Quando la Giunta militare argentina scoprì il Terzo Mondo: l’intervista di Oriana Fallaci al generale Galtieri

Foto dell'intervista di Fallaci a Galtieri
Foto dell'intervista di Fallaci a Galtieri

La traduzione dell’intervista in cui Oriana Fallaci incalzò Galtieri che fu l’iniziatore della guerra delle Falkland/Malvinas su colonizzazione, desaparecidos, “machismo” latino e democrazia.


Il contesto

Oriana Fallaci (Firenze, 29 giugno 1929 – Firenze, 15 settembre 2006) è stata una giornalista e scrittrice italiana.Partecipò giovanissima alla Resistenza italiana e fu la prima donna italiana ad andare al fronte in qualità di inviata speciale
Oriana Fallaci (Firenze, 29 giugno 1929 – Firenze, 15 settembre 2006) è stata una giornalista e scrittrice italiana. Partecipò giovanissima alla Resistenza italiana e fu la prima donna italiana ad andare al fronte in qualità di inviata speciale

Nell’agosto del 1982, il mensile El Porteño pubblicava l’intervista sottoposta da Oriana Fallaci al generale Leopoldo Galtieri, presidente de facto dell’Argentina che aveva scatenato la guerra contro il Regno Unito per il controllo delle Falkland/Malvinas.
La crisi economica interna e quella del debito estero avevano già logorato il consenso del regime militare quando, a fine marzo di quell’anno, i lavoratori avevano dato luogo allo sciopero più partecipato dal golpe del 1976. Con un tasso di inflazione annuo oltre il 130% e il debito estero asceso a 36 miliardi di dollari (dagli 8 registrati all’insediamento della prima Giunta), all’indomani della mobilitazione che aveva occupato le officine e le piazze argentine, la Casa Rosada aveva dato il via all’Operazione Rosario per il “recupero” delle isole Malvinas.
Puntando sull’appoggio degli Stati Uniti, cui avevano prestato il fianco nella lotta alla sovversione nel continente, oltre che sulla brevità dell’intervento, Galtieri e la sua Cancillería erano stati sorpresi dall’approvazione della risoluzione 502 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che disponeva l’immediato ritiro delle truppe argentine dalle isole. Risentiti dal supposto voltafaccia statunitense, esponenti della Giunta avrebbero preso parte alle assemblee dell’UNCTAD e del Movimento dei Paesi non Allineati tra Nuova Delhi e l’Avana, esprimendosi in sostegno dell’autodeterminazione dei popoli, della sovranità territoriale e degli aiuti allo sviluppo, denunciando la crisi del debito che attanagliava il Terzo Mondo come frutto degli squilibri tra il Nord e il Sud globale[1]
Il tentativo di reinventare una politica estera terzomondista, dialogando con i leader rivoluzionari i cui proseliti erano stati estirpati sul territorio nazionale massacrando una generazione di giovani militanti (oltre che direttamente combattuti in Centroamerica nelle operazioni di contro-insorgenza coordinate da Washington) è esposto in tutta la sua debolezza nell’intervista di Fallaci, insieme alle ambiguità e alle contraddizioni che avrebbero portato il regime al collasso.
In quegli stessi mesi, l’isolamento diplomatico e le sanzioni economiche si sarebbero sommate all’esposizione dei crimini di lesa umanità resi noti, in seguito all’ispezione del 1979, dalla Comisión Interamericana de Derechos Humanos e già denunciati dalle Madres de Plaza de Mayo e da Amnesty International. Il logoramento definitivo del consenso brevemente ravvivato dall’operazione nell’Atlantico del Sud, avrebbe determinato, nell’ottobre del 1983, il ritorno alle urne dopo sette anni di governo militare.

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L’intervista

Oriana Fallaci: -Presidente Galtieri, quando pensa a ciò che ha fatto, e mi riferisco alle centinaia di giovani che sono morti, alle centinaia che moriranno ancora, e mi riferisco anche al nuovo detonatore della terza guerra mondiale che si è acceso in questa parte del pianeta (come se non bastassero il Medio Oriente e il Golfo Persico, abbiamo anche l’Atlantico), mi dica: non si è mai chiesto se ne valesse la pena? Non si è mai detto “forse ho commesso un errore”? Non si pente mai?
Leopoldo Galtieri: -No, signora giornalista.

