Venti anni dopo l’intervento USA in Iraq: come sono cambiati gli interventi umanitari


Sono passati esattamente venti anni da quando gli Usa del Presidente Bush decisero di invadere l’Iraq. Alla luce dell’ingente costo economico, umanitario e securitario, l’intervento in Iraq ha ridefinito gli eventi umanitari in aree di conflitto.


L’invasione dell’Iraq, avvenuta tra il 20 marzo e il 1º maggio 2003, è stata condotta da una coalizione di paesi, guidata dagli Usa insieme a Regno Unito, Australia e Polonia. Altri paesi sono stati coinvolti nella fase di occupazione.
Sono passati venti anni da quando il governo Usa decise di dare il via all’operazione in Iraq che avrebbe decretato la fine di Saddam Hussein. Da allora, lungi dall’essere una florida democrazia, il paese ha vissuto prolungate crisi economiche, politiche e securitarie.

Quello iracheno costituisce un caso emblematico di state-building. La letteratura sul tema è ampia e si può affermare che l’intervento anglo-statunitense in Iraq ha costituito uno spartiacque per gli studiosi dei conflict studies.
Iraq è il crogiolo in cui le teorie post Guerra Fredda sulla costruzione dello stato, sono state messe alla prova, giudicate insufficienti e poi, nella foga della battaglia, giudicate insufficienti” [1]
Fin dall’inizio, l’invasione irachena fu giustificata dal possesso delle armi di distruzione di massa da parte del regime di Baghdad e dai suoi collegamenti con il gruppo terroristico al-Qaeda e, di conseguenza, dalla “war on terror” intrapresa dopo gli eventi dell’undici settembre. Queste accuse si rivelarono, poi, false e l’intervento rientrò nella più ampia politica di “esportazione della democrazia” promossa dall’amministrazione Bush.

Il Partito Repubblicano statunitense approvò nel 2000 la piena implementazione dell’Iraqi Liberation Act, firmato nel 1998 il quale prevedeva la rimozione di Saddam Hussein dal potere a favore di un governo democratico tramite assistenza a gruppi di opposizione democratica e supporto nella transizione democratica. [2]
La strategia geopolitica degli Stati Uniti costituì la logica alla base dell’intervento militare, dal momento che l’Iraq non solo era strategico nel controllo delle ricche riserve di petrolio del Golfo, ma era anche centrale nel più completo quadro regionale. “Invadendo l’Iraq e creando un regime di stampo americano, i pianificatori della guerra pensavano di poter isolare le principali sacche di opposizione a Israele e all’egemonia americana in Medio Oriente.[3]”, con un riferimento particolare alla Repubblica Islamica, ricca di petrolio ed ostile all’Occidente.

Leggi anche:

Sebbene indagare la logica e le ragioni sottese per l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti vada oltre lo scopo di questo articolo, è ormai assodato dire che, nel periodo immediatamente antecedente all’operazione militare, nei circoli statunitensi prevaleva un’ottimista convinzione che gli iracheni avrebbero accolto le truppe statunitensi come dei liberatori. Questa visione rivelava una scarsa conoscenza del tessuto iracheno.
Nel novembre del 2002, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò la Risoluzione 1441, con la quale si decise di dare all’Iraq “a final opportunity to comply with its disarmament obligations” e prevedeva serie conseguenze per l’Iraq in caso di inadempimento o non cooperazione.
Il 7 marzo 2003, Hans Blix, dichiarò che l’Iraq aveva effettuato dei progressi significativi su alcune questioni irrisolte riguardanti il disarmo e aggiunse che, fino a quel momento, non era stata trovata nessuna prova sul possesso delle armi di distruzione di massa, aggiungendo, al contempo, che la cooperazione non fu immediata e che ci sarebbero voluti mesi prima di chiarire definitivamente la questione. [4].
Nonostante le ispezioni ancora in corso da parte della commissione di monitoraggio, verifica e ispezione delle Nazioni Unite (UNMOVIC) e dell’Agenzia Internazionale per l’energia atomica (IAEA), tanto bastò per la coalizione internazionale, guidata da Usa e Regno Unito, per interpretare la mancata cooperazione immediata come una violazione della risoluzione 1441, tale da richiedere l’intervento armato in Iraq.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, condannò l’invasione, dichiarando che la guerra non fosse “in conformità con la Carta delle Nazioni Unite. Dal nostro punto di vista e dal punto di vista della Carta, era illegale.”[5]

