Trump nel mirino: opposizione statunitense all’attacco in Iran

In questa schermata tratta da un video diffuso sabato, il presidente Donald Trump parla per annunciare che gli Stati Uniti hanno avviato "importanti operazioni di combattimento" in Iran, in una località sconosciuta. Donald Trump/Truth Social/Handout/Reuters
In questa schermata tratta da un video diffuso sabato, il presidente Donald Trump parla per annunciare che gli Stati Uniti hanno avviato "importanti operazioni di combattimento" in Iran, in una località sconosciuta. Donald Trump/Truth Social/Handout/Reuters

Israele e Stati Uniti, invocando il principio della legittima difesa preventiva, hanno condotto un’operazione militare contro l’Iran. Nel corso dell’offensiva è deceduto Alí Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica dal 1989.  L’attacco all’Iran ha suscitato critiche nei confronti di Trump da parte della popolazione statunitense, dove una parte significativa dei cittadini si è dichiarata ostile all’intervento. La contrarietà si è manifestata anche in un’ala del movimento Make America Great Again (MAGA), molti dei quali hanno disapprovato l’operazione in quanto percepito contrario ai principi di America First.


Dopo settimane di crescente tensione, Israele e Stati Uniti (USA) hanno avviato un’azione militare contro l’Iran, giustificandola con la necessità di interrompere lo sviluppo del programma nucleare iraniano e di favorire un cambiamento di regime nella Repubblica Islamica. La risposta di Teheran è stata immediata si è tradotta in attacchi contro centri urbani israeliani e basi militari statunitensi situate nel Golfo Persico. La crisi non è soltanto regionale: si rischia un’escalation di portata globale.

Contrasti interni al Partito Repubblicano

Sebbene i principali attori dei conflitti armati siano gli Stati, le conseguenze ricadono prevalentemente sulle popolazioni civili. In seguito all’attacco congiunto, il Presidente statunitense Donald Trump, ha trovato una significativa opposizione interna. L’operazione militare, motivata dall’intento di contenere la minaccia iraniana, è stata presentata anche come un tentativo di favorire un cambio di governo a Teheran. Tuttavia, tale strategia solleva interrogativi in merito al principio di autodeterminazione dei popoli, poiché un intervento esterno rischia di compromettere la possibilità della società iraniana di determinare autonomamente il proprio assetto politico, nonostante le tensioni interne nei confronti della guida suprema Alí Khamenei.
Secondo un sondaggio condotto da Reuters e Ipsos, solo un quarto dei cittadini statunitensi si dichiara favorevole all’intervento in Iran[1]. L’indagine ha rilevato che il 56% dei cittadini degli Stati Uniti ritiene che Trump sia eccessivamente incline all’uso della forza militare per promuovere gli interessi di Washington[2]. Tale percezione accomuna l’87% degli elettori dei democratici e dal 23% di quelli repubblicani, evidenziando una frattura rilevante all’interno del Partito Repubblicano. Ricaviamo un dato importante: vi è un’ala di Make America First Again (MAGA) contraria alla guerra.
Vi è una minoranza che si è espressa in modo critico nei confronti della linea interventista. Malgrado ciò, la linea pacifista è una minoranza, mettendo in luce ancora il ruolo rilevante dei falchi nella politica estera della formazione politica[3]. Lo Speaker della Camera Mike Johson, si è mostrato favorevole all’intervento, sottolineando le azioni malvagie iraniane[4], definite come causa del conflitto. Ci sono voci contrarie anche nelle istituzioni. Il deputato repubblicano Thomas Massie si è schierato contro l’invasione, sollecitando l’intervento del Congresso, richiamando i limiti costituzionali dell’azione esecutiva[5].
Questa è una minoranza interna al partito, che sostiene l’intervento dell’organo legislativo per fermare Trump. Infatti, nel 1973, fu approvata la War Powers Resolution, che limita l’autorità del Presidente nei conflitti armati senza il consenso del Congresso[6]. Per questa frangia di repubblicani, il motto American First, non è il coinvolgimento in ulteriori guerre nel Medio Oriente.
Tra i motivi principali di opposizione alla guerra in Iran non rientrerebbero solo motivi costituzionali. Il 42% dei repubblicani teme le perdite umane tra le truppe statunitensi, mentre il 34% le possibili ripercussioni economiche, in particolare l’incremento dei prezzi di gas e petrolio[7]. Tucker Carlson, insieme ad altri membri di MAGA, hanno manifestato apertamente contrarietà all’opposizione militare. Una parte del movimento, sostiene di aver votato Trump per riportare gli Stati Uniti in alto, e non in guerra[8], come hanno fatto altri capi di Stato precedentemente. Tale dinamica evidenzia una continuità strutturale della politica estera statunitense nella regione, indipendentemente dalle amministrazioni in carica.
La frattura interna di MAGA rappresenta una potenziale criticità per Trump, la cui campagna elettorale del 2024 era stata in parte fondata su una retorica anti-interventista. Il mancato allineamento tra le promesse elettorali e scelte di politica estera rischia di erodere il consenso di una componente significativa della sua base. Il conflitto va contro i principi del movimento, dato che l’invasione iraniana non rientra tra le priorità degli Stati Uniti. Questa direzione potrebbe modificare le posizioni del gruppo in modo profondo.

Democratici e movimenti sociali

L’opposizione all’intervento militare non si limita all’area repubblicana dissenziente. Gli elettori e i rappresentanti del Partito Democratico sono hanno espresso un’opinione nettamente contraria. I deputati contestano l’illegalità della guerra mossa da Trump. L’uso della forza, nel diritto internazionale, è vietato come modo di soluzione delle controversie. Inoltre, non vi è stato il consenso da parte dell’organo legislativo. Ro Khanna intende fermare il conflitto richiamando nuovamente la War Powers Resolution[9]. Anche a livello locale sono emerse voci critiche. Il Sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha posto l’accento sull’impatto umanitario del conflitto, con particolare riferimento alle vittime civili, inclusi minori coinvolti nei bombardamenti. Infatti, la guerra, ha colpito anche scuole, uccidendo gli studenti[10].