O.F: -No? Tuttavia, non mi sembra che lei abbia molti motivi per essere soddisfatto. Nonostante gli slogan trionfalistici e le frasi ad effetto diffusi dalla televisione argentina, “Vinceremo”, “Stiamo per vincere”, le isole sono praticamente tornate nelle mani dei britannici ed è giunto il momento di prendere in considerazione la parola che qui nessuno vuole pronunciare: la parola sconfitta.
L. G.: -No, signora giornalista. Le Malvinas non sono tornate nelle mani dei britannici.
I britannici devono ancora conquistarle e l’esito della battaglia che avrà luogo a Puerto Argentino non è così scontato come lei crede. Io sono molto più ottimista di lei.
Tuttavia, anche se cadesse Puerto Argentino, come lei afferma, non mi chiederei se ne sia valsa la pena e tanto meno penserei di aver commesso un errore. Ricorda quando nella Seconda Guerra Mondiale gli inglesi furono sconfitti a Dunkerque? Ebbene, nel 1945 erano a Berlino. In altre parole, nemmeno la caduta di Puerto Argentino significherebbe la fine del conflitto e la nostra sconfitta. Pertanto, nemmeno in un caso del genere mi sentirei pentito. In realtà non sono l’unico a credere che ciò che abbiamo fatto il 2 aprile fosse giusto. Tutto il popolo argentino lo crede.
Signora giornalista, per 149 anni gli argentini hanno denunciato l’aggressione commessa dagli inglesi nel 1833, quando ci hanno rubato le Malvinas e sono 17 anni che cerchiamo di recuperarle con mezzi diplomatici, cioè attraverso le Nazioni Unite. Se lo scorso 2 aprile non le avessimo recuperate militarmente, lo stesso sarebbe accaduto ad aprile o a maggio, giugno del prossimo anno comunque negli anni avvenire. La colonizzazione britannica non poteva continuare.

La colonizzazione in questione

O.F.: -Capisco. Ma perché parla di colonizzazione? I 1.800 abitanti delle Falkland, pardon, delle Malvinas, non erano e sono cittadini britannici? Chi hanno colonizzato allora gli inglesi, i pinguini?
L.G.: -Sono tutti britannici perché i britannici non hanno mai permesso agli argentini di acquistare un pezzo di terra lì, aprire un’attività, avere un negozio, insomma, stabilire la propria presenza. Se vado a Roma e ho i soldi per comprarmi un appartamento, un’attività, cioè per stabilirmi, le autorità italiane me lo permettono. Gli inglesi, al contrario, hanno mantenuto quelle isole come una fattoria personale e non hanno permesso a nessun argentino di stabilirsi lì.

O.F.: -Senta, con il vasto territorio che avete, queste belle coste, quel terreno fertile, è difficile capire perché vi preoccupiate di acquistare un pezzo di terra in quei luoghi desolati e deserti dove nessuno vuole vivere, tranne i pinguini, le pecore e quei britannici abituati al freddo e alla nebbia. Ma a proposito di colonizzazione, lei è italiano, vero?
L.G: -Sì. Discendo da italiani. I miei nonni erano italiani. Mia nonna era di Genova e mio nonno della Calabria. Sono venuti qui come poveri braccianti, con le ondate di emigranti che si sono verificate all’inizio del secolo.

O.F.: –Allora anche voi siete colonizzatori. Signor presidente, questo paese non apparteneva agli spagnoli, agli italiani, ai tedeschi, ai francesi, agli inglesi, insomma agli europei, ai bianchi che vennero qui e massacrarono gli indigeni fino all’ultima tribù, come non era mai successo nemmeno in Nord America. Allora perché chiama le Falkland, pardon, le Malvinas, colonie?
L.G.: -Signora giornalista, non torniamo così indietro nel tempo. Analizziamo le cose come sono state dal 1833, quando gli inglesi ci hanno rubato le Malvinas. Osservi dove si trovano le isole, come la piattaforma continentale[2] si estende su quell’area e unisce la costa alle isole. Vedrà facilmente la correlazione naturale che esiste tra loro e la terraferma. Voglio dire che non solo storicamente, ma anche geograficamente, le Malvinas ci appartengono, devono essere nostre e nostre saranno.

Le ragioni economiche

O.F.: -Ma oltre alla piattaforma continentale, cosa la affascina così tanto di quegli isolotti? L’oro? Il petrolio? O la posizione strategica che potrebbe rivelarsi vantaggiosa il giorno in cui il Canale di Panama verrà chiuso come quello di Suez?
L.G.: -Signora giornalista, esiste un sentimento. Non l’oro, non il petrolio, non la posizione strategica, ma il sentimento della nazione argentina dal 1833. Lei non crede nel sentimento del popolo?

