Argentina ’78: il Mondiale visto dalle “pazze” di Plaza de Mayo


La lotta per la verità sui desaparecidos all’ombra del campionato di calcio di Videla del 1978.


Di Rosa Scamardella

«Io piangevo come una pazza in cucina mentre Humberto guardava le partite e gioiva per i gol. E lui era una persona che stava soffrendo per la morte dei suoi figli»[1].

«Io piangevo in cucina dicevo a mio marito: “Com’è possibile che stai guardando il Mondiale se il dolore è così grande?”»[2]

È un momento di scissione totale quello raccontato da Hebe de Bonafini ed Enriqueta Maroni nelle interviste rilasciate riguardo i mondiali di calcio del 1978 in Argentina.
La prima separazione, quella più feroce, l’avevano subita quando avevano fatto sparire i loro figli, tratti in arresto per ordine della giunta militare che aveva preso il potere proclamando l’obiettivo di salvare il paese dalla sovversione della lotta armata. Fra i 30.000 desaparecidos, 15.000 fucilati, 10.000 torturati sopravvissuti alle sevizie e 2 milioni di esuli privati di un giusto processo, c’erano anche i figli di queste due donne che, assieme ad altre madri come loro, dall’ottobre del 1977 avevano cominciato a marciare tutti i giovedì intorno alla Plaza de Mayo di Buenos Aires per il loro diritto a conoscere almeno la verità su destino di chi avevano messo al mondo. In secondo luogo, le madres si ritrovarono a vivere il dolore e la loro incessante lotta per la giustizia totalmente separate dalla società argentina, mobilitata a festa e massimamente partecipante alla gioia di ospitare il campionato del mondo. Rispondendo al richiamo dello sport più popolare di sempre, in un paese che se ne serve come di un’epica nazionale, questa andava compattandosi con rinnovato orgoglio, nello sforzo di proporre all’estero l’immagine di un’Argentina moderna ed integrata all’interno della comunità internazionale, capace in poco tempo di adattare i suoi impianti sportivi, costruirne di nuovi, di allestire una campagna pubblicitaria e un’ospitalità degne di un Mondiale.
Finanche i montoneros, il principale gruppo guerrigliero di ispirazione peronista attivo in quel momento, rendevano nota la loro decisione di non aderire alla campagna di boicottaggio dell’evento in nome dei diritti umani  e di non condurre attacchi contro i luoghi del mondiale[3][4].
Al di fuori dell’ostentata unità nazionale, solo loro, le “pazze” di Plaza de Mayo, come vennero definite dalla stampa. La ferita di quella separazione dal corpo sociale, che si sovrappone alle barriere della domesticità nelle loro parole, ci restituisce tutto il doloroso contrasto delle emozioni che, in migliaia di case argentine, erano divise per stanza: il pianto per la cucina, per il salotto l’irrefrenabile gioia di un padre di desaparecido incollato al televisore per guardare il trionfo della Selección in quelli che sarebbero passati alla storia come “I Mondiali della Vergogna”.

L’economia del Mondiale

La scherma, il pugilato, il nuoto, il tiro a segno, il polo: gli sport preferiti di Juan Domingo Perón, il quale durante il suo terzo mandato ratificò la decisione di realizzare il Mondiale di Calcio. La Giunta militare che seguì il breve governo di sua moglie stabilì l’obiettivo del passaggio da un’economia dirigista ad una di ispirazione liberale. A redigere il piano per la riorganizzazione economica del paese fu deputato José Alfredo Martínez de Hoz, presidente del Consiglio dell’Imprenditoria Argentina. Tanto per lui quanto per il generale Videla, l’equilibrio fiscale era più importante del dispendioso evento calcistico che restava in agenda. Furono l’ammiraglio Massera e i suoi consiglieri a persuaderlo dell’importanza politica di mantener fede all’impegno ed ospitare il Mondiale. Il nuovo corso liberista dell’economia nazionale, per combattere l’inflazione, coi tassi di interesse tenuti ben in alto, aveva bisogno della valuta forte proveniente dagli investimenti esteri. Dall’immagine del paese in trionfo sarebbero dipese tanto la fiducia degli investitori quanto la legittimazione politica della Giunta.
Fu così che dalla perplessità rispetto alla fattibilità organizzativa si passò rapidamente alla megalomania. Con la legge 21349 del 1976 il Mondiale fu dichiarato “evento di interesse nazionale”[5], gli organizzatori si attribuirono stipendi e diritti di spesa fuori misura. Le spese raggiunsero l’esorbitante -per l’epoca- cifra di 700 milioni di dollari.