Parallelamente, numerose manifestazioni si sono svolte in diverse città degli Stati Uniti. Organizzazioni come The People’s Forum hanno richiamato la liberazione di tutti i cittadini del Medio Oriente, vittime delle politiche imperialiste degli USA e di Israele[11].

I movimenti considerano che il conflitto regionale possa avere ripercussioni globali, al costo della vita di innumerevoli persone. A tali mobilitazioni hanno aderito associazioni di sinistra, palestinesi e iraniane, attive sul territorio statunitense, le quali interpretano l’intervento come espressione di interessi geopolitici ed economici, piuttosto che di finalità umanitarie[12]. Le proteste hanno coinvolto non solo le più grandi città, ma anche centri più piccoli, mostrando la forte partecipazione pacifista. Una parte consistete dei manifestanti richiama il precedente intervento in Iraq del 2003, ritenuto un esempio di azione militare che non ha prodotto una transizione democratica stabile. In questa prospettiva, il cambiamento politico dovrebbe essere il risultato di dinamiche interne e non l’esito di un’imposizione esterna.

Conclusioni

Dunque, la società civile ritiene che gli Stati Uniti non debbano agire come un poliziotto internazionale. Sebbene la maggioranza dei repubblicani sostenga l’intervento, vi è un fronte trasversale che manifesta la sua contrarietà. A loro si aggiungono quasi tutti gli elettori del Partito Democratico e i movimenti di sinistra. Le ragioni riguardano l’incostituzionalità della guerra, la perdita delle vite umane, gli interessi economico-commerciali riconducibili a Washington e alla compromissione del diritto del popolo iraniano all’autodeterminazione politica. L’attacco ha dunque aperto una frattura profonda all’interno della politica e della società statunitense. La guerra non è percepita come una scelta inevitabile. Emergono differenti interrogativi sulla legittimità dell’intervento e sui costi umani ed economici. Il rischio di un’escalation globale mira la credibilità delle istituzioni democratiche e sull’effettività del diritto internazionale quale strumento di risoluzione delle controversie. La richiesta di un maggiore coinvolgimento del Congresso e di una soluzione diplomatica indica che una parte rilevante dell’opinione pubblica statunitense rifiuta l’idea che il cambiamento politico possa essere imposto dagli attori statali esterni con la forza. In tale contesto, Trump dovrà non soltanto gestire le conseguenze internazionali del conflitto, ma le tensioni interne al proprio partito e al movimento MAGA, in un momento di perdita di consenso, in cui ogni scelta rischia di amplificare le divisioni politiche e di mettere in discussione la sua leadership.


Note

[1] J. Lange, “Just one in four Americans supports US strikes on Iran, Reuters/Ipsos poll finds”, in Reuters, 01/03/2026, consultabile al link: https://www.reuters.com/world/us/just-one-four-americans-support-us-strikes-iran-reutersipsos-poll-finds-2026-03-01/
[2] Ibidem.
[3] A. Harb, “Despite antiwar MAGA wing, Trump gets Republican support for Iran strikes”, in Al Jazeera, 01/03/2026, consultabile al link: https://www.aljazeera.com/news/2026/3/1/despite-antiwar-maga-wing-trump-gets-republican-support-for-iran-strikes
[4] Profilo X di Mike Johson, consultabile al link: https://x.com/SpeakerJohnson/status/2027741976632631497
[5] Profilo X di Thomas Massie, consultabile al link: https://x.com/RepThomasMassie/status/2027739993033134279
[6] War Power Act, consultabile al link: https://psc.uncg.edu/wp-content/uploads/2016/09/War-Powers-Act.pdf
[7] J. Lange, “Just one in four Americans supports US strikes on Iran, Reuters/Ipsos poll finds, consultabile al link: https://www.reuters.com/world/us/just-one-four-americans-support-us-strikes-iran-reutersipsos-poll-finds-2026-03-01/
[8] V. Mazza, “La base Maga contro Trump, Tucker Carlson: «L’attacco all’Iran disgustoso e malvagio»”, in Corriere della Sera, 01/03/2026, consultabile al link: https://www.corriere.it/esteri/26_marzo_01/la-base-maga-contro-trump-tucker-carlson-l-attacco-all-iran-disgustoso-e-malvagio-ff35a5c5-341d-45ff-9b87-68a98243cxlk.shtml
[9] “How have US politicians reacted to the attack on Iran?”, in Al Jazeera, 28/02/2026, consultabile al link: https://www.aljazeera.com/news/2026/2/28/how-have-us-politicians-reacted-to-the-attack-on-iran
[10] G. Habibiadaz, “At least 153 dead after reported strike on school, Iran says”, in BBC, 01/03/2026, consultabile al link: https://www.bbc.com/news/articles/c1l7rvqq51eo
[11] Profilo Instagram di NYCPYM, consultabile al link: https://www.instagram.com/p/DVUKYsxD_YP
[12] E. Helmore, “Protesters rally across US after strikes on Iran that killed Khamenei, in The Guardian, 01/03/2026, consultabile al link: https://www.theguardian.com/us-news/2026/feb/28/khamenei-killing-protests-us


Foto copertina: In questa schermata tratta da un video diffuso sabato, il presidente Donald Trump parla per annunciare che gli Stati Uniti hanno avviato “importanti operazioni di combattimento” in Iran, in una località sconosciuta. Donald Trump/Truth Social/Handout/Reuters