O.F.: -Signor Presidente, credo che parlare del sentimento del popolo, purtroppo, nasconda quasi sempre verità meno nobili: interessi politici, finanziari o militari e, più spesso, gli interessi personali di chi comanda. Le chiedo quindi: non potrebbe essere che quelle isole desolate rappresentino ai suoi occhi uno strumento utile per unire un paese diviso e infelice, per fargli dimenticare un’inflazione tanto irrefrenabile quanto grottesca e un debito estero mostruoso, che oggi ammonta a 36 miliardi di dollari, ovvero, in altre parole, il fallimento politico ed economico del regime militare che lei rappresenta?
L.G.: -Accetto la sua argomentazione perché lei è una giornalista. Altrimenti non le permetterei di dirmi queste cose, glielo assicuro. Perché offendono i miei principi, il mio buon nome, la mia carriera militare, tutto ciò che ho cercato di preservare durante la mia vita. Non ho mai fatto il freddo calcolo di cui mi accusa, mai. Il debito estero e l’inflazione non hanno nulla a che vedere con la mia decisione. Anzi, posso assicurarle che questi conflitti non allevieranno né l’inflazione né il debito. È vero che le Malvinas sono servite a unire gli argentini. Ma l’idea di ottenere questo risultato attraverso la guerra non mi ha mai sfiorato la mente, glielo giuro e lo ripeto.

O.F.: -Molti altri hanno avuto questa idea, signor presidente. La Storia insegna che quando le cose vanno male in una società, in un paese, coloro che sono al potere fanno la guerra: così il popolo si eccita e dimentica i fallimenti, le colpe, i crimini di chi governa. Oltre alla sua megalomania, nel 1940 Mussolini entrò in guerra proprio per questo motivo. La offende il paragone?
L.G.: -Sì, signora giornalista. Mi offende molto.

Considerazioni su Thatcher

O.F.: -Grazie a Dio. Ma se non si tratta di un freddo calcolo, signor presidente, allora ci sono stati degli errori di valutazione. O forse dovrei dire delle illusioni? Per cominciare, l’illusione che la Gran Bretagna non avrebbe reagito, che non avrebbe mandato la sua flotta così lontano da casa. O mi sbaglio?
L.G.: -No. Le dirò che se una reazione britannica ci sembrava possibile, non l’abbiamo mai vista come una probabilità. Personalmente, ritenevo scarsamente possibile una risposta britannica e del tutto improbabile. In ogni caso, non mi sarei mai aspettato una risposta così sproporzionata. Nessuno se lo aspettava. Perché un paese situato nel cuore dell’Europa avrebbe dovuto essere così colpito da alcune isole così lontane nell’Oceano Atlantico e che non servono a nessun interesse nazionale? Mi sembra una cosa che non ha senso.

O.F.: -Ma, signor presidente, i suoi diplomatici non l’avevano avvertita che la signora Thatcher avrebbe reagito in quel modo? O forse – mi perdoni la parentesi un po’ frivola – lei era motivato dall’idea che una donna non sarebbe entrata in guerra? Perché in tal caso, devo ricordarle che Indira Gandhi e Golda Meir hanno combattuto senza esitazione le loro guerre. E le hanno vinte.
L.G. -No, no. Le assicuro che non sono mai stato influenzato da alcun machismo latino.

O.F. -Bene, glielo chiedevo pensando agli insulti preistorici e alle stupidaggini che la stampa argentina dedica alla signora Thatcher, “cervello di gallina”, “vai a lavorare a maglia”, “torna in cucina”, ecc. E mi chiedevo se forse lei non condividesse tali espressioni.
L.G.; -La stampa può dire quello che vuole e inoltre sa bene che l’umorismo e la satira sono caratteristiche del temperamento latino. Come avrà notato, tuttavia, il presidente della nazione, Leopoldo Galtieri, non ha mai espresso commenti irrispettosi nei confronti della signora Thatcher. E nemmeno i membri del suo governo, mai. Per quanto riguarda il mio giudizio sulla signora Thatcher, è molto semplice: credo che sia politicamente inadeguata al momento storico che sta vivendo l’umanità. Dico questo riferendomi a lei come primo ministro, non come donna.

O.F. -Neanche la signora Thatcher ha un’alta opinione di lei, signor presidente. La definisce un tiranno fascista. Ma occupiamoci di un altro errore di calcolo: l’illusione che gli Stati Uniti non avrebbero sostenuto la Gran Bretagna. Non sapeva forse che la Gran Bretagna era uno dei membri più importanti della NATO?

