Il Manifesto di Ventotene redatto da Spinelli, Rossi e Colorni rappresenta, tra ambizioni e ripensamenti, un contributo significativo al rilancio della prospettiva unitaria del continente europeo.
Di Raimondo Fabbri
L’idea di Europa. Un mito permanente
«Se le idee sono creazioni umane, anche e soprattutto questa d’Europa è una creazione degli uomini. La sua verità sta nella sua storia. La sua storia è la storia di coloro che l’hanno pensata»[1]
L’idea di Europa al pari di altre idee che si sono concretizzate nella realtà, si è sempre mossa fra mito, storia e prassi. Infatti, se la memoria dell’unità europea affonda le sue radici nella forma talvolta idealizzata dell’Impero Romano e dell’Impero carolingio, è con il secolo dei Lumi e poi con la Rivoluzione francese, che un’idea di unione dei popoli del continente, viene posta con forza in nome della democrazia. Nel XIX secolo il concetto di «Stati Uniti d’Europa» divenne familiare in alcuni ambienti filosofici e letterari pur senza trovare una sostanziale traduzione politica. Saint-Simon, Giuseppe Mazzini, Victor Hugo, Carlo Cattaneo, solo per citarne alcuni, diedero un notevole impulso al dibattito sul tema, talvolta soffermandosi su aspetti culturali, talaltra su necessità oggettive a garanzie della pace e della stabilità in un’area geografica che, fermandoci solamente al periodo compreso fra il XV ed il XIX secolo, era stata particolarmente segnata dal fenomeno guerra. Al progetto di Europa federale, quello di Altieri Spinelli appare ancora oggi come uno dei contributi più elevati, avendo rappresentato per oltre mezzo secolo, grazie anche al molto citato Manifesto di Ventotene, vera e propria opera seminale che, nonostante i rimaneggiamenti e le prese di distanza successive, rappresenta senz’altro uno dei contributi più significativi all’idea di unione europea[2].
«La federazione Europea non ci si presentava come una ideologia, non si proponeva di colorare in questo o in quel modo un potere esistente […] Era l’unica risposta ragionevole al problema, altrimenti insolubile, che tormentava l’Europa dal 1870, della pacifica convivenza della Germania con gli altri popoli del vecchio continente»[3].
In un continente lacerato dalle bombe e dall’espansionismo tedesco, il Manifesto di Ventotene, stilato a più mani nel 1941 rappresentò una risposta visionaria ai problemi che la storia aveva posto agli europei. Diffuso clandestinamente grazie all’opera di un’altra attivista politica come Ursula Hirschmann (moglie di Colorni e dopo essere rimasta vedova di Spinelli), con il titolo Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto, l’edizione a stampa vide la luce solamente nell’agosto del 1943 con il titolo Il Manifesto del Movimento federalista europeo. Spinelli, infine, rimise mano allo scritto per la terza edizione, pubblicata col titolo Problemi della Federazione europea, sul finire del 1944. Un processo redazionale talmente complesso che nei contenuti espressi risentì inevitabilmente delle influenze esercitate dagli avvenimenti storici, personali ed intellettuali sugli autori. Peraltro, l’opera che vide la luce a Ventotene succedeva all’espulsione di Spinelli dal Partito Comunista, per «deviazione ideologica e presunzione piccolo borghese» e al travaglio che ne conseguì. Osservando quella passata militanza, l’autore del Manifesto, non esitò a paragonarla ad un viaggio che dopo l’esperienza nel PCI lo conduceva alla cittadella democratica.
«Alle porte della città democratica che avevo una volta considerata città nemica, di cui avevo perciò spiato e appreso debolezze, contraddizioni, ipocrisie, e che ora sceglievo come mia patria ideale, rimasi ancora a lungo a contemplarla, senza entrarci, diffidente verso cose e persone, guardato con diffidenza da coloro con i quali avrei dovuto ora accompagnarmi, che cosa sarei andata a farci»[4].