Una vittoria aspettata

Per guidare la Selección del 1978 fu scelto César Luis Menotti, di comprovata fede comunista, il quale si era confrontato col Comitato Centrale del suo partito prima di accettare l’incarico[6]. Alle convocazioni dell’allenatore, che escludevano un disperato e allora diciassettenne Diego Armando Maradona, risposero tutti meno che il capitano Jorge Carrascosa, l’unico calciatore a disertare realmente il Mondiale e a lasciare di lì a poco il calcio.
L’Argentina arrivò nello stesso girone di Polonia, Brasile e Perù. Batté la Polonia, mentre il Brasile vinceva contro il Perù. Allo scontro diretto contro la Seleção pareggiò. A quel punto, le due partite che avrebbero deciso chi, superato il girone, avrebbe avuto accesso alla finale, sarebbero state Brasile- Polonia e Argentina-Perù.
La squadra ospitante ottenne dalla FIFA di poter giocare due ore e mezza dopo la partita dei rivali brasiliani. Si trattò di una fra le più evidenti e discusse facilitazioni delle quali beneficiò. I ragazzi di Menotti sapevano che avrebbero dovuto vincere con più di tre gol di scarto e raggiunsero il 4-0. Vere e proprie persecuzioni, interrogazioni parlamentari e un rientro a casa fra i più pericolosi avrebbero riaccompagnato a Lima i rivali di quella serata, accusati di aver venduto la partita, che pure era cominciata con una visita di Videla negli spogliatoi.
La finale, al Monumental, si disputò contro gli olandesi. Il 2-0 dell’albiceleste consegnò alla festa totale il paese mentre, nei centri di detenzione, i prigionieri si ritrovarono in balia dell’esaltazione dei loro aguzzini. Alcuni di questi decisero di portarli in trionfo a festeggiare per le strade, acuendo in loro la sensazione di star vivendo il peggiore degli incubi[8].

Il racconto della stampa

Come già accennato, i montoneros avevano deciso di non sabotare il mondiale. Mario Firmenich, portavoce in esilio, durante una riunione dei vertici dell’organizzazione, si era lasciato andare ad un proverbiale: «Quella del boicottaggio è una coglionata colossale»[9], in relazione alla campagna internazionale fatta partire da Le Monde in difesa dei diritti umani in Argentina. Secondo lui, Giunta aveva intenzione di proiettare un’immagine dei montoneros come nemici dell’argentinità, accostandone l’operato a quello di Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco ’72. Porsi al di fuori dell’entusiasmo nazionale e di quello calcistico internazionale era stato giudicato tatticamente sbagliato, impopolare. La tregua però non era stata totale.
Erano stati scelti alcuni guerriglieri in esilio da far rientrare in Argentina. Chi per diffondere cori come Argentina Campeón, Videla al paredón (Argentina campione, Videla al muro), chi a regalare biglietti alle madres affinché inscenassero allo stadio la loro protesta (rifiutarono), chi per lanciare un missile contro la Casa Rosada, chi a sparare contro la sede del Servizio Informazioni dell’Esercito o contro la tragicamente nota ESMA (Escuela de Mecanica de la Armada), dove venivano torturati i prigionieri arrestati e poi fatti sparire[10].
I danni alla Casa Rosada  furono ricoperti con la bandiera nazionale. Con l’eccezione delle interferenze trasmesse durante le partite con Francia e Polonia, attraverso le quali gli argentini ascoltarono un breve discorso di Firmenich, tutte le azioni elencate furono sistematicamente ignorate dalla stampa nazionale.
Solo tra le pagine del Buenos Aires Herlad, destinato a lettori in lingua inglese, qualche posizione di dissenso trovò spazio[11]. Raccontò, ad esempio, dell’incontro con la stampa estera delle “pazze” di Plaza de Mayo.
Alle madri era stata proibita la marcia sin dal mese di aprile, ma non si erano allontanate dalla piazza fino a quando non vennero intercettate dai reporter olandesi,  i quali, mobilitati dalla campagna di boicottaggio, inoltrarono al mondo il loro primo messaggio diretto:
«(…) Dicono che gli argentini emigrati all’estero stanno dando una falsa immagine dell’Argentina. Noi siamo argentine, viviamo in Argentina e possiamo assicurarvi che ci sono migliaia e migliaia di famiglie che soffrono il dolore, l’angustia, la disperazione e la tristezza di non sapere dove siano i loro figli. (…) Non sappiamo più a chi rivolgerci: consolati, ambasciate, ministeri, chiese, tutti ci hanno chiuso le porte. (…) Aiutateci, siete la nostra unica speranza»[12].
Quei coraggiosi cronisti si occuparono di diffondere le loro parole. Mentre la maggioranza dei loro colleghi rimpatriò limitandosi a raccontare un trionfo nazionale privo di ombre ed una bella storia di solo calcio.

