Le conseguenze della politica di disengagement statunitense in Siria


I nuovi “attori” del teatro mediorientale.


 

Tra il 2010 e il 2011, gli avvenimenti che vanno sotto il nome di “Primavere arabe”, ridisegnarono gli interessi e le aspirazioni degli Stati che si interfacciavano nell’area MENA. Molti regimi furono rovesciati, a partire dal Nord Africa con la Tunisia, l’Egitto e la Libia (la crisi libica è ancora oggi in corso). Da lì le rivolte divamparono, dal Maghreb al Medio Oriente, persino in Yemen e nel Bahrein. La Siria, da sempre alleata della Russia nella regione mediorientale non fu da meno, e da quella che iniziò come una protesta popolare verso il regime di Assad, sfociò in una guerra civile cruenta, segnata da episodi gravissimi come l’uso di armi non convenzionali contro la popolazione civile, e diversificatasi tragicamente dalle altre anche per via di un nuovo attore non-statale che faceva il suo ingresso nello scacchiere mediorientale: lo stato Islamico (Isis o Daesh).

International pressure on the ASAD regime intensified after late 2011, as the Arab League, the EU, Turkey, and the US expanded economic sanctions against the regime and those entities that support it. In December 2012, the Syrian National Coalition, was recognized by more than 130 countries as the sole legitimate representative of the Syrian people.[1] 

Negli ultimi anni il disengagement militare statunitense dalla ragione è diventato sempre più rapido e i “tentennamenti” delle amministrazioni Obama e Trump su un intervento armato, ha lasciato sicuramente spazio ad altri attori di fare le loro mosse in Medio Oriente. In questo clima di grande incertezza sulla posizione degli Stati Uniti e il rapporto di stretta alleanza tra la Siria e la Russia ha fatto sì che a prendere un’iniziativa fosse proprio quest’ultima e non senza schierarsi apertamente dalla parte del governo di Assad. Anche la Turchia di Erdoğan in nome della strategia definita “neo ottomana”, decise di intervenire, vedendo nella crisi siriana e nell’allontanamento degli Stati Uniti una possibilità di riabilitare la propria influenza nella regione. Infine non va dimenticato l’intervento Iraniano e delle milizie libanesi di Hezbollah che ha aperto pericolosamente le ostilità contro lo stato di Israele attraverso i territori della Siria.

Il disengagement militare statunitense e le sue conseguenze

L’escalation in Siria fu rapidissima e la guerra civile, venne resa ancor più complessa dalle divisioni interne al paese che, come per l’Iraq, finirono con l’essere causa di ulteriori scontri e divisioni popolari. La guerra prese subito una piega etnico-religiosa: gli sciiti-alautiti si schierarono a difesa del regime, mentre i sunniti dalla parte dei ribelli (tra i quali vi era una forte presenza di individui di etnia curda).

In questo aspro scontro dagli esiti incerti, si inserì ben presto una componente miliziana ribelle legata al fondamentalismo islamico, il Fronte Al-Nusra, “affiliato” ad al-Qaeda. […] A quel punto, la radicalizzazione del conflitto tra sciiti e sunniti fu immediata, con il coinvolgimento sempre più attivo dell’Iran e delle milizie sciite di Hezbollah a favore di Assad e il proliferare di azioni armate ma anche con la rottura della compattezza del fronte dei ribelli nel 2013.[2] 

Con l’ingrandirsi della milizia dei fondamentalisti, grazie all’afflusso di combattenti non siriani e soprattutto iracheni, provenienti dal gruppo di al-Baghdadi, il movimento prese il nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis). Di seguito verrà riportata la definizione ufficiale di questo nuovo attore tratta dal sito web ufficiale della CIA:

Islamic State of Iraq and ash-Sham (ISIS): aim(s): replace the world order with a global Islamic state based in Iraq and Syria; expand its branches and networks in other countries; rule according to ISIS’s strict interpretation of Islamic law area(s) of operation: operational in the rural and desert areas of central and northern Iraq, primarily within and near Sunni populations, with some presence in major population areas (2018). [3]

Il conflitto diveniva una questione di importanza globale e nella guerra civile che imperversava si aprì un terzo fronte, quello della lotta contro l’Isis che vide uniti non solo i ribelli e le truppe governative ma anche le grandi potenze internazionali.
Non sono mancati episodi di pulizia etnica in tutto il paese e il governo di Damasco venne accusato dell’utilizzo di armi chimiche contro i ribelli (cosa che si supponeva avrebbe destato una reazione statunitense) rievocando quello che fu il modus operandi del regime baathista di Saddam Hussein. A differenza dell’Iraq nel 2003, però, la situazione era ben più complessa e il presidente degli Stati Uniti, Obama, incontrò molta resistenza sia nel consiglio di sicurezza dell’ONU sia nell’opinione pubblica americana per un intervento armato che coinvolgesse sempre più uomini e mezzi. Del resto, un’operazione militare di peacekeeping era impossibile, una qualsiasi coalizione si sarebbe dovuta muovere attraverso tre fronti in lotta fra loro e anche una soluzione diplomatica sembrava irraggiungibile senza il dialogo con la Russia e il regime di Assad. Gli Stati Uniti in quel momento erano intenti a potenziare le capacità dell’esercito iracheno e a continuare un nation building rivisitato, atto a rendere l’Iraq sempre più indipendente dalla presenza attiva degli USA sul territorio. Il presidente Obama, infatti aveva eletto l’Afghanistan e non l’Iraq a “missione giusta” nella regione anche se i commenti negativi e la scarsità di risultati rimasero una costante su entrambi i fronti. È ancora dalla rivista Foreign Affairs che riusciamo a ricavare una visione di quella che era la situazione in Medio Oriente del 2010 (circa un anno prima dello “scoppio” delle primavere arabe) e in particolare nei riguardi della questione Afghana:

Nove anni fa [sull’Afghanistan…] il mondo era unito, la causa della guerra era chiara […]. Oggi la guerra in Afghanistan è un conflitto controverso e meno della metà degli americani ne sostiene la continuazione […]. Truppe da oltre quaranta paesi formano ancora la International Security Assistance Force (ISAF), ma meno di dieci di quei paesi affrontano veri rischi con le loro forze stanziate nel Sud del paese […]. Nel corso degli anni la missione degli Stati Uniti ha perduto molto della sua chiarezza di intenti […]. [4]

 Tornando alla crisi siriana, la “svolta” avvenne però in Iraq, o meglio, sul suolo iracheno da parte dei miliziani dell’ISIS che con una serie di attacchi avevano iniziato a conquistare territori dalla confinante Siria. Al-Baghdadi, leader delle milizie dell’ISIS, convinto che una nuova entità dovesse sorgere dagli stati disciolti annunciò il 29 giugno 2014 la rifondazione del Califfato Islamico, invitando tutti i musulmani ad aderirvi e dando così forza e determinazione alle cellule dormienti dell’ISIS in Europa che sferrarono nei mesi seguenti vari e sanguinosi attacchi. In accordo con la definizione fornita dall’intelligence militare russa (attiva sul territorio siriano dal 2015) riguardo a questo nuovo non-state actor, possiamo dedurre come ci si sia trovati ad affrontare un qualcosa di nuovo e di potenzialmente molto pericoloso:

“The head of the Main Directorate of the General Staff of the Russian Armed Forces (military intelligence, GRU) Igor Korobov saw these ‘terrorist of new formation’ (terrotisty novoj formatsii) as some sort of ‘iregular-regular army’ with modern weapons, and as comparable, in many senses, to regular armies in general and to the Syrian military particular. In terms of the employed resources and ability to generate operational-tactical effects, Moscow saw this new adversary as leaving behind even some medium-level powers”.[5] 

Anche la missione statunitense in Iraq ebbe così una nuova designazione e soprattutto nuova “importanza”, in accordo anche con la definizione del dipartimento di stato degli US del 2017 (durante quella che era a tutti gli effetti la sconfitta delle truppe dell’ISIS sul terreno e che verrà in seguito trattata):

The U.S. Mission in Iraq is dedicated to our enduring strategic partnership with the Government of Iraq and the Iraqi people. In coordination with the Global Coalition to Defeat ISIS, the United States assisted Iraq’s efforts to achieve the December 2017 milestone of liberating the country from ISIS. Following the territorial defeat of ISIS in Iraq, the United States increased efforts to stabilize liberated areas as Iraq continues to develop as a sovereign, stable, and self-reliant country. Iraq is now a key partner for the United States in the region as well as a voice of moderation and democracy in the Middle East. Iraq benefits from functioning government institutions, including an active legislature, and plays an increasingly constructive role in the region. The United States maintains vigorous and broad engagement with Iraq on diplomatic, political, economic, and security issues in accordance with the U.S.-Iraq Strategic Framework Agreement (SFA). [6]

L’amministrazione Obama continuava a lavorare per un negoziato insieme alla Russia tra i ribelli e il governo centrale, quest’ultima aveva, come detto, nel 2015 già preso posizione al fianco del governo di Damasco, fornendo supporto sul campo e cercando di portare i governi occidentali a collaborare con Assad.

In September 2015, Russia launched a military intervention on behalf of the ASAD regime, and domestic and foreign government-aligned forces recaptured swaths of territory from opposition forces, and eventually the country’s second largest city, Aleppo, in December 201 6, shifting the conflict in the regime’s favor. The regime, with this foreign support, also recaptured opposition strongholds in the Damascus suburbs and the southern province of Dar’a in 2018.[7] 

La crisi siriana, come vedremo, rispondeva perfettamente alle esigenze del Cremlino e alla sua strategia. Anche la Turchia di Erdoğan, nel 2016 entrò in azione, la pressione delle truppe dell’ISIS sui ribelli vicino ai suoi confini fecero sì da scatenare un intervento diretto non solo a salvaguardare le proprie frontiere ma anche ad affermare la posizione turca nella regione (questo ne compromise anche i rapporti con l’UE e aprirà ad un nuovo tipo di “minaccia” che in seguito tratterremo e che prenderà il nome di weaponization of migration). Impossibile non notare come il ruolo statunitense in Medio Oriente sia radicalmente diverso rispetto al passato, la politica dell’amministrazione Obama si è dimostrata molto cauta e attenta a non commettere gli “errori” del passato, seguendo la direttrice del multilateralismo e non più quella unilaterale ma questo modo di agire molto meno protagonista rispetto a quella che era la politica statunitense nella regione perpetuata da Bush lasciò spazio di manovra a nuove potenze regionali e segnò sul lungo periodo la probabile fine di quella che era l’egemonia “pratica” degli USA in Medio Oriente. Con la fine della seconda presidenza di Obama la situazione mediorientale tanto articolata e complessa passava ora al suo successore, il repubblicano Donald Trump, al quale toccava prendere le redini della situazione. Per quanto il presidente Trump sembrasse radicalmente diverso da Obama in politica estera e in questo caso mediorientale decise di mantenere la stessa linea di azione e anzi di portarla avanti rapidamente, il disengagement statunitense, per il nuovo presidente, doveva essere accelerato.
Nella tappa iniziale del suo primo viaggio da presidente degli Stati Uniti, in Arabia Saudita, Donald Trump illustra l’approccio della nuova amministrazione verso il Medio Oriente. Il faro che guiderà la Casa Bianca, identificato da Trump stesso in un “realismo di principio” basato su valori comuni e interessi condivisi, è lo stesso di Obama: spetta ai paesi dell’area combattere il terrorismo e in generale decidere che futuro vogliono per le loro popolazioni. Gli Stati Uniti possono dare una mano e armare i loro alleati, ma non saranno in prima linea a meno che i loro interessi nazionali non vengano direttamente minacciati. Washington si affida ad alcuni gendarmi regionali, fiduciosa che le divergenze tra di loro (sauditi, israeliani, in minor misura turchi, potenzialmente iraniani) impediranno l’emergere di un egemone.[8]
La lotta contro il sedicente Stato Islamico continuava, da parte di tutti gli attori in campo, tramite l’azione congiunta di attacchi aerei, navali e con un mirato supporto da parte delle forze terrestri che aveva fatto sì che il Califfato battesse continuamente in ritirata dai territori conquistati tanto rapidamente.
Rimaneva però ancora irrisolta la questione della guerra civile siriana dalla quale tutto era cominciato, infatti, su quel punto la posizione statunitense era rimasta ondivaga e non ben definita.
Sotto l’amministrazione Trump e con il finire della guerra al Califfato il quadro strategico si delineò più chiaramente. Il ruolo della Russia era divenuto sempre più attivo e grazie a questo Assad aveva ripreso il controllo della grande maggioranza del paese. I ribelli si erano a lungo appoggiati ai rifornimenti e al supporto americano per respingere le milizie del Califfato ma una volta che anche l’ultima roccaforte di quest’ultimo cadde, la cosiddetta “giustificazione” per la presenza americana sul territorio siriano venne meno. La situazione appena illustrata è stata ben espressa dal passo dell’articolo tratto da Foreign Affairs di seguito citato:

The United States’ interests in Syria lie in formalizing its battlefield gains with a negotiated settlement and then leaving the country. To achieve this goal, it will need to find common cause in the short term with its greatest geopolitical foe, Russia. Doing so will require Washington to acknowledge a painful but obvious truth: Syrian President Bashar al-Assad has largely routed the anti-regime insurgency, consolidated power in much of the country’s west, and received open-ended support and security guarantees from Moscow and Tehran. Assad will govern most of Syria for the foreseeable future. For the United States, the impetus (and legal justification) for its presence in Syria was the war against the Islamic State (or ISIS), waged to deny the group safe haven and, in so doing, prop up the government of Iraq and ensure that ISIS fighters could not plot and execute terrorist attacks in the West.[9]

La decisione di ritirare le forze statunitensi presa da Trump, agli occhi di molti, ha posto la parola fine all’egemonia diretta degli Stati Uniti in Medio Oriente e ha “segnato il destino” dei ribelli al regime di Assad. Il Medio Oriente è stato un teatro che aveva visto gli USA impegnati in crisi e tensioni sin dai tempi della guerra fredda e che per un certo periodo era stato il banco di prova di quella stessa “egemonia pratica” che oggi sembra essere perduta.

L’intervento russo in Siria: banco di prova per le nuove strategie del Cremlino

Abbiamo visto come la Russia sia effettivamente uno degli attori principali in questo nuovo conflitto mediorientale, dunque cercheremo di capire in maniera più approfondita le cause e le strategie che quest’ultima ha messo in campo. La crisi siriana, l’alleanza tra le due nazioni e la minaccia, più che giustificata, di questo nuovo attore non statale che era il Califfato, ben rispondevano alle esigenze del governo di Putin di “ridare” alla Russia un ruolo regionale e internazionale forte e degno del nome di “superpotenza” per far sì da ridurre la pressione e l’attenzione dell’opinione pubblica dalla instabile e fragile situazione economica interna del paese e dalla questione Ucraina, fornendo una giustificazione valida per un intervento diretto. In aggiunta a questo, quale migliore banco di prova per il “nuovo” esercito che era stato riformato proprio per rispondere a questo genere di crisi e minacce.