Questioni continentali ed emisferiche: il “tradimento statunitense

L.G.: – Signora giornalista, la differenza tra il Sudamerica e il Nordamerica è che noi sudamericani ci consideriamo americani, mentre gli americani si considerano appartenenti a un altro emisfero: l’emisfero Nord. Sì, provo una profonda amarezza nei loro confronti. Devo ammetterlo. Una tremenda delusione. Perché gli americani sanno benissimo che anche come comandante in capo dell’esercito, cioè prima di diventare presidente, ho cercato con ogni mezzo di mantenere buoni rapporti con loro e con il loro governo, di ristabilire una comprensione reciproca che durante il governo precedente era venuta meno. Data l’importanza che il continente americano ha per una strategia globale, più nel futuro che nel presente, avere buoni rapporti con noi era per loro più che indispensabile. E devo dire che i rapporti personali che avevo instaurato con il governo Reagan erano eccellenti. Lo stesso si può dire di tutti i funzionari argentini. E quindi, quando il signor Haig[3] si è offerto come mediatore, ho accettato senza esitare… beh, non mi aspettavo la sua approvazione, il suo sostegno, ma ero sicuro che si sarebbe comportato con equilibrio e neutralità. Che delusione quando si è schierato con gli inglesi con il pretesto di non riuscire a raggiungere un accordo tra le due parti. La cosa peggiore è che il signor Reagan e tutta la sua squadra hanno fatto lo stesso. Sia per me che per tutto il popolo argentino questo è stato come un tradimento.

O.F.: -Signor presidente, un tradimento ha luogo quando esiste una promessa, un impegno. Esisteva una promessa, un obbligo tra lei e gli statunitensi?
L.G.: -L’obbligo era quello di assistere entrambe le parti, non solo una. Questo significa equilibrio, neutralità.

O.F.: -Potrebbe spiegarsi meglio? Perché una delle accuse mosse agli americani è quella di aiutare sempre i regimi dittatoriali come il suo ed è un dato di fatto che Washington non li ha mai abbandonati. Nemmeno durante il governo Carter e le sue campagne per i diritti umani. Quindi deve essere successo qualcosa con Haig.
L.G. – I fatti dimostrano che il signor Haig non sia stato un buon mediatore.

O.F. – Haig sostiene che la colpa è vostra, perché lui non sapeva con chi trattare e che quando lei diceva una cosa i suoi generali ne dicevano un’altra. Anche rispetto alla risoluzione 502 delle Nazioni Unite, quella che chiedeva il ritiro immediato delle truppe argentine, Haig dice che lei e i suoi generali non eravate d’accordo. Se non fosse così, come si spiegherebbe la sua esasperazione al momento della partenza? E perché il suo ministro degli Esteri, Costa Méndez, ha sentito il bisogno di scusarsi con lei?
L.G. – Il signor Haig è venuto qui con molti consiglieri e abbiamo lavorato in questa stanza o al Ministero degli Esteri. In entrambi i luoghi abbiamo sempre detto la stessa cosa, cioè che la risoluzione 502 comportava una serie di conseguenze inaccettabili perché l’Argentina non aveva versato una sola goccia di sangue britannico per recuperare le Malvinas e, al contrario, i britannici ci stavano attaccando e continuavano a inviarci le loro navi e hanno continuato le ostilità anche durante i negoziati.

O.F.: – Non vedo ancora il tradimento, a meno che non ci fosse una promessa, ovvero che gli americani sapessero prima del 2 aprile che gli argentini stavano per intervenire militarmente. Lo sapevano? Signor Presidente, dato che i suoi rapporti con il governo Reagan erano così stretti, non posso credere che lei non li abbia informati delle sue decisioni. Non è vero che il Pentagono ne era a conoscenza e che lei le aveva comunicate in precedenza a Vernon Walters?
L.G.: -Conosco molto bene Vernon Walters, ho ottimi rapporti con lui, ma né io né alcun membro del mio governo gli abbiamo detto nulla. Non abbiamo mai avuto la necessità di chiedere il permesso agli altri per recuperare le Malvinas, glielo assicuro. Né il permesso del Pentagono, né quello di Reagan, né il permesso di Haig. Pensavo e pensavamo di essere abbastanza grandi da poter prendere le nostre decisioni. Inoltre, se gli americani lo avessero saputo, non saremmo mai arrivati al 2 aprile.

O.F.: -Il che significa che avrebbero cercato di fermarli. O forse ci hanno provato ed è per questo che Haig sembrava così esasperato? Signor presidente, quanto sono compromessi i vostri rapporti con gli Stati Uniti adesso?
L.G.: -Compromessi, non direi, ma seriamente danneggiati sì. Talmente gravemente che ci vorrà molto tempo prima che tornino alla normalità. Molto tempo. Anni.

