Barnier, un negoziatore a Matignon


Dopo undici settimane di stallo, la Francia ha un nuovo Primo Ministro: Michel Barnier, ex capo negoziatore per la Brexit, già commissario europeo e ministro, con una coalizione che strizza l’occhio nemmeno troppo velatamente alla destra. Una soluzione che non può essere considerata la favorita dal Presidente, ma resasi necessaria in una fase di crisi politica. Fuori dal governo i probabili futuri candidati alle presidenziali.


Annunciando la sera del 9 giugno scorso, dopo la cocente sconfitta alle europee, la convocazione delle legislative per il 30 giugno e il 7 luglio, Macron sperava in un momento chiarificatore nella politica francese. Le aspirazioni del Presidente si sono scontrate con la realtà del voto che, se da un lato, ha chiuso per il momento le porte del potere al Rassemblement National (RN), allo stesso tempo ha consegnato al Capo dello Stato un’Assemblea Nazionale tripolare e una delle crisi politiche più complesse nella storia della V Repubblica. La maggioranza presidenziale è riuscita a reggere abbastanza bene alla prova del voto solo grazie agli accordi di desistenza in funzione anti RN, che sono stati messi in piedi un po’ ovunque in Francia. Ensemble (ENS), infatti, è riuscita a raccogliere il 24% circa dei voti e 171 deputati (nel 2022 aveva raggiunto il 37% e 237 seggi). A sinistra la coalizione del Nouveau Front Populaire (NFP) che ha riunito il Partito Socialista (PS), il Partito Comunista (PCF), La France Insumise (LFI) nonché gli ecologisti (LE) è riuscita con 188 seggi e il 26% dei suffragi a diventare la prima forza all’Assemblea Nazionale. Dall’altro lato dell’emiciclo, il RN ha sostanzialmente concluso il suo percorso di normalizzazione iniziato da Marine le Pen e perfezionato da Bardella, giovane ed efficace presidente del partito, che è riuscito a portare il RN ad uno storico 37% che, tuttavia, ha permesso di totalizzare “solamente” 142 seggi. Al quarto posto Les Républicains (LR), partito gollista di centrodestra che ha raccolto il 6% e 48 deputati.

Dalla chiusura delle urne si è aperta una delle crisi politiche più lunghe e complesse nella storia della V Repubblica, conclusasi con la nomina all’inizio di settembre dell’ex commissario europeo, capo negoziatore per la Brexit, Michel Barnier.

Il processo di polarizzazione della vita e del confronto politico che si è registrato ovunque nelle democrazie liberali, ha colpito inevitabilmente anche la Francia. È indubbio che la complessità della crisi del 2024 sia stata favorita anche da un processo di irrigidimento, polarizzazione e “isterizzazione” del dibattito pubblico. Il sistema francese è sottoposto ad una sua metamorfosi ormai da diversi anni e gli equilibri cui si era abituati fino a oggi stanno progressivamente venendo meno, richiedendo una riflessione da parte della classe politica anche sull’intero impianto costituzionale, non più in grado di adeguarsi efficacemente alle sollecitazioni provenienti dalla società.

A inizio luglio Macron ha affidato ad una lettera aperta la sua personale valutazione della situazione di stallo che si è registrata dopo le legislative e che può essere riassunta in due concetti principali: “personne ne l’a emporté” e “larghe intese” [1]. Affermare che nessuno abbia vinto le legislative è corretto se si considera che, come si è visto, la sostanziale tripartizione dell’Assemblea Nazionale non permette a nessuno di varare autonomamente un governo. Macron, però, spinge il suo ragionamento su un piano diverso, valutando cioè nel complesso il processo elettorale: al primo turno, l’exploit del RN ha portato gli altri partiti a costruire una “diga” contro la formazione di destra bloccandola alle soglie del potere. I francesi avrebbero chiaramente rifiutato, secondo Macron, l’estremismo (sia di destra che di sinistra) andando a votare in blocco in favore di quel front républicain che rappresenterebbe il vero vincitore delle legislative. Di conseguenza, il Presidente riteneva che la sola soluzione praticabile fosse un accordo il più largo possibile che escludesse quelle ali estreme che non si identificherebbero nello spirito repubblicano. L’azione del Presidente quindi è stata volta a cercare un accordo che garantisse il varo di un esecutivo cercando di attrarre a sé in particolare quelle forze moderate di sinistra, scontrandosi però con un intransigente rifiuto. Non va dimenticato che la Francia è andata al voto dopo un lungo periodo di asprissima conflittualità sociale che, da ultimo, si è registrata lo scorso anno in concomitanza con l’approvazione della controversa riforma delle pensioni, riuscita al Presidente solo grazie al ricorso all’articolo 49,3 della Costituzione[2] che ha tagliato la discussione parlamentare. Nonostante i tentativi di Macron di blandire le sinistre anche proponendo nomi noti dell’ambiente socialista (Cazneuve ad esempio), l’esercizio è andato a vuoto per due ragioni principali: da un lato l’insistenza delle forze di sinistra a voler rivedere (o cancellare) i capisaldi dell’azione economica della presidenza Macron; dall’altro la scelta di legarsi indissolubilmente ad un’alleanza elettorale considerata, probabilmente, come irrinunciabile nella prospettiva di una nuova chiamata alle urne nel 2025, pur sorvolando scientemente su alcune enormi contraddizioni che caratterizzano il NFP.