The intervention in Syria demonstrated the traditional holistic Russian approach, as the campaign has promoted several connected goals: international, regional and domestic. Specifically, it aimed to defend and save an embattled ally and secure Russian military-political assets in Syria, to prevent a regime change and trogh a replication of the Libyan scenario; to inflict a preventive strike on jihadist thousands of whom came allegedly came from the post-Soviet space (Central Asia end Russian Muslim regions) and were believed to be bringing jihad back to Russia; to divert attention away from Ukaine where Russia has continued to bleed money and soldiers, break the international isolation and possibly soften the sanctions regime; to enhance its regional position, among other things through economic benefits; to position itself domestically and globally as a rising great power and indispensable international actor, claiming a status on par with Washington.[10]  

L’intervento, secondo le direttive del Cremlino, non doveva eccedere nel coinvolgimento diretto e l’utilizzo delle forze terrestri e andava mirato e indirizzato con informazioni di intelligence precise fornite dalla GRU, poiché il “nemico” da affrontare era una entità nuova e il governo di Putin, seppur mosso, come visto, da numerosi interessi multilivello voleva e doveva evitare di rimanere impantanato in una guerra impossibile, come in passato.
Un ruolo preminente è stato quello giocato dall’aviazione e dagli attacchi missilistici e navali, seguendo quella che era stata la strategia statunitense per la lotta al Califfato: “apparently the Kremlin realized that when the situation demanded an encreasing military involvement, the biggest danger was overextension. Seeking the golden range between overshooting and undershooting, it adopted the principle ‘reasonable sufficiency’- razumnaia dostatochnost’”[11].  Parallelamente a questo vi fu una forte spinta a livello internazionale per una risoluzione diplomatica comprendente e a favore del governo di Assad. Tra l’altro, in questo particolare periodo, l'”antiamericanismo” di Putin era evidente e arrivò ad affermare che “qualsiasi cosa gli Usa tocchino si trasforma in Libia e Iraq”[12]. Da notare come in questa affermazione non sia stato citato l’Afghanistan, poiché nel 2001 la Russia di Putin fornì un sostanzioso supporto all’operazione militare a guida statunitense contro i terroristi di al-Qaeda e i Talebani. La soluzione, secondo Putin, nonché unica possibilità di una collaborazione costruttiva con l’occidente, era quella di fornire supporto alle legittime autorità statali. Da parte russa questo significava non solo appoggiare apertamente il governo di Assad, per dittatoriale che fosse, ma anche aiutarlo materialmente, inviando tutto il supporto logistico e di intelligence necessario. Il ruolo dei siloviki (letteralmente “uomini in divisa”, figure di spicco del governo della Federazione Russa) e delle agenzie di intelligence era ancora una volta preminente per perpetuare le volontà del Cremlino e, come detto, toccò alla GRU gestire e analizzare la nuova minaccia, a riprova dell’infondatezza delle voci su un suo ridimensionamento. Come accennato, il programma di riarmo e ammodernamento dell’esercito, progettato nel 2008 e avviato dalla Federazione Russa nel 2010, esprime appieno la volontà di ridimensionare il ruolo di quest’ultimo, fornendogli un’accezione maggiormente difensiva e molto più elastica nell’affrontare quelle che sono le nuove minacce alla sicurezza statale da parte di quelli che sono attori “non-statali”, come il Califfato. È qui che entra in gioco il supporto che le agenzie di intelligence forniscono alle truppe regolari. Le esperienze maturate durante il periodo sovietico (in particolare in Afghanistan), la costante minaccia del terrorismo internazionale da parte dei fondamentalisti islamici e le guerre secessioniste e di indipendenza nello spazio ex sovietico dell’Europa dell’est (Georgia 1992-93/2008, Kosovo 2000 e le due guerre Cecene) hanno inflitto dure lezioni all’esercito e avevano messo in risalto non solo quelle che erano le inadeguatezze di armamenti oramai obsoleti ma anche l’obsolescenza della dottrina militare stessa. I tempi dei grandi dispiegamenti di truppe e delle “gloriose” marce di cingolati erano e sono, a mio avviso, oramai finiti. Abbiamo visto come in quest’arco di tempo anche le agenzie di intelligence abbiano avuto dei problemi nel fornire supporto valido all’esercito, e l’esempio già citato della Georgia è lampante. “Durante la guerra in Georgia del 2008, la Gru – il cui operato fu giudicato deludente dai più – tentò di scaricare parte delle proprie responsabilità sull’Fsb, accusandolo di non aver condiviso alcune intercettazioni”[13]. Con la riforma dell’esercito e il nuovo slancio che il governo Putin ha fornito alle agenzie di intelligence il “gap” militare con il mondo occidentale sembra essere stato, ad oggi, in parte colmato.

As a result, Russia’s armed forces are undoubtedly more capable than they were just ve years ago, enabling Russia to conduct a much more muscular foreign policy than at any other point since the disintegration of the USSR. […] Its current productive capabilities mean that it has an independent defense industrial base that can produce weaponry that is of sufcient quality to support the Russian state in its pursuit of its strategic objectives, such as dominance of Russia’s “near abroad,” an ability to engage in expeditionary warfare beyond Russia’s immediate borders, and deterrence of other larger potential adversaries (e.g., NATO, China). In this respect, the performance of the OPK during the GPV2020 can be viewed as good enough to serve Russia’s wider strategic purposes and, as a result, to have been successful.[14] 

La domanda da porsi a questo punto è: “in che modo le agenzie di intelligence tanto citate sono diventate la spina dorsale non solo dell’esercito ma anche della politica estera stessa che la Federazione Russa sta perpetuando negli ultimi anni e in particolare nel caso Siriano?”.  Non tutte le agenzie hanno il permesso di operare all’esterno del territorio nazionale ma alcune come la GRU (indispensabile per fornire intelligence militare direttamente sul campo) e la “prediletta” FSB che può non solo operare all’esterno ma anche su vari livelli, dalle operazioni segrete di spionaggio e assassinio sino a quelle di sabotaggio e disorientamento del nemico (utilizzando anche attacchi cibernetici) e ruoli antiterroristici, hanno ricoperto un ruolo fondamentale in questa direzione. “Since Putin’s return to the presidency in 2012, though, the regime has unleashed increasingly powerful intelligence agencies in campaigns of domestic repression and external destabilisation, appearing to genuinely want to revise the structures of the international order”[15].  Questo modus operandi, in un certo senso, trova grande spazio di manovra con la nuova politica estera lanciata da Putin, che vede la Russia non solo come nuovo grande attore regionale nello scacchiere internazionale (e in particolare nel nostro caso, mediorientale) ma anche come un attore fortemente interventista anche se in maniera estremamente più mirata e defilata rispetto a quelle che erano le strategie Sovietiche. Il teatro siriano ha visto la Russia mettere in pratica molte di queste strategie e anche un nuovo modus operandi che in seguito analizzeremo, però in questo clima, seppur “nebbioso” e non ben definito, il bisogno di Putin dei servigi delle agenzie di intelligence e sicurezza è accresciuto per consolidare la sua posizione perpetuando la sua politica di “proiezione verso l’esterno” dei problemi, ma anche dei grandi trionfi.