Le ragioni dietro il fallimento

L’intervento internazionale in Iraq presenta alcune peculiarità, tra le più importanti l’unilateralismo dell’intervento e l’assenza di autorizzazione da parte delle Nazioni Unite.
Il maggior problema risiede nel fatto che la coalizione internazionale portò avanti due diverse strategie conflittuali tra loro nella ricostruzione dello stato iracheno, senza un reale tentativo di elaborare una sintesi coerente tra queste. In particolare, si cercò di creare un forte stato centralizzato attraverso la Coalition Provisional Authority, ma, al tempo stesso, si procedette ad una parziale decentralizzazione del potere, incoraggiando forme di potere ed organizzazioni locali.
I tentativi di portare a livello nazionali questi trend furono ufficializzati nei tre piani Bremer.  
Nel primo, reso noto nell’estate del 2003, Paul Bremer, amministratore della Coalition Provisional Authority, delineò una road-map verso la costituzione di un Iraq democratico e costituzionale, sotto il controllo e il supporto, stretto e continuativo, dei rappresentanti statunitensi. Il progetto, dalla durata non identificata, ma minima presumibile di un paio di anni, fece temere una duratura permanenza delle truppe straniere sul territorio iracheno e, inevitabilmente, la situazione securitaria si aggravò gradualmente. Di fronte ai continui attacchi contro le forze della coalizione, fu costretto a rivedere il piano iniziale, in cui si accelerava il raggiungimento di una piena sovranità in un tempo minore, con la stesura di una nuova costituzione e la tenuta delle elezioni (Bremer II). Tuttavia, fu talmente confusionario e inattuabile tanto da dare l’impressione che “Gli Stati Uniti erano alla ricerca di una formula che permettesse loro di mantenere il maggior controllo possibile sul processo, compatibile con il tipo di autogoverno che il piano precedente non era disposto a concedere agli iracheni”.[6]
Si formulò, pertanto, Bremer III, un piano dagli obiettivi meno ambiziosi, possibili da raggiungere prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Gli interventi umanitari dopo l’invasione irachena

Negli anni Duemila, l’imperativo posto sulla difesa dei diritti umani ha giustificato l’interventismo occidentale in stati deboli o falliti.
In questo modo, si promosse uno state-building di stampo liberale, dal momento che il liberalismo veniva considerato come intrinsecamente promotore di pace.
Il fallimento iracheno, però, ha portato ad un ripensamento degli interventi internazionali in zone di conflitto.
Gli interventi militari su grande scala non possedevano la forza di trasformare i paesi in cui venivano attuati in democrazie liberali, con un’economia di mercato funzionante.
La dottrina Obama del “leading from behind” è esemplificativa di ciò.
Questo ha portato ad abbandonare gli interventi di state-building e a preferire quelli di stabilizzazione.     
“Stabilizzare” gli stati fragili è diventato il nuovo imperativo, un concetto nebuloso ma che sembra più accettabile per i cittadini più scettici in patria. [7]


Note

[1] D.A. Lake, The Statebuilder’s Dilemma, p. 101
[2] H.R.4655 – Iraq Liberation Act of 1998, 105th Congress (1997-1998), al link: https://www.congress.gov/bill/105th-congress/house-bill/4655
[3] Ismael T.Y & Ismael J.S., Iraq in the Twenty-First Century, p. 46
[4] Blix welcomes accelerated cooperation by Iraq, but says unresolved issues remain, UN news briefing, 7 marzo 2003, al link: https://news.un.org/en/story/2003/03/61272-blix-welcomes-accelerated-cooperation-iraq-says-unresolved-issues-remain
[5] E. MacAskill & J. Borger, Iraq war was illegal and breached UN charter, says Annan, The Guardian, 16 settembre 2004, al link: https://www.theguardian.com/world/2004/sep/16/iraq.iraq
[6] C. Trapp, The United States and State-Building in Iraq, Review of International Studies, Vol. 30, No. 4, ottobre 2004, pp. 545-558, p. 549
[7] Rotmann, P. (2016). Toward a realistic and responsible idea of stabilisation, Stability: International Journal of Security and Development, 5(1), 1–14.


Foto copertina: Sono passati esattamente venti anni da quando gli Usa decisero di invadere l’Iraq. Goran Tomasevic/Reuters