Sull’isola Pontina l’incontro con Eugenio Colorni, spedito al confino per le convinzioni politiche socialiste e per la religione ebraica, ed Ernesto Rossi appartenente al gruppo di Giustizia e Libertà, si rivelò fondamentale poiché permise a personalità con una formazione molto diversa, di meditare in maniera più attenta su alcuni concetti importanti, sulle strutture economiche, sulle organizzazioni federali, sull’inconsistenza ed il completo fallimento della Società delle Nazioni. Fu in quella temperie ideale e bellica che presero forma molte delle convinzioni che accompagnarono Spinelli nell’azione politica condotta sino alla fine dei suoi giorni. In particolare, la lettura dei federalisti inglesi risultò decisiva per le conseguenze che ebbe nelle analisi dei confinati rispetto al pervertimento politico ed economico cui poteva portare il nazionalismo. In quegli scritti Spinelli trovò un metodo di analisi della situazione nella quale l’Europa stava precipitando e con cui potevano essere elaborate prospettive alternative.
Un Manifesto nell’Europa in guerra
«Nel 1941 nel momento in cui gli eserciti hitleriani avevano sommerso tutta l’Europa, arrestandosi solo dinanzi alla Manica […] ho cominciato, con uno sparuto gruppetto di federalisti di Ventotene, a redigere e ad inviare clandestinamente agli amici che cospiravano in Italia tesi e saggi che incitavano alla costituzione di un movimento federalista europeo»[5].
Con queste parole Altiero Spinelli descrive nell’introduzione al suo volume L’Europa non cade dal cielo lo spirito che lo aveva animato negli anni del confino, in quella condizione che lui stesso definì come contemplativa ed in cui maturarono le convinzioni di uno degli artefici, insieme ad Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, di un modello federale che proponeva di trapiantare in Europa la grande esperienza politica americana. Nel Manifesto per l’Europa libera e unita, dunque si riversarono le inquietudini ed i drammi vissuti dagli autori. Spinelli si occupò dei capitoli che trattavano della crisi della civiltà europea, dell’unità europea come obiettivo del dopoguerra e del partito rivoluzionario necessario per realizzarla. Ernesto Rossi invece scrisse il capitolo sulla riforma della società da affrontare nel dopoguerra. Temi e idee che in seguito Spinelli avrebbe definito non molto originali e che anzi presentavano alcuni errori politici come l’ottimismo basato sull’imminente rivoluzione socialista; in secondo luogo, l’elaborazione fatta a Ventotene non teneva in considerazione il fatto che l’Europa, finita la guerra, avrebbe cessato di essere il centro del mondo, venendo pesantemente condizionata da poteri extraeuropei. Infine, il discorso sul partito rivoluzionario, che avrebbe dovuto guidare le masse, risentiva evidentemente, come ammesso a posteriori, di un’impostazione «rozzamente leninista». La guerra che per la seconda volta sconvolgeva il territorio europeo, con esiti che si poteva prevedere, sarebbero stati ancor più dolorosi e devastanti della Grande guerra, poneva una serie di questioni politiche cui gli intellettuali ed i dissidenti politici costretti dal regime fascista al confino sull’isola pontina, non si sottraevano, proponendo delle soluzioni per il dopoguerra. I federalisti europei in cui si inscrivevano i padri del Manifesto erano senza alcun dubbio molto meno numerosi di coloro che volevano la restaurazione delle democrazie nazionali e di quanti erano animati dalla impaziente attesa della rivoluzione comunista. Come ebbe successivamente a notare proprio Altiero Spinelli, la realtà del 1945 era contraddistinta da un imprevisto assai più forte del passato che risorgeva dalle proprie ceneri, ovvero dal predominio americano e russo che si instaurava in Europa con la fine della guerra[6]. Nello stesso tempo in cui alcuni parlavano della federazione europea, Jean Monnet teorizzava il funzionalismo sin dagli inizi degli anni Quaranta discostandosi moltissimo da quanto sostenuto da Spinelli e gli altri, in quanto solamente un approccio basato sul principio della progressiva e graduale integrazione per settori funzionali, per i mercati e le comunità economiche, avrebbe condotto automaticamente all’unificazione politica. Inutile rammentare che ad ispirare la costruzione europea nel dopoguerra fino a prevalere sino ai nostri giorni fu il modello proposto da Monnet[7].