As Putin loses his old basis for legitimacy – his capacity to guarantee steadily improving standards of living – he is seeking to shore up his position with a narrative of foreign threats and external triumphs. The agencies play a crucial role not just in supporting the narrative but also in conducting operations against enemies of the state, both real and constructed. Counterterrorism has long been a priority across the services and is often conducted abroad, from monitoring and if need be eliminating ringleaders and supporters, through to interdicting sources of finance and recruits.[16] 

Infine, Il conflitto in Siria, come anche quello in Ucraina hanno visto l’emergere di un nuovo modus operandi (già accennato) da parte del Cremlino o, per meglio dire, da parte delle agenzie di intelligence della Federazione Russa; l’uso di contractors privati per svolgere la gran parte delle missioni di terra che avrebbero altrimenti richiesto un significativamente più vistoso (e dispendioso) intervento da parte dell’esercito regolare. Nel 2018 in particolare, un gruppo di contractors (conosciuto come Wagner Group) sembrava aver raggiunto un’influenza significativa sul Cremlino e su Putin stesso grazie alla figura di “Yevgeny Prigozhin, a man referred to as President Vladimir Putin’s “chef” who is believed to lead Wagner”[17].  Questo gruppo di contractors, composto da un effettivo di circa 5mila uomini ed equipaggiato  con armamenti e mezzi moderni dell’esercito russo regolare nel periodo 2017-2018 era non solo considerato il più affidabile dalle agenzie di intelligence come il GRU e dal Cremlino stesso ma anche il più dispiegato in diversi teatri operativi, in primis quello ucraino e quello siriano ma anche in Africa centrale e Sud America con missioni atte a destabilizzare ancor di più quelle zone favorendo gli interessi della Federazione Russa. Ufficialmente questi “gruppi” sono illegali secondo le leggi russe, come anche le loro operazioni sul campo e non godono di alcuna protezione o legame diplomatico. Questa particolare condizione aveva giocato a favore delle agenzie di intelligence russe e i contractors (in particolare quelli del gruppo Wagner) si erano dimostrati affidabili per perseguire gli obiettivi assegnati.

Born out of a need for plausible deniability in Moscow’s military operations abroad, Wagner contractors were at the forefront of some of the heaviest fighting in eastern Ukraine and Syria in recent years before exploding into the headlines with their brazen assault on a U.S. military position in northeast Syria in February 2018. Wagner seemed to herald a new reality, one in which it would form the spearhead of an aggressive new Russian policy abroad. But Wagner may be less influential than it seems[18].  

La questione dell’attacco da parte dei contractors ad una postazione curda e protetta dalle truppe americane, sollevata dall’articolo sopracitato, mette però in risalto quello che a tutti gli effetti è un grave problema della struttura gerarchica russa, ovvero, che per quanto questa voglia apparire monolitica non lo è affatto. Putin tenta di mantenere in piedi l’immagine del solo uomo al comando di una struttura salda e inamovibile ma come visto per le lotte interne tra i siloviki e le agenzie di intelligence da questi dirette, così questo nuovo attore rappresentato dal gruppo di contractors “Wagner” ha dimostrato di voler sfruttare il “potere” e l’influenza guadagnate in questa instabile situazione per propri tornaconti, infatti è noto che “Prigozhin also controls a company with oil and gas stakes in the region [Siria]”[19] .
L’attacco disastroso portato avanti dai contractors mette però in risalto un aspetto gravissimo della vicenda accorsa: “The most astonishing aspect of this incident was that it evidently occurred without being ordered by, or even fully known to, the Kremlin itself”[20]. L’attacco, conclusosi con una sconfitta degli uomini del Wagner, privi di qualsiasi supporto di artiglieria o aereo (cosa invece utilizzata dalle forze statunitensi presenti) è stato causa di grande shock e imbarazzo da parte delle autorità del Cremlino che dovettero infine ammettere che “alcuni” degli uomini rimasti uccisi erano cittadini della Federazione Russa.

“It took a week for Kremlin officials to say that there ‘may be citizens of the Russian Federation’ not linked to the Russian armed forces fighting in Syria, before later saying that five Russians may have been killed, a number that later grew to ‘several dozen’.[21]   

Dopo quell’ “incidente” il ruolo preminente del Wagner Group nelle operazioni militari di Mosca in Siria e nel resto del mondo e la sua grande influenza sul Cremlino sembravano concluse e messo alla stregua di tutte le altre compagnie di contractors. La questione però mette definitivamente in risalto il fatto che il controllo di Putin non è assolutamente totale e anzi quest’ultimo sembra continuamente impegnato a prevenire eventuali lotte interne ad ogni livello del suo governo. In conclusione, possiamo dire che questa nuova “avventura” regionale intrapresa dalla Russia ha messo in risalto le sue capacità di operare in teatri instabili come il Medio Oriente ma ha anche dimostrato come la Russia abbia ancora molto da imparare in termini di egemonia regionale rispetto a quello che ad oggi resta comunque il suo maggior “antagonista” ovvero gli Stati Uniti.

Moscow lacked significant experience in coalitional fighting, the Syrian operation demonstrated its rather sophisticated abilities of learning this craft. It may become inspired by this succesful experience and further lean in the local forces when projecting power regionally. Operational self-confidence in this regard is important. In contrast to the US, which is logistically self-sufficient in terms of expeditionary operations and not dependent on local hosts.[22] 

Infine, possiamo affermare che il disengagement statunitense iniziato da Obama e perpetuato ad oggi da Trump è stato senza dubbio fondamentale nel fornire alla Russia lo “spazio di manovra” necessario per affacciarsi attivamente in Medio Oriente ma non è stata l’unica. La Turchia del presidente Erdoğan ha svolto e svolge tutt’ora un ruolo preminente al pari della Russia nella crisi siriana e non senza aprire numerosi spunti di dialogo internazionale e soprattutto non senza tensioni con quest’ultima e con l’Europa. 

L’intervento turco: un nuovo attore “indipendente”

