La scelta di nuovi dazi, fino al 50%, di Donald Trump verso il Brasile ha aperto un nuovo capitolo di tensioni commerciali e geopolitiche.
I prodotti esentati però risultano 694, dimostrando non solo la natura politica, e non economica di tale misura, ma anche il livello di dipendenza dell’economia statunitense da quella brasiliana.
A cura di Jacopo Belli
Trent’anni di relazioni economiche, tra interdipendenza e ridefinizioni geopolitiche.
Negli ultimi trent’anni, le relazioni economiche tra Stati Uniti e Brasile hanno alternato fasi di intensa cooperazione a momenti di frizione, seguendo i cicli politici interni e l’evoluzione dell’ordine globale. Il volume degli scambi di beni e servizi è cresciuto con costanza, sostenuto da investimenti statunitensi in settori ad alta intensità di capitale e da esportazioni brasiliane di commodities e manifattura medio-leggera.
Le priorità diplomatiche hanno spesso frenato una piena convergenza strategica. Una chiave interpretativa resta l’asimmetria strutturale: Washington vede in Brasilia un partner regionale di peso e, di volta in volta, uno swing state su dossier globali. Il Brasile, da parte sua, massimizza margini di autonomia, evitando allineamenti rigidi. La letteratura storica e di relazioni internazionali colloca questa dinamica in una lunga strada di aspettative disattese, ma anche di riadattamenti ricorrenti ai cambi di fase della globalizzazione.[1]
Sul piano commerciale, il baricentro delle esportazioni brasiliane si è progressivamente spostato nel tempo: se negli anni Novanta gli Stati Uniti rappresentavano il principale mercato di sbocco, a partire dai primi anni Duemila si è assistito a una rapida ascesa della Cina, culminata nel sorpasso come primo partner commerciale del Brasile già alla fine del decennio. Questo cambiamento è stato accelerato dall’ingresso di Pechino nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001, che ha permesso un’espansione senza precedenti delle catene globali del valore. L’impatto sul Brasile è stato duplice: da un lato ha ridotto il peso relativo di Washington nella domanda estera brasiliana, dall’altro ha favorito una ristrutturazione del profilo export, con un ridimensionamento delle componenti manifatturiere a favore di un mix più orientato verso materie prime agricole (soia, caffè, zucchero), prodotti minerari (ferro, rame) e beni intermedi. Questa transizione ha avuto effetti sistemici, non solo in termini di flussi commerciali, ma anche di politiche pubbliche: il Brasile ha dovuto adattare le proprie infrastrutture logistiche e portuali a un incremento esponenziale della domanda asiatica, ridisegnando così la propria integrazione nelle catene globali del valore.[2]
Una costante del rapporto USA-Brasile è stata la dialettica sul commercio agricolo. Il caso-pilota è la disputa WTO sul cotone (DS267), con cui Brasilia contestò i sussidi statunitensi ottenendo in ultima istanza il diritto a contromisure e un accordo ponte finanziario. La vicenda è diventata un case study sui limiti del regime multilaterale quando si confrontano potenze asimmetriche e settori politicamente sensibili, e continua a informare le scelte brasiliane in materia di “reciprocità” e difesa commerciale.[3]
A livello geopolitico, la postura estera del Brasile si è progressivamente inserita in una traiettoria verso un ordine più multipolare, in cui la centralità degli Stati Uniti non è più data per scontata. L’adesione ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e l’attivismo crescente al loro interno hanno offerto a Brasilia una piattaforma alternativa di coordinamento politico ed economico, utile ad aumentare il potere negoziale rispetto ai partner tradizionali. L’azione nei BRICS si è concretizzata su più fronti: proposte di riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, promozione di un sistema di pagamenti in valute locali per ridurre la dipendenza dal dollaro e rafforzamento delle catene di valore Sud-Sud.[4]
L’espansione del gruppo e la sua crescente istituzionalizzazione incidono direttamente sulle scelte di politica economica del Brasile, costringendolo a bilanciare tra i vantaggi di una maggiore autonomia dai centri di potere tradizionali e i rischi di eccessiva esposizione verso nuovi partner come Cina e Russia.[5]
Questo attivismo ha implicazioni rilevanti anche nei rapporti con Washington: se da un lato amplia il ventaglio di opzioni negoziali di Brasilia, dall’altro alimenta le tensioni con gli Stati Uniti, che percepiscono i BRICS come una sfida diretta all’ordine economico internazionale guidato dall’Occidente.[6]