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Gli Stati Uniti d’Europa nel dopoguerra
L’ambizioso progetto federale auspicato a Ventotene attraverso un passaggio rivoluzionario, in grado di attivare un potere costituente capace di travolgere le istituzioni esistenti per il raggiungimento dell’’unità europea, non poteva non incontrare alcuni ostacoli, in quanto l’assetto dell’Europa uscita in frantumi dal conflitto mondiale, appariva più facilmente ricostruibile intorno agli stati nazionali[8]. D’altronde come notava Spinelli nel 1953, il compito dei federalisti, in maniera molto realistica, doveva essere quella di favorire l’adozione di una Costituzione europea, nonostante la natura che stava assumendo fosse sostanzialmente ibrida, con istanze federali che convivevano insieme ad altre confederali[9]. Nonostante le indubbie difficoltà, era altrettanto innegabile che un insieme di affari pubblici non potessero più essere gestiti singolarmente dagli stati in quanto esigevano soluzioni unitarie sovranazionali in materia economica, di giustizia sociale e soprattutto di politica estera e di difesa
«Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che, o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo, in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali. Gli spiriti sono già ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell’Europa»[10].
La fine della Seconda guerra mondiale e le conseguenze geopolitiche per l’Europa, poneva delle serie difficoltà al processo di superamento degli stati nazionali che il Manifesto di Ventotene aveva proposto con forza. Nel 1947 il varo del Piano Marshall riaccese in Rossi e Spinelli le speranze legate al progetto federalista europeo inducendoli ad avviare un’intensa attività di stimolo nei confronti dei più importanti dirigenti politici italiani dell’epoca, tra i quali Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi. Purtroppo però come constatarono gli estensori del Manifesto, l’approccio nazionale con cui gli Stati Uniti intendevano gestire i fondi del programma ERP, complicava il processo di costituzione di un blocco omogeneo al pari di un altro tema come quello della difesa comune.
«È ormai dimostrata l’inutilità, anzi la dannosità di organismi sul tipo della Società delle Nazioni, che pretendeva di garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni, e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti […]Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente — tracciato dei confini nelle zone di popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell’interno, questione balcanica, questione irlandese, ecc. — che troverebbe nella Federazione Europea la più semplice soluzione — come l’hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte della più vasta unità nazionale avendo perso la loro acredine, col trasformarsi in problemi di rapporti fra le diverse provincie. D’altra parte, la fine del senso di sicurezza dato dalla inattaccabilità della Gran Bretagna, che consigliava agli inglesi la «splendid isolation», la dissoluzione dell’esercito e della stessa repubblica francese al primo serio urto delle forze tedesche (risultato che è da sperare abbia di molto smorzata la convinzione sciovinista dell’assoluta superiorità gallica) e specialmente la coscienza della gravità del pericolo corso di generale asservimento, sono tutte circostanze che favoriranno la costituzione di un regime federale, che ponga fine all’attuale anarchia»[11].
La necessità per un organismo sovranazionale di dotarsi di una forza militare in chiave difensiva veniva ripresa con vigore nel secondo dopoguerra ma constatando amaramente l’incapacità di stabilire in maniera autonoma una solida cooperazione, trasferendo altresì la responsabilità di organizzare la difesa europea all’America. Delegare completamente ad altri un importante compito come quello difensivo, avrebbe significato trasformare l’Europa occidentale in un’appendice militare dell’impero americano. Spinelli nel 1950 non esitò a definire una farsa quella riguardante la difesa europea e la costituzione di un esercito europeo che, si sarebbe potuto avere solamente con l’esistenza dello stato europeo.