Nella campagna militare contro le forze di opposizione siriane, la Russia ha dato la priorità alle operazioni nella Siria occidentale. Nel frattempo, l’operazione turca contro l’enclave curda di Afrin è stata utile per sviluppare un’ulteriore cooperazione tra Russia e Turchia. La pressione militare di entrambi i paesi ha spinto le forze curde fuori dall’area, garantendo alla Turchia un punto d’appoggio vicino al confine meridionale e aiutando la Russia a impedire agli Stati Uniti di stabilire una presenza militare nella Siria occidentale. [23]
Nell’analisi di quelle che sono state le cause e le conseguenze dell’intervento turco nella questione siriana è impossibile non notare come quest’ultimo sia legato, molto più di quello russo, a diverse “voci” internazionali, in primis quella statunitense, quella dell’Europa, della NATO e della stessa Russia. L’intervento turco, però, vanta radici ancor più profonde, Erdoğan nei suoi piani di rilancio della Turchia come attore fondamentale dello scacchiere mediorientale ha visto nella Siria un’opportunità proprio per perpetuare questo obiettivo. Il primo intervento effettivo della Turchia è avvenuto il 24 agosto del 2016, con un attacco diretto ai miliziani ribelli dello Stato Islamico asserragliati nella città di Jerabulus, rapidamente conquistata dalle forze Turche.
Tuttavia, a ben vedere, l’atto stesso dell’intervento evocava questioni più antiche, imperiali, potremmo dire. Il coinvolgimento nella guerra siriana dei miliziani curdi, e soprattutto il buon esito di molte loro operazioni militari, sembravano infatti preludere alla possibilità della riunificazione dei territori curdi-siriani con il resto dei territori curdi determinando la creazione di una vasta zona curda sul confine turco-siriano. Questa prospettiva, come la presenza dell’ISIS ai propri confini, ingenerava nella Turchia non solo una seria preoccupazione per la propria integrità territoriale, ma anche la necessità di precisare un ruolo più determinato e di rilievo all’interno degli equilibri della regione.[24] 
A tal proposito, nel 2016, venne portato avanti un tentativo di ristabilire i rapporti con la Russia, attiva oramai già da un anno sul territorio in favore del governo centrale, anche a scapito delle relazioni con gli Stati Uniti e con l’Europa. 
Del resto, la questione dei rapporti tra la Turchia e l’UE è ad oggi ancora molto delicata. La guerra in Siria ha causato lo sfollamento e la fuga di centinaia di migliaia di profughi che in gran parte hanno tentato di attraversare il confine con la Turchia stessa che si è trovata a dover gestire un’emergenza umanitaria non trascurabile. Il governo turco però è riuscito a “sfruttare” l’emergenza umanitaria in atto per porre in una situazione di stallo se non di vantaggio i rapporti con l’Europa dietro la “minaccia” di lasciar passare senza limiti i profughi siriani nei territori dell’Europa dell’est (in quel momento l’Europa era già provata dalla questione dei migranti provenienti dalle coste libiche). Questo processo, comunemente noto come “weaponization of migration” è stato un perno fondamentale nei rapporti tra Turchia e UE, specialmente per quanto riguarda i “lavori in corso” per l’ingresso turco nell’Unione. “Cavalcando questa ambiguità politica, dunque, la Turchia di Erdoğan riuscì a non essere bollata come “stato canaglia” e, anzi a mantenere un ruolo abbastanza centrale negli equilibri della regione”[25]. Del resto, non trascurabili sono anche le conseguenze del tentativo di colpo di stato atto a rovesciare il governo di Erdoğan accorso poco prima dell’intervento in Siria e che potrebbe risultare come una ulteriore chiave di lettura per l’intervento come dimostrazione di forza di uno “stato saldo”. In questo instabile teatro che come abbiamo visto ha coinvolto a più livelli gli interessi di numerose nazioni, la Turchia ha potuto brevemente contare solo sul “neo-nato” rapporto di alleanza con la Russia di Putin ma la convivenza di questi due attori sul territorio è ad oggi tutt’altro che facile e solo con il processo di pace avviato ad Astana si è evitata una ulteriore escalation a causa di un incidente accorso tra le forze turche e russe sulla linea di confine della provincia di Idlib che in seguito analizzeremo.

Putin vede probabilmente la stretta alleanza strategica che ha forgiato con Erdogan, dopo il tentativo di colpo di stato in Turchia nel 2016, come strumentale alla vittoria di Mosca. Questa alleanza ha portato all’avvio del processo di pace di Astana con Turchia e Iran, annullando così i colloqui di Ginevra, che, a differenza di quelli di Astana, coinvolgevano forze sostenute dagli Stati Uniti.[26] 

Strategicamente gli interventi congiunti di Turchia e Russia (coadiuvati dall’Iran) avevano sconfitto gran parte delle forze dell’ISIS e scongiurato ogni tipo di intervento diretto (eccezion fatta per gli interventi atti a distruggere le forze del Califfato) degli Stati Uniti o di qualsiasi altra nazione europea nella questione della guerra civile siriana e con Astana si era riusciti anche a tenerli fuori dai colloqui di pace scalzando via le trattative in corso a Ginevra. A seguito di questi ultimi la Turchia ha anche ottenuto l’approvazione da parte della Russia di mantenere il controllo della provincia di Idlib nel nord del paese, nonché caposaldo delle forze ribelli di opposizione di fede sunnita. “Turkey turned to previously unlikely partners (both Russia and Iran) and participated in the Astana format. It was thus able to militarly pursue its interests in the zone of influence attributed to it in the north of the country with Russia’s approval”[27].  Come accennato, però, la convivenza tra le forze Turche nel nord del paese e le forze russe di supporto alle truppe di Assad (che hanno riconquistato gran parte del paese) è molto instabile e recentissimi sono gli sviluppi che hanno visto le due potenze regionali sul piede di guerra. La vicenda è stata riportata in un articolo della nota rivista Foreign Policy; secondo le fonti il 27 febbraio di quest’anno 36 soldati turchi sarebbero rimasti uccisi durante un attacco che inizialmente era stato attribuito alle forze russe sul territorio siriano ma che in seguito si sarebbe rivelato opera delle truppe lealiste di Assad. “Both Turkish president Recep Tayyip Erdogan and his Russian counterpart Vladimir Putin have said they want to de-escalate, which is precisely what they did in Moscow on Thursday when they agreed to a cease-fire”[28]. Sin dal suo primo intervento nel teatro siriano la Turchia ha dimostrato di saper agire autonomamente senza troppe difficoltà e he saputo “affiancarsi” alla Russia per la lotta al Califfato riuscendo non solo nell’intento ma anche perseguendo i propri obiettivi strategici scongiurando quelle che potevano essere minacce dirette al proprio territorio o alla propria unità nazionale. L’incidente sopracitato mostra però come gli interessi della Russia e della Turchia ad oggi siano divergenti, soprattutto per la questione della provincia di Idlib. Il governo turco ha spinto per la creazione di una “safe zone” atta a proteggere la popolazione sunnita del nord del paese e che ha visto proprio l’esercito turco scendere in campo sbaragliando le forze di Assad che invece mirano alla riunificazione totale del paese.

Today, the most significant part of Turkey’s Syria policy is its creation of this “safe zone” in northern Syria overseen by friendly administrations. The residents of the area – most of them Sunni Arabs – are dependent on Turkish political, economic, and logistical support. Ankara’s overarching goal in this 30km-deep zone is to ensure that it remains outside the control of the Kurdish-led Syrian Democratic Forces (SDF) and semi-autonomous from the regime in Damascus. Turkish leaders also hope to persuade Syrian refugees in Turkey to move to the area – though they have had little success with this so far. Ankara regards its military footprint in Syria as key to protecting Turkey’s long-term territorial integrity and to having a say in the fate of Syria.[29] 

La provincia di Idlib dunque è diventata il perno sul quale ruotano le volontà dei principali attori in campo; per Assad rappresenta l’ultima parte di territorio ancora fuori dal suo controllo, per i Russi è stata la “merce di scambio” ideale per stabilire la convivenza con le forze turche in attesa di ulteriori sviluppi e infine abbiamo visto come per la Turchia sia fondamentale non solo per tutelare la popolazione sunnita ma anche per alleviare la questione dei rifugiati e guadagnare maggiore approvazione e magari supporto a livello internazionale con la creazione della sopracitata “safe zone”.
Su quest’ultimo punto bisogna però riconoscere alla Turchia che ha saputo muoversi abilmente, in totale autonomia e senza un disperato bisogno di aiuto, specialmente da parte degli Stati Uniti che, come detto, hanno abbandonato la questione siriana una volta che la minaccia del Califfato e del terrorismo internazionale erano state sventate. Militarmente l’esercito turco ha perseguito con successo gli obiettivi contro le forze di Assad e quelle del Califfato subendo pochissime perdite e anche durante i confronti diplomatici come Astana e Sochi ha saputo far valere la propria voce. Il punto interrogativo più grande per la Turchia, però, resta la conclusione del conflitto che non sembra essere fattibile sul breve periodo, fin quando le forze di Assad resteranno determinate a riconquistare la provincia perseguendo il sogno della riunificazione nazionale e fin quando queste potranno contare ancora sul supporto della Russia e dell’Iran, la Turchia non potrà smobilitare dalla regione, il rischio di una nuova ondata di migranti entro i suoi confini avrebbe conseguenze non indifferenti e porrebbe il governo turco dinnanzi a scelte che potrebbero compromettere ancora di più i rapporti con il resto del mondo e soprattutto con l’Unione Europea.