A complicare ulteriormente il quadro vi è la relazione tra il presidente Lula e Donald Trump, tornato alla Casa Bianca nel 2025. Lula ha spesso adottato un approccio critico nei confronti delle politiche unilaterali e protezioniste statunitensi, ribadendo la necessità di un ordine multilaterale più equo e inclusivo.[7]
Trump, dal canto suo, ha interpretato le scelte del Brasile come segni di allontanamento dall’orbita americana, utilizzando la leva tariffaria come strumento di pressione politica oltre che economica.[8] Le tensioni personali tra i due leader hanno così contribuito a irrigidire i canali diplomatici: da un lato Lula insiste sulla sovranità del Brasile e sul suo diritto a diversificare i rapporti internazionali, dall’altro Trump appare disposto a trasformare la competizione commerciale in un banco di prova della sua visione di “America First”, accentuando la contrapposizione tra un Brasile multipolare e una Washington sempre più aggressiva sul fronte protezionista.[9]
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Il “tarifaço” del 2025: cosa cambia davvero
Il 6 agosto 2025 sono entrati in vigore negli Stati Uniti dazi complessivi al 50% sulle importazioni dal Brasile, innalzati tramite ordine esecutivo che ha invocato una “emergenza nazionale”. La portata effettiva del tarifaço si rivela meno uniforme di quanto suggerisca l’aliquota del 50%. Secondo la lista ufficiale pubblicata dalla Casa Bianca e ripresa dai media brasiliani, 694 beni di origine brasiliana sono stati esentati dal provvedimento, in particolare aeromobili civili, componentistica per l’aviazione, prodotti energetici, minerari e parte dell’agroindustria trasformata.[10] Le esclusioni rispondono a ragioni strategiche: da un lato, evitare ripercussioni su settori industriali statunitensi che dipendono dalle importazioni brasiliane; dall’altro, limitare i contraccolpi sul mercato interno per beni di largo consumo. Nella lista figurano anche prodotti agricoli di nicchia, chimici e semilavorati industriali, la cui tassazione avrebbe avuto effetti negativi sulle catene di fornitura statunitensi. In questo senso, l’efficacia del dazio come misura di pressione è parziale: se da un lato colpisce duramente filiere chiave come carne e caffè, dall’altro lascia intatte ampie aree di interscambio, riducendo così l’impatto complessivo e accentuando la natura più simbolica e politica che strettamente economica della misura.[11] Il governo brasiliano ha avviato contestualmente un percorso WTO (richiesta di consultazioni) e uno screening interno ai sensi della Legge di Reciprocità per possibili contromisure.[12]
Gli effetti sui prezzi statunitensi, per l’esperienza tariffaria recente, tendono a ricadere in misura significativa su importatori e consumatori USA. Evidenze su dati 2018–2020 mostrano un pass-through dei dazi vicino all’unità su molte categorie e cambiamenti nelle reti di fornitura, con costi di benessere non trascurabili anche in presenza di esenzioni selettive. Questo corpus di studi offre una lente utile per valutare l’urto del 50% verso il Brasile, specie su beni intermedi e beni finali dove le alternative di approvvigionamento sono meno elastiche nel breve periodo.[13]
Dal lato brasiliano, i segnali iniziali indicano una riallocazione rapida di flussi, con esportazioni di carne bovina e derivati che stanno riposizionandosi verso mercati alternativi come il Messico, mentre il canale USA rallenta; parallelamente, alcuni input (come il sebo bovino) potrebbero trovare più domanda domestica, ad esempio in biocarburanti, se l’accesso al mercato statunitense diventa antieconomico.[14] Le dinamiche di trade diversion osservate in altre guerre tariffarie suggeriscono che parte dei volumi si ricompone, ma a prezzi e margini diversi. In un’economia come quella brasiliana, dove l’ecosistema delle PMI ha già barriere strutturali all’internazionalizzazione, il rischio è un effetto soglia che riduce la base esportatrice nel breve periodo.[15]
Strategie di risposta: tra gestione dell’emergenza, multilateralismo e nuovi assetti regionali