È stato forse proprio il calcolo elettorale a far rifiutare ogni tipo di accomodamento ad esempio al PS, uno dei due pilastri sui quali si è retta la V Repubblica sin dalla sua nascita, che dopo la presidenza di François Hollande ha vissuto uno dei momenti più complicati della sua storia, con risultati elettorali che ne presagivano la scomparsa. Durante le legislative del 2024 il PS è riuscito a recuperare parte del terreno perduto, riuscendo ad ottenere l’8%, valore ragguardevole se si considera che durante le legislative del 2022 si era fermato al 3%, e alle presidenziali di quell’anno di poco sopra l’1%. Difficile immaginare un PS in timido recupero elettorale alleato di un “macronismo” che, sebbene sia dato ormai per spacciato (forse in maniera un po’ troppo celere), è considerato nemico giurato delle sinistre.

La coalizione, nata all’incirca 48 ore dopo l’annuncio delle elezioni da parte di Emmanuel Macron, riuniva in sé, si è detto, la quasi totalità dei partiti di sinistra dalle ali più estreme a quelli più moderate, e non senza contraddizioni tesseva un filo ideale con l’esperienza del Front Populaire di Leon Blum del 1936. Sebbene vincere le elezioni possa essere un esercizio non particolarmente difficile se si è in grado di comprendere e interpretare i movimenti dell’elettorato, arrivare a governare efficacemente è tutto fuorché lineare. Forte delle proprie truppe parlamentari, all’indomani della fine delle operazioni di voto, il NFP ha rivendicato per sé la guida del governo, ma la contemporanea presenza di forze così differenti in un unico soggetto politico, ha reso virtualmente impossibile o comunque molto complesso il lavoro di negoziazione non solo sul “cosa” fare ma anche sul “chi” indicare come Primo Ministro. Il dialogo è stato a tratti anche aspro, e solo dopo diversi giorni di confronto si è individuata come candidata a Matignon la figura di Lucie Castets, quasi sconosciuta funzionaria del Comune di Parigi ed economista. Un’ipotesi scartata dal Presidente della Repubblica che riteneva da un lato, la Castets non in grado di reggere ad una possibile mozione di censura e, dall’altro, era convinto di essere in grado di inserirsi nelle contraddizioni della coalizione e spaccarla.
Lungi dal creare una frattura nel NFP, il rifiuto di Macron è riuscito a cementare una coalizione che sembrava destinata ad un rapido scioglimento e ha portato le frange più radicali dell’alleanza persino a paventare una messa in stato di accusa del Capo dello Stato.
La così detta “Tregua Olimpica” invocata da Macron per il periodo di svolgimento dei Giochi di Parigi, avrebbe dovuto garantire un periodo di decompressione che permettesse alle passioni politiche estive di raffreddarsi. Ne è risultato un ulteriore avvitamento sulle reciproche intransigenze che è stato risolto, infine, da Macron con quell’Operazione Barnier che, secondo alcuni, rappresenterebbe uno strappo del sistema democratico francese e una violazione dei principi costituzionali. Non va dimenticato però che, sebbene legittime, le critiche frutto delle simpatie o antipatie politiche non possono non tenere conto del dettato costituzionale; in Francia, sebbene il Presidente debba tenere in considerazione gli equilibri all’interno dell’Assemblea Nazionale, egli ha un’ampia discrezionalità per quanto riguarda la nomina del Primo Ministro.