Turkish officials have no idea how to bring the conflict to a definitive end and have proved themselves helpless to releave the seemingly endless suffering of Syrians. But this makes them no different than their European and Amerian counterparts.[30]  In conclusione, abbiamo analizzato le motivazioni e le azioni dei due attori principali del teatro siriano ovvero Russia e Turchia ma un terzo e non trascurabile attore, spinto dai suoi interessi è stato ed è protagonista della questione, l’Iran.

Il ruolo dell’Iran: il difensore dell’asse della “resistenza”.

Un altro attore regionale molto influente nel teatro siriano è stato ed è l’Iran, schieratosi dalla parte del regime da Assad per annientare le forze dei ribelli e ristabilire l’unità nazionale siriana sotto il governo ritenuto legittimo anche dalla già citata Russia. L’Iran però, a differenza degli attori già analizzati è sceso in campo per mantenere in piedi la Siria quale alleata “araba” nella lotta antistatunitense e nel tentativo di contrastare l’influenza di questi ultimi e il potere regionale del loro “alfiere” ovvero Israele per preservare quello che è stato definito “l’asse della resistenza”. Non a caso il governo iraniano ha condannato duramente le azioni dei ribelli additandole come pilotate e istigate esternamente.

Syria has been the only stalwart Arab supporter of Iran. It has served as a major conduit for Iranian arms shipments and material support to Lebanon’s Hezbollah, which has been built up into a formidable force since the end of the 2006 Lebanon-Israeli war. The ability of Hezbollah to strike Israel also serves as an important tripwire for any Israeli military attack against Iran. Syrian support is therefore central to Iran’s ability to project regional influence.[31] 

La tensione tra Iran e Usa ha visto un aumento radicale, tra l’altro, da quando con la presidenza di Trump quest’ultimo ha iniziato a disfare quella politica di riconciliazione (soprattutto per quanto riguarda il nucleare) avviata da Obama e culminata con l’accordo del 2015 bruscamente compromesso proprio dall’amministrazione di Trump. Del resto, Trump durante la sua già citata visita in Arabia Saudita invitò apertamente tutti i paesi mediorientali a isolare l’Iran in quanto agente destabilizzante della regione. Da un articolo della nota rivista Foreign Affairs riusciamo a ricavare una descrizione molto chiara della questione, che verrà qui citato.

Washington has sought with singular focus to replace the 2015 Iran nuclear deal with one that would also curtail Tehran’s missile program and regional activities. And the pursuit of such an agreement as the nub of the United States’ Middle East policy has served only to destabilize the region and to put U.S. interests there at risk. Trump has relied on a “maximum pressure” campaign that strangles Iran’s economy in order to bend its leaders’ will. But rather than capitulate, Iran has reduced its compliance with the 2015 nuclear deal, shot down an American drone, brazenly assailed tankers and oil.[32] 

Dunque, la crisi della guerra civile siriana ha fatto sì da spingere l’Iran ad intervenire sia direttamente (tramite l’invio di consulenti e materiale militare) sia tramite l’utilizzo di milizie private (seguendo un po’ la falsa riga di ciò che i russi hanno fatto con i contractors del gruppo Wagner e altri). Del resto, una strategia simile è stata condotta dall’Iran nell’altra grande crisi mediorientale scaturita dalle primavere arabe, ovvero quella nello Yemen, spinto dal desiderio di fomentare il movimento separatista Houti per l’instaurazione di un nuovo caposaldo teocratico nella regione e supportandolo con equipaggiamenti militari. La strategia iraniana ha dato i suoi frutti al pari di quella Russa e quella Turca garantendo al governo di Teheran corridoi sicuri e grande influenza nel territorio siriano.

As result, Iran was able to significant expand is influence in Syria. Inter alia, it began establishing a land corridor that it controlled along with its militia allies to provide unfettered access to troops and arms from Iran via Iraq and Syria to Lebanon and the Mediterranean.[33] 

L’attività iraniana in Siria, come anche in Yemen sin ora esposta ha destato anche grande preoccupazione nel governo israeliano e in tutte le altre nazioni filoamericane della regione quali l’Arabia Saudita e la Giordania che temono lo stanziamento permanente delle milizie iraniane e filoiraniane nel confine sud del paese, riuscendo così a formare un nuovo fronte contro Israele. Non a caso Israele ha spinto per una risoluzione diplomatica nel sud del paese partecipando alle trattative diplomatiche con Russia, Usa e Giordania conclusisi con la creazione di una “de-escalation zone” nel sud-ovest della Siria nel luglio 2017. L’accordo però non fu reputato sufficiente a garantire la sicurezza nazionale israeliana dai possibili attacchi Iraniani e Israele avviò una campagna di prevenzione militare.

As Israel did not consider its security interests to be sufficiently safe-guarded, it adopted an active policy of containment in Syria to militarly prevent the establishment of Iranian bases, military installations and arm factories and the transfer of strategic weapons to Hezbollah.[34] 

La situazione, sappiamo essere ulteriormente deteriorata nel 2018, dove gli scontri a fuoco tra le due nazioni si sono intensificati attraverso l’uso dei “corridoi” nello spazio territoriale siriano e con la ritirata definitiva delle truppe Statunitensi dal suolo siriano e il deterioramento dei rapporti tra questi e l’Iran, gli scontri a fuoco si sono intensificati e Israele ha continuato a colpire le truppe e le milizie iraniane in Siria.

The situation has deteriorated since February 2018: Israel shot down an iranian drone that had entered Israeli airspace from Syria, and the Syrian air defence system downed an Israeli fighter jet that was in Syrian air space. […] Israel has since continued to target Iranian and Iran-led militias’ installations in Syria.[35]  

In conclusione l’intervento Iraniano in Siria ha aperto al governo di Teheran la possibilità di espandere grandemente la propria influenza (partecipando al processo di pace di Astana) e di potersi muovere in maniera più aggressiva e sicura verso gli altri target nella regione, in primis lo stato di Israele, aumentare il supporto logistico e militare al partito Libanese Hezbollah e di giocare un ruolo sempre più destabilizzante in Medio Oriente (lo Yemen ne è un esempio lampante) per poter perseguire lo scopo di allontanare le influenze e la presenza di forze straniere occidentali, in primis quella statunitense dalla regione.