La scoperta del Terzo Mondo

O.F.: -Quindi sta stringendo nuove alleanze.
L.G.: Signora giornalista, i nostri alleati naturali sono i paesi latinoamericani. Comunque sì, è vero, stiamo cercando maggiori contatti con il mondo al quale apparteniamo per storia e eredità culturale. Contatti politici, commerciali, finanziari e anche una maggiore comprensione.

O.F.: -In altre parole, state scoprendo il Terzo Mondo. State scoprendo Simón Bolívar. Dobbiamo crederci? Gli argentini sono sempre stati così orgogliosi di considerarsi occidentali, europei, bianchi, hanno sempre avuto un complesso di superiorità nei confronti degli altri paesi sudamericani.
L.G.: -Condivido ciò che dice. Nessuno può negare che ci siamo sempre sentiti molto legati al Nord America e all’Europa occidentale. Ma è proprio per questo che ci sentiamo traditi, delusi, ed è per questo che stiamo cambiando la nostra politica estera. Forse si tratta di trasformazioni parziali, per il momento. Ma comunque molto importanti, come vedrà.

O.F.: – Quando si ascoltano le dichiarazioni d’amore all’Argentina di Cuba e il Nicaragua, non resta che rimanere increduli. E quando vediamo Costa Méndez che bacia Fidel Castro, non si può fare a meno di pensare che forse si tratta di uno scherzo.
L.G.: – Un momento, signora giornalista, un momento. Costa Méndez va all”Avana perché lì si tiene una conferenza annuale dei Paesi Non Allineati. E lì il signor Castro è il padrone di casa. E non dimentichi che il Signor Castro ha pubblicamente espresso il suo sostegno all’Argentina e alle nostre rivendicazioni, in qualità di presidente dei Paesi Non Allineati e non come presidente di Cuba. Quando lo ringraziamo è in qualità di presidente dei Paesi Non Allineati, non come presidente di Cuba. E, d’altra parte, cosa devo fare mentre scorre il sangue dei nostri soldati?  Cosa vi aspettate da me? Che ringrazi gli Stati Uniti?

O.F.: -Sto solo cercando di capire cosa sta succedendo, signor presidente. Perché queste nuove alleanze sono molto sorprendenti.
L.G.: -Non sono alleanze. Sono riassetti delle relazioni internazionali. Le alleanze sono un’altra cosa.

O.F.: -Se preferisce, signor presidente…Resta il fatto che migliaia di persone sono state eliminate in Argentina con l’accusa di essere comunisti, marxisti. Quindi è piuttosto sconcertante vedere Fidel Castro e Costa Méndez che si danno pacche sulle spalle come se fossero stati insieme sulla Sierra Maestra. Quei morti si staranno rivoltando nelle loro tombe.
L.G.: -Signora giornalista, le relazioni internazionali sono guidate più dagli interessi che dall’amore. Purtroppo queste cose sono inevitabili, come dimostra la storia del mondo. Se gli Stati Uniti isolano l’Argentina, militarmente ed economicamente, se l’Europa fa lo stesso, se il mondo occidentale ci volta le spalle, e dico “mondo occidentale” mettendo l’espressione tra virgolette, che altra scelta abbiamo? Pensi a tutti i paesi che mantengono relazioni armoniose con i loro nemici ideologici. Gli Stati Uniti e la Cina, per esempio. Si abbracciano esattamente come noi abbracciamo il signor Castro. Non per questo l’Argentina sta diventando comunista. Non per questo il generale Galtieri diventa membro del partito comunista.

Leopoldo Fortunato Galtieri Castelli (Caseros, 15 luglio 1926 – Buenos Aires, 12 gennaio 2003) è stato un generale e politico argentino, fra coloro che cospirarono contro la presidente Isabel Martínez de Perón e che parteciparono al colpo di stato del 1976.Galtieri faceva parte della giunta militare di governo diretta dal generale Jorge Rafael Videla, che sospese le garanzie costituzionali, dissolse le associazioni politiche e sindacali e mise in atto un meccanismo di repressione senza precedenti. Fu dittatore e presidente del paese dal 22 dicembre 1981 al 18 giugno 1982.
Leopoldo Fortunato Galtieri Castelli (Caseros, 15 luglio 1926 – Buenos Aires, 12 gennaio 2003) è stato un generale e politico argentino, fra coloro che cospirarono contro la presidente Isabel Martínez de Perón e che parteciparono al colpo di stato del 1976. Galtieri faceva parte della giunta militare di governo diretta dal generale Jorge Rafael Videla, che sospese le garanzie costituzionali, dissolse le associazioni politiche e sindacali e mise in atto un meccanismo di repressione senza precedenti. Fu dittatore e presidente del paese dal 22 dicembre 1981 al 18 giugno 1982.