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Al netto di quelle che sono le valutazioni personali rispetto le scelte operate dal Capo dello Stato francese, la nascita del governo Barnier, il 45° della V Repubblica, apre degli scenari in parte inediti e sicuramente interessanti. Barnier arriva al Matignon a 73 anni, l’età più alta in assoluto di un Primo Ministro, e porta con sé un curriculum ragguardevole. L’ultimo ruolo ricoperto è stato quello di capo negoziatore per la Brexit ma precedentemente è stato ministro e commissario europeo. In una situazione politica e parlamentare ingarbugliata e che non permette di creare una maggioranza autosufficiente, l’esponente repubblicano rappresenta per Macron una garanzia di stabilità e di continuità nella discontinuità. Le sfide del nuovo esecutivo dal punto di vista economico sono enormi e non sarà facile riuscire a trovare una maggioranza in Parlamento che permetta al governo una navigazione senza scossoni. Il clima non sembra comunque tra i più distesi, al contrario, nelle ultime settimane le uscite pubbliche di alcuni ministri in pectore hanno fatto molto discutere e storcere il naso ad alcuni esponenti del partito del Presidente, tanto da portare Gabriel Attal, Primo Ministro uscente, a porre sul terreno alcune linee rosse. Per quanto concerne la composizione, sono stati nominati in totale 39 membri tra ministri e segretari di stato divisi in maniera paritaria tra uomini e donne, e dal punto di vista anagrafico ha un’età media superiore a quello precedente di Attal.
Per capire come si muoverà il nuovo esecutivo va considerato il discorso sulle linee politiche generali che Barnier ha tenuto all’Assemblea Nazionale nel pomeriggio del 1° ottobre 2024. Cinque i cantieri prioritari e le linee di azione del nuovo esecutivo con uno sguardo attento alla necessità di ridurre debito e deficit definiti da Barnier «vera spada di Damocle» sulla testa dei francesi. Il deficit verrà posto sotto controllo però solo nel 2029 e sono già stati annunciati tagli alle spese e aumenti di imposte soprattutto per i più fortunati e si ipotizza anche sugli extraprofitti. Ricetta economica che in parte cerca di strizzare l’occhio in direzione della sinistra ma che tuttavia crea dei dubbi; uno degli obiettivi del governo, infatti, è quello di difendere e migliorare il tenore di vita dei francesi, garantendo, tra l’altro, l’accesso ai servizi pubblici essenziali. Obiettivi ambiziosi ma che difficilmente potranno essere ottenuti in un clima di tagli alle spese.

È verso la parte destra dell’emiciclo, però, che sembrano realizzarsi le convergenze più importanti, in particolare su immigrazione e sicurezza. In materia di regolamentazione dell’immigrazione, Barnier ha effettivamente indicato una strada di maggiore irrigidimento della normativa, pur distanziandosi in maniera sostanziale anche dalle uscite pubbliche del neoministro dell’interno Bruno Retailleau, che nei giorni scorsi si era spinto fino ad affermare che «lo stato di diritto non è intangibile né sacro»[3] provocando la reazione di Gabriel Attal. Sicuramente si andrà verso una nuova legge sull’immigrazione, chiesta anche dalla leader del RN entro il primo trimestre del 2025, che ricalchi l’irrigidimento della precedente legge licenziata dal governo Borne e poi sanzionata dal tribunale costituzionale. Le posizioni di Retailleau in materia di immigrazione sono vicine a quelle di Le Pen e alla destra più intransigente e possiamo supporre che il restringimento delle maglie dell’immigrazione troverà degli ascoltatori attenti a destra. Il dubbio però sarà come deciderà di comportarsi il partito di Macron.

Per il momento la destra nazionalista rimane a guardare, consapevole di avere nelle proprie mani un potere non indifferente. La decisione del RN di non votare la mozione di censura con le altre opposizioni ha permesso al governo di muovere i suoi primi passi, ed è evidente che Le Pen utilizzerà il fragile equilibrio su cui si basa il nuovo governo per ottenere quanto più possibile politiche congeniali alla sua visione della Francia. In tutto questo se è vero che la spada del debito pubblico oscilla pericolosamente sulla testa della Francia, è altrettanto vero che l’estrema destra ha compiuto un passo in più in direzione dell’Eliseo. A questo punto pare una realtà più che una fantasia l’idea di vedere Le Pen alla Presidenza della Repubblica e Bardella al Matignon da qui al 2027, soprattutto se l’apertura di Barnier a proposito della riforma della legge elettorale si concretizzerà con un correttivo in senso proporzionale, che renderà inutile qualsiasi barrage républicain che già adesso fatica a tenersi in piedi.