ConclusioniDise

La crisi siriana ad oggi è ancora in corso e lungi da una conclusione, e in questa analisi abbiamo osservato le motivazioni degli attori presenti sul campo e le loro strategie, in gran parte rese possibili dall’assenza di una presa di posizione statunitense nella questione della guerra civile. La Russia, in primis, che ha utilizzato la crisi siriana per motivi di natura interna e motivi di natura internazionale come il desiderio di affermarsi a livello regionale e globale quale attore fondamentale e soprattutto attivo, la qual cosa è stata confermata proprio con le questioni in Ucraina e Siriana.
La Turchia, che “cavalcando” il sogno di riabilitare il suo nome e guadagnare un ruolo regionale preminente, cosa oramai perduta sin dalla fine dell’Impero Ottomano, è riuscita a stabilire un’area di controllo nel nord del paese, convivendo (non senza attriti) con il suo nuovo alleato russo e respingendo, per ora, le aggressioni delle truppe di Assad, congiuntamente ad una efficientissima campagna contro le truppe del Califfato. Tutto questo agendo “da sola” e senza ricevere il supporto sperato dalla NATO e dagli Usa. “NATO expressed words of support, but Turkey’s request for Patriot missile batteries went unheeded”[36]. Abbiamo visto anche il ruolo destabilizzante e aggressivo dell’Iran e delle milizie libanesi di Hezbollah che oltre a proteggere il loro prezioso alleato arabo e soprattutto antistatunitense, hanno approfittato della situazione per stabilire corridoi sicuri di aggressione contro Israele. Tutto questo è avvenuto nel mentre la coalizione internazionale cercava di abbattere l’Isis e il sedicente Stato Islamico che, conquistando territori della Siria, in guerra con sé stessa, e dell’Iraq, aveva minacciato la sicurezza mediorientale e internazionale (gli attentati avvenuti in Francia, Inghilterra, e altre nazioni europee ne sono l’esempio più lampante). In effetti la lotta contro il Califfato è stata l’unico motivo valido per giustificare altri interventi militari internazionali sul territorio siriano, quale quello statunitense e sul quale grande affidamento avevano fatto le truppe ribelli curde. Purtroppo, la già citata decisione di Trump di ritirare le truppe, una volta sconfitto il Califfato ha messo la parola fine alla presenza e agli aiuti militari sul territorio da parte degli Usa in maniera a dir poco precipitosa e non condivisa dagli ufficiali dell’esercito, in accordo con le parole di un articolo tratto dal già citato sito, Ecfr (European Council of Foreign Relations), e qui di seguito riportate:

Many US officials wanted to remain in Syria. They believed the US presence there was necessary to lock in the gains against the Islamic State group (ISIS), and that it could support broader ambitions to combat Iran’s regional influence and maintain pressure on the Assad regime. So, despite the guidance from Trump, they continued to advance a strategy based on a long-term American presence. But a US foreign policy that the US president does not support cannot sustain itself. The efforts of US officials and Congress only resulted in incoherent and precipitate withdrawal.[37]

E’ importante notare come questa moltitudine, per certi versi inusuale, di interventi da parte di “nuovi” attori sia dovuta proprio alla decisione delle amministrazioni Obama, prima e Trump poi, di non intervenire direttamente e in maniera decisa nella questione della guerra civile siriana (se non condannando le azioni del regime di Assad), perpetuando una politica di dialogo con le proprie controparti in gioco, la qual cosa è considerabile un cambio di rotta radicale rispetto al modus operandi delle precedenti amministrazioni (quali quella di Bush sr. e Bush jr.) e che avevano reso il Medio Oriente il banco di prova dell’egemonia “pratica” statunitense agli occhi del mondo.
Parallelamente però, i fallimenti nei processi di nation building avevano compromesso l’immagine stessa degli Usa anche agli occhi della propria opinione pubblica. La presidenza Obama ha cercato, a mio avviso, di districarsi dalla complessa situazione ereditata con una politica dai toni più “accomodanti” e aperta al dialogo anche con avversari storici quale l’Iran (Obama reputò il suo accordo con l’Iran sul nucleare il suo “capolavoro strategico”). Con il suo famoso discorso, tenuto all’università del Cairo, Obama tentò di dare un nuovo volto alla politica estera statunitense in Medio Oriente. Il discorso, così accomunante nei toni e proiettato verso un futuro di relazioni pacifiche e di integrazione nei riguardi del mondo islamico voleva essere un punto di svolta. Ma le grandi speranze sarebbero state infrante con il passare del tempo, in accordo anche con le parole di un articolo dell’importante rivista Foreign Affairs e scritto da Fawaz Gerges, un accademico esperto di politica estera statunitense e di Medio Oriente, che verranno qui riportate:

He sees Obama’s Cairo speech of 2009 as an embarrassment because the hopes it raised have gone unfulfilled. Bending to a desire for continuity in U.S. policy on the Israeli-Palestinian conflict, Obama divorced the American response to the Arab uprisings of 2011 from that conflict, despite the organic link between the two. […] Gerges asserts that “America’s ability to act unilaterally and hegemonically has come to an end.” But the United States has never had that ability, except perhaps for a very brief moment at the end of the Cold War. In reality, U.S. policy in the Middle East has been a string of frustrations interrupted by occasional successes, such as the Camp David accords and Operation Desert Storm.[38] 

La concomitanza delle “primavere arabe”, infatti, ha complicato ulteriormente le cose spingendo gli Usa a rinunciare gradualmente alla loro presenza attiva sul territorio della regione Mediorientale e aumentando gli aiuti, il supporto e l’affidamento sui propri alleati regionali “in loco” quali Israele, l’Arabia Saudita, la Giordania e in parte (o indirettamente) anche la Turchia, nonostante la politica di “sabotaggio” delle relazioni con gli Usa perpetuata da questa negli ultimi anni. “The Turkish government has spent the better part of the last decade undercutting U.S. foreign policy, engaging in terrible anti-American rhetoric, and threatening or arresting Americans”[39] . Purtroppo, quello che era un piano di disengagement graduale e di “lungo periodo” avviato da Obama è stato, come detto, accelerato bruscamente da Trump con conseguenze assolutamente non trascurabili. Ad oggi la situazione in Siria è, come preannunciato, ancora critica e ritengo improbabile che gli Stati Uniti possano, ad oggi, intervenire direttamente senza compromettere gravemente i rapporti con la Russia e gli altri attori in campo. Ma al giorno d’oggi le tipologie di intervento esterno si limitano alle sole azioni militari? la risposta è assolutamente no. Gli Stati Uniti possono aver “rinunciato” al loro ruolo militarmente attivo in diversi scenari del globo e nel nostro caso specifico, quello mediorientale ma ad oggi sono ancora la prima potenza mondiale, soprattutto nel campo economico ed è proprio questa una delle armi più efficaci che gli Usa stanno utilizzando. In particolare, per la questione siriana, il piano di sanzioni economiche che gli Usa hanno vagliato può avere conseguenze pesanti per il regime di Assad. Il testo di legge atto a dare il via a queste sanzioni entrerà in vigore il 17 giugno 2020 con il nome di Caesar act e prevede di colpire non solo gli scambi commerciali del paese ma anche gli investimenti nel settore delle costruzioni civili e militari.