O.F.: -E non per questo Fidel Castro diventa membro della Giunta argentina, lo so. Ma offre a questa Giunta le sue armi, il suo aiuto. A proposito, accetteranno tutto questo?
L.G.: -Al momento non abbiamo bisogno dell’aiuto militare di nessuno, ma se la Gran Bretagna mettesse l’Argentina in una situazione tale da richiedere un aiuto militare, lo accetteremmo da chiunque.

La “guerra totale” secondo Galtieri

O.F.: -Il che include l’Unione Sovietica, se ho capito bene. Signor Presidente, la sua crociata antisovietica sembra essere finita. E si sa che l’ambasciatore sovietico ha fatto visita più di una volta a lei e al ministro degli Esteri. Significa che accetterete anche le armi sovietiche o no?
L.G.: – Se arriveremo al punto in cui sarà necessario, sì, le accetteremo. Mi rivolgerò anche a loro, signora giornalista. Crede che voglia suicidarmi?

O.F.: -No, non credo. In realtà lei ha acquistato armi dai fornitori più diversi in questi giorni. Uno è Gheddafi, che le ha fornito gli Exocet che Mitterrand le ha negato; un altro è Israele, che le ha appena consegnato altri Mirage e missili; poi ci sono Ecuador, Perù e Venezuela.
L.G.: -Questi ultimi sono paesi fratelli. Ma perché mi chiede cose a cui non posso rispondere per motivi di sicurezza?

O.F.: – Perché lei ha detto che la completa caduta delle isole non significherà la fine della guerra. Perché i giornali argentini continuano a parlare di guerra totale. E voglio sapere se “guerra totale” vuol dire internazionalizzazione della guerra.
L.G.: – “Guerra totale” significa che non importa come vadano le cose dal punto di vista militare. L’Argentina non rinuncia ai propri diritti sulle Malvinas, sulle Georgias del Sud e sulle Sandwich. Significa che l’Argentina non accetterà ma di tornare alla situazione in cui si trovava il 1° aprile. Guerra totale significa che non ci sarà pace finché non avremo ottenuto ciò che vogliamo. E non voglio un’internazionalizzazione della guerra, ma tale internazionalizzazione non dipende da me. Dipende dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti.

O.F.: -A costo di coinvolgere le potenze nucleari, a costo di ripetere ciò che sta accadendo in Medio Oriente?
L.G.: -Sono preoccupato quanto lei, signora giornalista. Più di lei, perché le mie responsabilità non si limitano al popolo argentino: esistono anche nei confronti di altri paesi. Ad essere sincero, quando ho deciso di recuperare le Malvinas non mi aspettavo di provocare un evento di importanza mondiale, ora vedo che invece lo ha avuto e sono preoccupato. Ma questa preoccupazione dovrebbe essere condivisa anche dalla signora Thatcher, dal signor Reagan e dal signor Haig. Dovrebbe dire queste cose anche a loro.

O.F.: -Ma è stato lei a cominciare, signor presidente. Lei ha attaccato per primo. Per l’amor di Dio, signor presidente. In tutto il mondo ci sono controversie territoriali. Cosa succederebbe se risolvessero le loro dispute come ha fatto lei? Siamo nell’era atomica, se lo ricorda?
L.G.: -Sì, ma spetta alle potenze nucleari essere più aperte e adeguarsi al desiderio di libertà che la gente vuole oggi. Le cose sono cambiate dalla seconda guerra mondiale: gli imperi sono caduti e la mentalità della gente è maturata. In altre parole, si è scoperta la libertà. Ma ci sono ancora tracce, residui di colonialismo. Tutto ciò è inammissibile in un’era civilizzata e contro cui dobbiamo ribellarci.

O.F.: – Sì, ma come si fa a instaurare la democrazia dopo che migliaia e migliaia di oppositori sono stati massacrati, cioè dopo che il Paese è stato privato di tante giovani vite, di tante menti fresche? E se davvero le piace la democrazia, perché continua a dire che le urne elettorali sono ben custodite?
L.G.: – Perché lo sono, conservate al sicuro per essere riutilizzate. Se non avessi voluto riutilizzarle, le avrei bruciate, no? Ma mi lasci rispondere alla domanda sulle giovani vite e sulle menti fresche. Loro non rappresentavano l’opposizione. Non volevano partecipare a nessuna opposizione. Ma dimentichiamo il passato, signora giornalista. Occupiamoci piuttosto del futuro.