È davvero la fine del “Macronismo”?

In politica bisogna sempre evitare di dare giudizi definitivi che possono essere ben presto smentiti dal naturale svolgersi degli eventi. È per questo che quando gli osservatori danno per certa la fine definitiva dell’esperienza del “macronismo” quale tendenza politica è necessario avere alcune cautele. Macron si è candidato ed ha vinto le elezioni presidenziali per la prima volta nel 2017, ponendosi alla testa di un movimento che aveva l’ambizione di rinnovare la politica, anche superando la tradizionale divisione destra – sinistra. Ormai sette anni fa, la piattaforma proposta da Macron aveva sicuramente creato aspettative e anche entusiasmi che sono andati progressivamente raffreddandosi negli anni di presidenza. In quella prima tornata elettorale, in molti si erano posti il dubbio di quale fosse effettivamente il posizionamento di Macron sull’asse progressismo – conservatorismo. Ad oggi, possiamo affermare che il Presidente si è progressivamente mosso da una certa politica di sinistra ad una maggiormente conservatrice e, per molti, l’evidenza di questa virata a destra sarebbe il nuovo governo Barnier. Possiamo comunque affermare che il movimento lanciato da Macron sette anni fa non gode di buona salute e rischia di diventare irrilevante nel quadro politico francese. Il rilancio pare ricadere sul “Delfino”, Gabriel Attal che però si trova di fronte un compito non semplice, sia a causa della presenza ingombrante di un Emmanuel Macron ancora Presidente della Repubblica e punto di caduta finale di ogni decisione politica, sia dall’alleanza di governo con la destra che rischia di alienare ulteriormente parte dell’elettorato più progressista che finora guardava a ENS. È però certo che la decisione di tenere il giovane Attal al di fuori della compagine di governo possa lasciare dei margini di manovra all’ex Primo Ministro che vivrà in questo modo solo in parte il logoramento tipico delle decisioni e responsabilità di governo. Un eccessivo appiattimento e pedissequa accettazione delle decisioni del governo rischia di compromettere quello che può essere definito “il salvataggio” del Macronismo. Il compito di Attal è fondamentalmente quello di trasformare un movimento, un partito personale, costruito attorno alla figura di Macron, in una piattaforma in grado di competere e che possa avere una prospettiva di sopravvivenza.

Al di là delle ipotesi sul futuro del movimento del Presidente, la crisi politica francese dovrebbe darci elementi di riflessione quando, in Italia, si parla di riforme costituzionali. Moltissimi sono stati gli esponenti politici di primo piano che nel nostro Paese hanno espresso ammirazione per il modello francese per la sua capacità di dare stabilità e, di conseguenza, il desiderio di trasporlo in Italia. Quello che abbiamo vissuto negli ultimi due mesi e mezzo in Francia dovrebbe ricordarci che per quanto ben elaborati, gli artifici costituzionali da soli non sono sufficienti a garantire la stabilità del sistema. Senza un sistema politico in grado di trovare delle mediazioni, che non lavori al solo fine di screditare l’avversario, di procedere nell’alveo del sistema istituzionale pur all’interno di una dialettica politica magari aspra, ogni tentativo di riforma rischia di creare situazioni di instabilità ben peggiori rispetto alle precedenti.


Note

[1] E. Macron « Lettre du Président Emmanuel Macron aux Français. », 10 juillet 2024, https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2024/07/10/lettre-du-president-emmanuel-macron-aux-francais Barnier
[2] L’articolo 49, 3 della Costituzione francese prevede la possibilità del Governo di assumersi la responsabilità politica di un progetto di legge, quello che nel nostro ordinamento potrebbe essere associato alla questione di fiducia.
[3] G. Lejeune, « Bruno Retailleau au JDD : « Il faut renverser la table en mémoire de Philippine », Le Journal du Dimanche, https://www.lejdd.fr/ Barnier


Foto copertina: Barnier