L’intento di Washington è dare il colpo finale al regime dopo nove anni di conflitto e provare, scrive Al Araby al Jadid, a vincere la guerra economica contro Assad laddove la Russia ha vinto militarmente.[40] 

Sicuramente questo regime di sanzioni metterà a dura prova il regime, ma è stato fatto notare come non tutti gli investitori esteri facciano affidamento al sistema finanziario statunitense e soprattutto è stato fatto notare come già in passato le sanzioni non si siano rivelate particolarmente efficaci come strumento di regime change. Probabilmente le sanzioni potrebbero finire solo con l’aggravare la crisi umanitaria in atto in Siria e in questo periodo in cui il mondo si trova ad affrontare una pandemia globale potrebbero finire col compromettere ulteriormente il già provato sistema sanitario nazionale siriano finendo col costare la vita a migliaia di persone. Un ultimo punto a sfavore del Caesar act è proprio ciò che voleva essere il suo “punto di forza”, ovvero l’effetto deterrente verso gli investimenti esteri atti a ricostruire il paese su larga scala.

Se molti paesi, come gli Emirati Arabi Uniti, la Cina o la Russia erano pronti a partecipare alla ricostruzione, “il Caesar act rappresenta un deterrente per qualsiasi azienda o istituzione straniera che volesse investire nell’economia siriana. In questo modo uccide soprattutto le prospettive di una ricostruzione del paese su larga scala”[41] 

Dunque, quest’” arma” che gli Usa hanno deciso di utilizzare contro Assad in alternativa ad un intervento militare di regime change, ad oggi considerato impossibile, potrebbe finire con l’alimentare ancora di più la crisi che consuma il paese da 9 anni. Anche le sanzioni contro Iran, Russia, Cina e Turchia, negli anni, hanno ottenuto spesso effetti contrari, inasprendo i rapporti e costringendo quei paesi a adottare strategie e politiche aggressive e destabilizzanti. In conclusione, possiamo affermare che la crisi siriana sia stata “blindata” da qualsiasi intervento esterno dai “nuovi” attori già citati e qualsiasi altra alternativa, eccezion fatta per il dialogo diplomatico, potrebbe solo peggiorare le cose. Dialogo che in ogni caso sembra vedere Assad e i suoi “supporter” al tavolo delle trattative e in una posizione tutt’altro che svantaggiata. A mio avviso è molto difficile prevedere ciò che potrebbe avvenire, sicuramente la questione della provincia di Idlib, sotto controllo turco sembra essere l’unico tassello mancante ad Assad per poter confermare la riconquista dell’intero territorio nazionale nonché uno dei fronti che destano maggior preoccupazione, soprattutto perché un’escalation finirebbe per coinvolgere anche la Russia e l’Iran. Ma mentre le grandi potenze sin qui citate pianificano e agiscono seguendo i propri interessi e le proprie strategie di politica estera, ad averne “la peggio” è sempre la popolazione civile, che da nove anni è sottoposta a sconvolgimenti e violenze inimmaginabili ed è proprio questa crisi umanitaria che dovrebbe essere, insieme alle altre (quali il già citato caso dello Yemen) motore di una risoluzione diplomatica, che possa garantire i diritti fondamentali alle popolazioni oppresse e ristabilire l’equilibrio alla regione mediorientale da tempo oramai perduto. 


Note

[1]https://www.cia.gov/library/publications/resources/the-world-factbook/geos/print_sy.html

[2] F. C. Cama, D. Casanova, R. M. Delli Quadri, L. Mascilli Migliorini, Storia del mediterraneo moderno e contemporaneo, ed. Guida, Napoli 2017, cit. p. 443

[3] https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/iz.html

[4] J. Lindsay e R. Takeyh, After Iran Gets the Bomb, in “Foreign Affairs”, marzo-aprile 2010, cit. p. 33

[5] D. Adamsky, Moscow’s Syria campaign, Notes de l’Ifri, luglio 2018, cit., p. 6

[6] https://www.state.gov/u-s-relations-with-iraq/

[7]https://www.cia.gov/library/publications/resources/the-world-factbook/geos/print_sy.html

[8] F. Petroni, N. Locatelli, “Le notizie geopolitiche del 22 maggio, a cominciare dal discorso del presidente statunitense in Arabia Saudita”, Limes, 22/05/2017

[9] A. Stein, “A U.S. Containment Strategy for SyriaTo Beat the Russians, Let Them Win”, Foreign Affairs, March 15, 2018

[10] D. Adamsky, Moscow’s Syria campaign, Notes de l’Ifri, luglio 2018, cit., p. 6

[11] D. Adamsky, Moscow’s Syria campaign, Notes de l’Ifri, luglio 2018, cit., p. 7

[12] V. Putin, intervento al Forum internazionale della gioventù di Seliger, 29 agosto 2014

[13] M. Galeotti, In Russia comandano i siloviki, Limes, luglio 08, 2014, cit., p. 6

[14] R. Connolly, C. Sendstad, Russian Rearmament, cit., p.155-156

[15] M. Galeotti, Putin’s Hydra: Inside Russia’s Intelligence Service, European Council on Foreign Relations, maggio, 2016, cit., p. 2

[16]Ivi., p. 8

[17] N. Hauer, The Rise and Fall of a Russian Mercenary Army, Foreign Policy, 6 ottobre, 2019

[18] Ibidem

[19] Ibidem

[20] Ibidem

[21]Ibidem

[22]D. Adamsky, Moscow’s Syria campaign, Notes de l’Ifri, luglio 2018, cit., p. 31

[23]https://www.ecfr.eu/rome/post/laccordo_della_russia_con_la_turchia_sulla_siria_settentrionale

[24] F. C. Cama, D. Casanova, R. M. Delli Quadri, L. Mascilli Migliorini, Storia del mediterraneo moderno e contemporaneo, ed. Guida, Napoli 2017, cit. p. 447

[25]Ibidem

[26]https://www.ecfr.eu/rome/post/laccordo_della_russia_con_la_turchia_sulla_siria_settentrionale

[27] M. Asseburg, Syria: UN mediation at the Mercy of Regional and Major-Power Interests, SWP Berlin, October 2018, cit., p. 32

[28] https://foreignpolicy.com/2020/03/06/syria-turkey-us-problem-idlib-crisis/

[29]https://www.ecfr.eu/publications/summary/a_new_gaza_turkeys_border_policy_in_northern_syria

[30] https://foreignpolicy.com/2020/03/06/syria-turkey-us-problem-idlib-crisis/

[31]https://www.ecfr.eu/article/commentary_syria_the_view_from_iran137

[32]V. Nasr, “A New Nuclear Deal Won’t Secure the Middle East But Regional Cooperation Could, and Washington Should Support It”, Foreign Affairs, February 7, 2020

[33]M. Asseburg, Syria: UN mediation at the Mercy of Regional and Major-Power Interests, SWP Berlin, October 2018, cit., p. 32

[34] Ivi., p. 33

[35] Ibidem

[36] https://foreignpolicy.com/2020/03/06/syria-turkey-us-problem-idlib-crisis/

[37]https://www.ecfr.eu/article/commentary_another_fine_mess_syria_after_the_us_exit

[38] Fawaz A. Gerges, “Obama and the Middle East: The End of America’s Moment?”, Reviewed by John Waterbury, Foreign Affairs, November/December 2012

[39] https://foreignpolicy.com/2020/03/06/syria-turkey-us-problem-idlib-crisis/

[40] C. Cornet, Gli effetti collaterali delle nuove sanzioni statunitensi contro la Siria, Internazionale, 17 giugno 2020

[41]Ibidem


BIBLIOGRAFIA

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Foto copertina:Credito.Delil Souleiman / Agence France-Presse – Getty Images. NYT


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