O.F.: –Beh…il futuro mi sembra piuttosto oscuro per lei, signor presidente. Molti sostengono che a causa di questa guerra lei non rimarrà presidente ancora a lungo, che i suoi giorni sono contati.
L.G.: –Guardi, senza dubbio questo conflitto avrà anche conseguenze interne. Si potrebbe dire che, a causa delle Malvinas, l’Argentina è maturata all’improvviso. Molte cose cambieranno quando torneranno a casa gli uomini che ora sono in guerra, perché loro in particolare saranno ancora più disposti degli altri a una vita politica che includa la dissidenza. Per quanto mi riguarda…sono stato nominato presidente fino alla fine di marzo 1984. Se rimarrò fino a quella data, non lo so. Ma credo di sì.

O.F.: -Anche se la guerra finisse con una sconfitta?
L.G.: -Le ho detto che non prevedo una sconfitta e che, in ogni caso, una sconfitta militare non cambierebbe nulla. Le Malvinas non sono un obiettivo personale mio, né un obiettivo di questo governo o di questo regime. Sono un obiettivo nazionale su cui tutti gli argentini sono d’accordo. Quindi, qualunque cosa accada sul piano militare, qualunque sia il regime che governerà il paese in futuro, stia certa che gli argentini continueranno a lottare per le Malvinas. Non cederanno mai.

O.F.: –Voi non cedete, gli inglesi non cedono ed entrambi siete intrappolati in un vicolo cieco. Tuttavia, dovrete arrivare a un compromesso. Per fare un esempio: cosa c’è di male nell’accettare una bandiera dell’ONU su quelle isole?
L.G.: –Non mi stancherò mai di ripetere che preferisco una soluzione negoziata, che siamo disposti a una soluzione negoziata, che siamo disposti a un cessate il fuoco, che questo spreco di vite umane da entrambe le parti deve finire, che tutto questo deve essere raggiunto attraverso le Nazioni Unite. Tante controversie sono state risolte con negoziati all’ONU, perché non può risolvere anche questa? Sì, la bandiera dell’ONU mi andrebbe molto bene, fino a quando ci saranno negoziati. Ma in futuro dovrà vedere la bandiera argentina sulle Malvinas. E la vedrà.

O.F.: -Quanto è lontana questa possibilità, questo futuro con la bandiera argentina?
L.G.: -È di questo che stiamo parlando, signora giornalista.

O.F.: -È disposto ad aspettare anni?
L.G.: -Sì, ma non altri 149 anni.

O.F.: -Quanti allora?
L.G.: -Possiamo parlarne, signora giornalista. Possiamo parlarne. Non ho nulla in contrario a parlarne. Vede, sto parlando con lei da più di due ore e devo andare.

“È mai stato in guerra?”

O.F.: -Allora la lascio, tornando alla domanda che le ho posto all’inizio: perché, in nome di Dio, perché ha iniziato questo casino? Perché non ha aspettato come ora dice di poter fare? Il punto è… signor presidente, lei è un generale, vero? Lei è un soldato. Indossa l’uniforme, giusto? É mai stato in guerra? 
L.G.: –Beh, un altro tipo di guerra.

O.F.: –No, no. Intendo una guerra, una vera guerra. Quella in cui si spara e si muore in combattimento.
L.G.: –No, non ci sono mai stato. Non in una guerra convenzionale.

O.F.: –Io invece sì. Sono stato in tre guerre, compresa quella del Vietnam, come corrispondente di guerra. Quindi so cos’è la guerra. So quello che lei non sa. Il problema è che nelle guerre non combattono mai quelli che le dichiarano. Non le vedono nemmeno.
L.G.: – È vero, ma non dovrebbe dirlo solo a me.

Desaparecidos e democrazia

O.F.: – Parole sante, signor presidente, ma suona un po’ strane sentirle pronunciare dal rappresentante di un regime che non si è mai preoccupato della libertà. La sua è una dittatura, signor presidente, non dimentichiamolo.
L.G.: – Non la definirei una dittatura. Qui la gente parla più che in un regime democratico. Il sistema non è democratico, sono d’accordo. Ma non è nemmeno così duro come in altri paesi che si definiscono democratici.