Il governo brasiliano ha reagito su tre fronti: sostegno interno, contenzioso multilaterale e diplomazia economica. Sul fronte domestico, il piano Brasil Soberano prevede una linea di credito da 30 miliardi di reais (circa 5,5 miliardi di dollari) e acquisti pubblici selettivi di prodotti colpiti, per stabilizzare redditi e scorte; in parallelo sono partite le consultazioni al WTO e l’istruttoria sulla Legge di Reciprocità, mentre il presidente Lula ha ribadito la preferenza per il negoziato e l’assenza di fretta nella ritorsione speculare. Questo mix segnala l’obiettivo di “comprare tempo” e di accumulare leva negoziale, nei confronti degli Stati Uniti, senza chiudere porte.[16]
Sul piano geopolitico, l’inasprimento tariffario accelera una tendenza già in corso: il Brasile diversifica legami e piattaforme, facendo perno su BRICS e su una rete di intese con grandi economie extra-occidentali. Ciò non implica sganciamento dagli Stati Uniti, ma un riequilibrio di rischi e dipendenze. La ricerca recente sui BRICS suggerisce che la loro espansione e la maggiore coesione istituzionale ampliano gli spazi per politiche commerciali di hedging, con effetti tangibili sulle scelte di posizionamento di Brasilia.[17]
Infine, il livello regionale e inter-regionale diventa più importante. La ricalibratura del Mercosur (taglio del CET, aperture selettive) e l’intensificazione dei rapporti con Messico e altri partner latinoamericani offrono valvole di sfogo a shock bilaterali con gli USA. La letteratura sulla governance commerciale del Mercosur mostra come gli aggiustamenti tariffari comuni e gli accordi “ponte” possano mitigare gli effetti dirompenti di guerre tariffarie extra-regionali, pur entro vincoli politici interni non banali. Sul terreno, lo spostamento di quote di export brasiliano verso il Messico nel comparto carni suggerisce che le catene del valore latinoamericane stiano già riassorbendo parte dell’urto.[18]
Note
[1] Hirst, M. (2005). The United States and Brazil: A Long Road of Unmet Expectations. Routledge/Taylor & Francis; Oxford Research Encyclopedia of American History (2019). “Brazil–US Relations.” Oxford University Press.
[2] Whalley, J. & Medianu, D. (2010). “The Deepening China–Brazil Economic Relationship.” CESifo Working Paper No. 3289.
[3] Congressional Research Service (2025). Brazil: Background and U.S. Relations.; Schnepf, R. (2011). Brazil’s WTO Case Against the U.S. Cotton Program. Congressional Research Service
[4] Esteves, P. (2025) ‘Be careful what you wish for: Brazil and BRICS in three acts’, Third World Quarterly. Taylor & Francis.; Zein, S.A.E. (2025) ‘Understanding De-dollarization Among BRICS Nations’, Revista de Administração Contemporânea (RAC)
[5] Pecequilo, C.S. (2021) ‘Brazilian foreign policy: from the combined to the unbalanced axis (2003/2021)’, Revista Brasileira de Política Internacional, 64(1), e011. DOI: 10.1590/0034-7329202100111.
[6] Clingendael Institute (2025) The BRICS and the Emerging Order of Multipolarity. Clingendael Report.
[7] Reuters (2025) ‘Brazil’s Lula in “no rush” to retaliate against US tariffs’, 29 agosto 2025.
[8] Reuters (2025) ‘Brazil might challenge tariffs in US courts, finance minister says’, 27 agosto 2025
[9] Rádio Senado (2025). “Início do tarifaço dos EUA sobre produtos brasileiros repercute entre senadores.”
[10] he White House (2025) Addressing threats to the United States posed by unfair foreign trade practices – Presidential Action, July 2025. Washington D.C.: The White House.
[11] Agência Brasil (2025) ‘Confira lista de quase 700 produtos que não serão taxados pelos EUA’, Agência Brasil Internacional, luglio 2025.
[12] Reuters (2025) ‘Brazil files WTO request for consultation over US tariffs’, 6 agosto. [13] Cavallo, A., Gopinath, G., Neiman, B., & Tang, J.P. (2021). “Tariff Pass-Through at the Border and at the Store: Evidence from US Trade Policy.” AER: Insights.
[14] Reuters (2025). “Mexico overtakes US as second-largest destination for Brazilian beef…”, 27 agosto 2025; e “Brazil’s beef tallow demand seen rising…”, 26 agosto 2025.
[15] OECD (2025). SME and Entrepreneurship Policy in Brazil 2020.
[16] Associated Press (2025). “Brazil’s Lula announces $5.5 billion in credits for exporters hit by US tariffs,” 13 agosto 2025; e “Brazil’s government says it will buy some domestic products hit by Trump’s tariffs,” 25 agosto 2025.
[17] de Carvalho, G. (2025). “BRICS expansion: Adaptive response or proactive restructuring?” Third World Quarterly (Taylor & Francis), advance online publication.
[18] World Trade Organization (2022). Trade Policy Review: Brazil – Government report, WT/TPR/G/432 (riduzione CET Mercosur del 10%).
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