Mondiali di calcio diritti umani

A ribadire che mai si tratta né si trattò di solo calcio, fra Henry Kissinger e il generale Videla, a presiedere le tribune d’onore dei Mondiali della Vergogna, c’era anche il brasiliano João Havelange, l’allora presidente della FIFA.
La Fédération Internationale de Football Association, responsabile del business miliardario della Coppa del mondo, che riunisce 211 associazioni nazionali, con un seguito calcolato di circa 3,6 miliardi di spettatori, è un’associazione costituita nel 1904 sotto le leggi svizzere[13]. L’assegnazione dei mondiali, che passa attraverso un procedimento poco trasparente e oggetto di numerose inchieste che hanno evidenziato i passaggi di denaro, favori e corruzione nel decision making dell’organizzazione, non si è mai accompagnata all’adeguamento dello Stato ospitante con gli standard di rispetto dei diritti umani fondamentali.
Nel 2015, la FIFA si è avvalsa della collaborazione di John Ruggie, professore ad Harvard, già collaboratore di Kofi Annan per la redazione dei Millennium Development Goals, per l’elaborazione di raccomandazioni riguardanti i diritti umani che avrebbero dovuto guidarne l’azione[14]. L’assegnazione dei mondiali alla Federazione Russa e al Qatar, stabilita cinque anni prima, non ha lasciato modo di intravedere cambiamenti rivoluzionari.
L’intero novero dei diritti umani è coinvolto quando una grande manifestazione sportiva viene concessa ad uno Stato. A pagare le spese delle maestosità richieste sono soprattutto le fasce di popolazione più esposte alla marginalità.

Memoria e vergogna

Se ci si dovesse attenere strettamente alle valutazioni di impatto, sarebbe difficile sostenere la necessità di un Mondiale di Calcio. Se si intendesse seguire i flussi di denaro che passarono per le tasche dei delegati di Zurigo e non lasciarono pulito neanche il Sud Africa di Nelson Mandela, tantomeno. Nessuno che abbia avuto accesso ad una media informazione sui Mondiali in Qatar potrebbe sostenere di averli seguiti a cuor leggero. Eppure, la favola marocchina, il mondo arabo in festa, le adunate nelle piazze di tutto il mondo, la finale all’ultimo respiro disputata fra Argentina e Francia raccontano tutta l’intangibilità dell’incantesimo di cui è capace il gioco calcio. Una magia collettiva capace di trasportare intere nazioni in un’altra dimensione e sovvertirne le priorità.
È un incantesimo sadico, che aliena totalmente dal sentire collettivo chi non ne è toccato, se visto dalle cucine delle madri dei desaparecidos, dalle celle dell’ESMA. E contemporaneamente è il balsamo che strappa per 90 minuti alla sofferenza i padri dei desaparecidos. È nazionalisimo, capace di rendere applausi e consensi ricaricare il consenso ad un regime militare atroce e, al contempo, sovranazionale, in grado di aprire un varco in cui il grido di quelle stesse madres riuscì a trovare finalmente una risonanza («Il Mondiale servì perché tutto il mondo ci conoscesse», avrebbe dichiarato Hebe de Bonafini). Tanto sordo da non sentire il rumore di un missile che entra nella Casa Rosada, tanto rumoroso da coprire le urla dei prigionieri dei centri di detenzione clandestina vicinissimi agli stadi. Così forte, il calcio, “l’arte dell’imprevisto”, come lo definì Galeano, incarnando la possibilità di un contro-potere («la lezione improvvisa che un nano infligge ad un gigante, un nero allampanato e sbilenco che fa sbilanciare il migliore atleta») è, per definizione, uno spazio conteso al potere al centro dell’umanissima dimensione del gioco. Per questo, tenerlo pulito è un fatto politico. Per questo quando, nel 2003, al Monumental si celebrarono i “campioni del 1978”, migliaia di posti rimasero vuoti. Era l’anno in cui cominciava il governo di Néstor Kirchner, il quale avrebbe annullato le leggi del perdono verso i torturatori, riconvertito l’ESMA in museo degli orrori della dittatura. Le madres in prima linea si preparavano, non più sole, a guidare l’Argentina verso costruzione di un rapporto con la sua memoria e con la sua vergogna. Anche quella di aver giocato sporco.


Note

[1] P. LLONTO, I mondiali della vergogna. I campionati di Argentina ’78 e la dittatura, Edizioni Alegre, Roma, 2019, p.13.
[2] https://papelitos.com.ar/nota/las-madres-de-plaza-de-mayo-no-querian-el-mundial-78.
[3] P. LLONTO, op. cit., p. 13.
[4]https://www.agenciapacourondo.com.ar/debates/argentina-campeon-videla-al-paredon-montoneros-la-dictadura-y-el-mundial-78
[5]M. BORRELLI, L. OSZUST, ‹‹ El Mundial 78 en la prensa política argentina: entre la “fiesta”, el nacionalismo y los derechos humanos››, Palabra Clave21(1), 2018.
[6] P. LLONTO, op. cit., p. 53.
[8] Ivi, p. 163.
[9] Ivi, p. 167.
[10] https://papelitos.com.ar/nota/interferencias-de-montoneros-durante-el-mundial-78
[11] M. BORRELLI, L. OSZUST, op. cit. p. 15.
[12] https://papelitos.com.ar/nota/la-prensa-internacional-y-las-madres-de-plaza-de-mayo
[13] https://www.fifa.com/about-fifa
[14]https://www.hks.harvard.edu/centers/mrcbg/programs/cri/research/reports/report68


Foto copertina: Cartelloni di invito a boicottare il mondiale del 1978 in una Argentina segnata dalla dittatura, dai desaparecidos e dalle donne di Plaza de Mayo