Spinelli e l’Europa reale
Spinelli venne eletto parlamentare europeo come indipendente con il Partito Comunista nel 1979, anno nel quale per la prima volta, l’assise continentale veniva scelta direttamente dai cittadini degli Stati membri. In quella sua nuova veste fu l’ispiratore e il protagonista principale dei progetti miranti alla costruzione dell’unità europea, consapevole che quel passaggio sarebbe stato reso vano senza una serie di riforme tese alla legittimazione popolare delle istituzioni sovranazionali. In particolare, era necessario dotare la Commissione, il Parlamento Europeo che non aveva potestà legislativa e il Consiglio europeo, di poteri reali e soprattutto approvare una Costituzione non elaborata dai diplomatici, bensì dai rappresentanti eletti delle forze politiche. Di quella stagione resterà anche la memoria degli incontri organizzati da Spinelli presso il ristorante Il coccodrillo di Strasburgo, divenuto nel tempo Club del coccodrillo, sede di discussione e di dibattito da cui emerse il progetto di Trattato sull’Unione Europea che in seguito, venne vagliato dalla Commissione Affari istituzionali del Parlamento Europeo presieduta dal socialdemocratico Mauro Ferri e dopo vari approfondimenti approvato il 14 settembre 1983. Il Parlamento Europeo il 14 febbraio 1984, approvava il citato progetto con 229 voti favorevoli, 31 contrari, 42 astenuti. In alcuni gruppi dove confluivano i partiti degli Stati membri si registrarono delle spaccature: i gruppi Comunista e Socialista pur votando a favore, evidenziarono le defezioni dei compagni greci che votarono contro, al pari dei laburisti inglesi e di Democrazia Proletaria; i socialisti francesi si astennero. Votarono a favore Popolari, Liberali, Radicali e la pattuglia degli eurodeputati del MSI Almirante, Romualdi, Petronio e Buttafuoco, che definirono il progetto «un primo passo verso un’effettiva concertazione europea che delinea una nuova costituzione della Comunità, ampliando i poteri legislativi del Parlamento che legifererà insieme con il Consiglio, dando maggiore forza e autorità alla Commissione»[12]. Il discorso sull’Europa di Spinelli e dei federalisti risuona anche nell’attuale dibattito sul futuro dell’Unione al pari delle parole di Denis de Rougemont, allorché riferendosi all’Europa la descrisse non come una causa da difendere o una patria più grande da glorificare, ma come un’avventura decisiva per l’umanità.
Note
[1] C.CURCIO, Europa Storia di un’idea, Edizioni Rai radiotelelevisione italiana, Torino 1978, p.46
[2] G. PASSARELLI, Gli Stati uniti d’Europa. Un’epopea a dodici stelle, Egea, Milano 2024, pp.28-29.
[3] A. SPINELLI, Come ho tentato di diventare saggio, Il Mulino, Bologna 2006, p.309
[4] Ibidem, p.257.
[5] A. SPINELLI, L’Europa non cade dal cielo, Il Mulino, Bologna 1960, p. 18.
[6] Ibdem, p.22.
[7] P. ARMELLINI, Alle origini dell’Europa politica contemporanea. Il funzionalismo di Jean Monnet, in (a cura di) P. ARMELLINI e L. MENCACCI, Lo stato dell’Unione Europea. Criticità di una sinfonia incompiuta, Asterios, Trieste 2025, p.51.
[8] C. GALLI, «Le ragioni del Manifesto di Ventotene», La Repubblica, 23/03/2025
[9] A. SPINELLI, L’Europa non cade dal cielo, cit., pp. 147-150.
[10] Per un’Europa libera e unita Il Manifesto di Ventotene, cit., p.49.
[11] Per un’Europa libera e unita Il Manifesto di Ventotene, cit., p.51
[12] E. NISTRI, Spinelli e l’MSI. Quando Almirante e l’eurodestra votarono il progetto dell’intellettuale socialista, Barbadillo.it, 09/04/2025, articolo consultabile all’url https://shorturl.at/MdDd8
Foto copertina: Manifesto di Ventotene, concorso “Manifesto di Ventotene”.