O.F.: –Poche settimane fa sono stati rapiti, qui a Buenos Aires, quasi davanti al Ministero degli Affari Esteri, tre giornalisti stranieri e dopo averli terrorizzati, maltrattati e derubati, sono stati abbandonati nudi alla periferia della città. Come lei e tutti sanno, miracolosamente sono tornati vivi. Ma poche persone rimangono vive dopo questi rapimenti e…
L.G.: –E queste cose offendono l’Argentina. È per questo che il presidente Galtieri riceve i tre giornalisti all’una di notte. È per questo che chiede scusa a nome del popolo e della nazione.

O.F.: –Se la pensa così, perché ha nominato uno di quegli assassini comandante della guarnigione delle Georgias? Mi riferisco, per fare un esempio, al famigerato capitano Astiz.
L.G.:– Il capitano Astiz appartiene alla Marina. A causa del suo grado e di tale responsabilità, si trovava in quella postazione avanzata nelle Georgias quando abbiamo recuperato le isole. Le accuse contro di lui devono essere provate, signora giornalista.

O.F.: –Ci sono prove in abbondanza, signor presidente. Se non ci fossero, la Svezia e la Francia non avrebbero chiesto agli inglesi di trattenerlo come criminale. La Svezia, per la ragazza svedese di sedici anni che è stata arrestata per errore e poi torturata a morte; la Francia per due suore francesi che sono state rapite, torturate, mutilate e poi gettate in mare da un elicottero. E per questo il capitano Astiz le chiamava “le suore volanti”.
L.G.: – Signora giornalista, vuole unirsi al coro di accuse diffuse all’ estero da interessi internazionali prima che il caso del capitano Astiz sia chiarito?

O.F.: –Certo che voglio, signor presidente. Ma queste accuse non provengono dall’estero. Provengono da qui, dall’Argentina, dove la piaga dei desaparecidos è una vergogna nazionale che dura da anni.
L.G.: – In tutte le guerre ci sono persone scomparse, signora giornalista. Riesce a immaginare quante persone sono scomparse in questo conflitto? Pensi alle persone scomparse durante la Seconda Guerra Mondiale, ai tempi di Mussolini. Quello che è successo qui durante il buio decennio degli anni ’70 è stata una guerra e temo che lei ignori i dettagli di quella guerra.

O.F.: –Signor presidente, non si rende conto che se l’Europa e l’Occidente le negano il loro sostegno è anche per l’indignazione che questi fatti hanno provocato in noi?
L.G.: –Bella domanda, signora giornalista. Ottima argomentazione. Sono d’ accordo.

O.F.: –Allora perché mi risponde in questo modo? Mi dica: non le piacerebbe appartenere a un Paese più rispettato, dove esiste la democrazia e le persone possono pensare e parlare liberamente, senza essere uccise da qualche capitano Astiz?
L.G.: –La democrazia è la massima aspirazione del presidente Galtieri, della sua famiglia e, credo, della maggior parte degli argentini. Infatti, la vita democratica sarà presto ripristinata in Argentina: la legge sui partiti politici è già stata promulgata dal prossimo governo ed entrerà in vigore alla fine del prossimo mese. Sarà il primo passo verso la democrazia e, a quel punto, le Forze Armate non dovranno più esercitare il ruolo che esercitano oggi. Almeno così spero. Questo è un Paese complesso, sa. Bisogna cercare di capire perché accadono certe cose e perché i militari hanno sempre dovuto prendere le redini della situazione in mano. Problemi che includono una brusca immigrazione all’inizio del secolo, le realtà sociali emerse dalla recessione mondiale del 1930, lo sviluppo troppo rapido dell’industrializzazione che non è mai stato ben assorbito…


Note

[1] Cfr. A. Cisneros, C. Escudé, Historia general de las relaciones exteriores de la República Argentina, Tomo XIV, Buenos Aires,  Consejo Argentino para las Relaciones Internacionales (CARI), 1998.
[2] Intesa come la prosecuzione geologica sommersa del territorio argentino nell’Atlantico meridionale.
[3] Alexander Haig, segretario di Stato statunitense, fu il principale animatore della shuttle diplomacy tra Londra, Washingtone Buenos Aires. Tentò di ottenere il ritiro delle truppe argentine in cambio di soluzioni negoziali, abbandonando l’incarico alla fine dell’aprile del 1982, quando gli Stati Uniti imposero sanzioni a Buenos Aires e offrirono supporto logistico a Londra smarcandosi dalla postura più ambigua assunta rispetto al conflitto (L. Freedman, The Official History of the Falklands Campaign, London, Routledge, 2005).


Foto copertina: Intervista di Fallaci a Galtieri