tutela della democrazia e alla difesa dei diritti umani di coloro i quali contestano il regime della Repubblica islamica, per quanto moralmente nobile e fondamentale per un grande paese Occidentale, non è sufficiente e, anzi, rischia di essere percepito come un legittimo ma vuoto appello non sostenuto da un’azione politica efficace per tutelare il Paese.

In questo modo, anche la legittima richiesta di confronto parlamentare, rischia di essere un espediente politico-procedurale che potrebbe ridursi ad una polemica retorico-politica tra maggioranza e opposizione. Un dialogo tra posizioni distanti e rappresentate come incompatibili che lascia sullo sfondo l’obiettivo di addivenire ad un confronto costruttivo in una situazione che rischia di diventare complessa per il Paese.

La marginalizzazione

Al netto delle polemiche politiche interne tra maggioranza e opposizione, emerge un dato che inquadra la situazione preoccupante di un Paese (e di un continente) che pare incapace di uscire da una certa marginalità internazionale. Meloni, lo si ricorda, fino al 2025 ha avuto il merito di navigare efficacemente in un ambiente internazionale in complesso mutamento ma relativamente intelligibile. Successivamente, è riuscita a tenere insieme le tradizionali direttrici di politica estera italiana nel quadro di un equilibrismo politico-diplomatico frutto anche di una stabilità in parte inedita rispetto al più recente passato.
La cautela che caratterizza l’azione del Governo in questa delicata fase è legittima e legata a tutelare l’Italia dal rischio di scelte precipitose. Non è possibile però non notare come l’azione del Governo sia ancora volta a trovare un baricentro che rischia di porre Roma anche ai margini di un dialogo europeo che si sta timidamente sviluppando. In momenti complessi (e pericolosi) come quello attuale, l’attesa che la tempesta si plachi è ben più pericolosa di un’operosa attenzione. Le opposizioni, dal canto loro, palesano una incapacità strutturale di prendere una posizione concreta e unitaria, nascondendosi spesso dietro un altare morale che le rende poco concrete agli occhi della pubblica opinione.


Foto copertina: IMinistri Crosetto e Tajani (Difesa ed Esteri)