In Sudan si consolida la posizione delle RSF con la presa di El-Fasher. Intanto i processi di mediazione sono in stallo a causa delle divergenze di interessi tra i membri del QUAD e a farne le spese sono i civili e i movimenti democratici sudanesi.
A cura di Hilina Belayeneh
Dall’aprile del 2023 il Sudan è logorato dalla guerra tra le Sudanese Armed Forces (SAF) guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti), eredi dei miliziani Janjaweed e fautori dei massacri in Darfur. A distanza di due anni non ci sono ancora i margini concreti per la risoluzione del conflitto. Mentre le SAF, prima stanziate a Port Sudan erano riuscite a riprendere la capitale Khartoum, le RSF sono riuscite a conquistare la capitale del Nord del Darfur, El Fasher, dopo diciotto mesi di assedio. Si consolida così la loro presenza nella parte occidentale del Sudan e non c’è certezza che questo rappresenti la fine delle ostilità. Le sorti del Paese sono strettamente legate ai tentativi del Quad per il Sudan (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, USA ed Egitto) di portare alla fine delle ostilità ma esistono nodi critici dovuti ad interessi strategici ed economici divergenti. Al momento, non c’è fine agli scontri e gli attacchi mirati ai gruppi etnici non arabi (soprattutto Zaghawa) ed agli attivisti del movimento democratico sudanese che avevano contribuito alla caduta del regime di al-Bashir.
Interessi divergenti: se il Quad per il Sudan non resiste
La stabilizzazione della regione dipende anche dagli interessi degli attori esterni coinvolti, tra cui figurano Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Questi, insieme agli Stati Uniti, compongono il Quad per il Sudan, nato proprio per guidare il Paese verso la fine delle ostilità[1]. I primi tentativi di negoziato risalgono alla piattaforma di Jeddah, avviata nel 2023 sotto la guida di Stati Uniti e Arabia Saudita. Tuttavia, l’iniziativa fallì sia perché le condizioni contenute nella dichiarazione finale non erano aderenti alla complessa realtà del conflitto, sia perché SAF e RSF perseguono una soluzione esclusivamente militare A complicare ulteriormente il quadro esistono dei conflitti di interesse regionali tra le stesse parti del Quad: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti competono sul piano economico e per gli interessi divergenti nel Corno d’Africa; in passato Abu Dhabi e Riyadh hanno cooperato, soprattutto all’inizio delle Primavere arabe, ma presto sono emersi attriti per le posizioni non allineate emerse sulla gestione del dossier Yemen, sia nel 2014 sia più recentemente con gli attacchi degli Houthi[2]. Tale divergenza, attualmente, pesa particolarmente nel contesto sudanese: mentre Riyadh cerca di porsi come mediatore tra le RSF e SAF (pur essendo sbilanciata in favore delle SAF), Abu Dhabi è più interessata a preservare i propri interessi economici: questo spiega il supporto emiratino ai paramilitari delle RSF, stabilitisi nella parte occidentale del Sudan, strategica per la presenza delle miniere d’oro. Tale aspetto rappresenta un punto debole sia per la distensione tra SAF e RSF, sia per le relazioni tra gli Emirati e l’Arabia Saudita, soprattutto considerando quanto stabilito lo scorso settembre nel joint statement del Quad “il sostegno militare esterno alle parti in conflitto in Sudan contribuisce ad intensificare e prolungare il conflitto e ad alimentare l’instabilità regionale. Di conseguenza, porre fine al sostegno militare esterno è essenziale per porre fine al conflitto[3]”.
Un ulteriore punto di frizione riguarda il rapporto tra Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Il crescente attivismo di Abu Dhabi nel Corno d’Africa è percepito con crescente preoccupazione dal Cairo, soprattutto in relazione al consolidamento dei rapporti tra gli Emirati e l’Etiopia[4]. Gli EAU rappresentano infatti un partner strategico per Addis Abeba: negli ultimi anni hanno intensificato gli investimenti e fornito supporto, anche in ambito militare, durante il conflitto nel Tigray.
Questo elemento si inserisce in un quadro già segnato dal deterioramento delle relazioni tra Egitto ed Etiopia per la questione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), che il Cairo considera una minaccia diretta alla propria sicurezza idrica[5]. In parallelo, il processo di normalizzazione dei rapporti tra alcuni Stati del Golfo e Israele è osservato dall’Egitto con cautela, per timore di perdere il tradizionale ruolo di interlocutore privilegiato nei dossier mediorientali, ridimensionandone il peso diplomatico.
Gli Emirati Arabi Uniti sono determinati ad avere una sempre maggiore autonomia strategica rispetto a Riyad, tramite le ambizioni economiche, e al Cairo tramite influenza geopolitica. Tale ambizione si traduce nel supporto militare alle RSF e potrebbe essere una delle cause maggiori della prosecuzione degli scontri: dopo la presa di El Fasher, Hemedti potrebbe muoversi verso Est, avvicinandosi alla capitale.
Scenari
Indipendentemente dalle tempistiche della risoluzione del conflitto, la stabilità del Sudan appare ancora molto lontana. Il contesto sudanese presenta pattern tipici della tradizione militarista africana: i golpe militari non portano ad una transizione democratica reale ma ad una presa di potere effettiva, che ha la pretesa di durare nel tempo (si vedano i casi saheliani); in questo caso, la situazione è complicata ulteriormente dalla spaccatura tra le forze militari e i paramilitari che si contendono il potere. Nel breve-medio termine, la vittoria militare di una delle due fazioni interne non porterebbe ad una reale soluzione ma solo ad una situazione di precarietà: se prevalessero le RSF la loro autorità non verrebbe riconosciuta internazionalmente mentre la vittoria delle SAF, appoggiata dal Cairo e da Riyad, permetterebbe la creazione di un governo nazionale estremamente fragile e quindi facilmente controllabile dagli attori esterni.
Un’efficace mediazione del Quad, invece, potrebbe condurre al congelamento del conflitto, con il risultato di una situazione analoga a quella della Libia: due autorità distinte, l’una guidata da Hemedti a Ovest, l’altra controllata da al-Burhan da Khartoum fino a Port Sudan. Questo scenario, tuttavia, necessita della compattezza del Quad e, in particolare, della rinuncia degli UAE al supporto militare alle RSF. Anche questo scenario è critico, in quanto non escluderebbe né scontri futuri né attacchi mirati alle minoranze etniche.
Lo scenario più difficile da concretizzare è quello che prevede l’inclusione del movimento democratico sudanese nel futuro governo. Le cause sono due: da un lato la mancanza di volontà politica degli attori coinvolti, dall’altro la natura stessa del movimento democratico, eterogeneo e composto da reti civiche che condividono l’obiettivo di una transizione democratica, ma differendo sulle modalità per raggiungerla. Questo elemento è emerso con particolare evidenza durante la caduta di al-Bashir.
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Il processo è stato infatti sostenuto da più realtà democratiche: i Comitati di Resistenza, nati tra il 2010 e il 2012 e composti soprattutto da giovani provenienti da contesti sociali ed etnici diversi, spesso disoccupati, che promuovono una pratica politica orizzontale e fondata sulla mobilitazione pacifica.
Il loro obiettivo è avviare una transizione democratica libera dal controllo delle élite militari e svincolata dai tradizionali partiti. Un’ impostazione diversa è invece quella delle Forces of Freedom and Change (FFC), coalizione nata nel 2019 che riunisce partiti civili e movimenti ribelli, favorevole a una soluzione negoziata e dunque disposta a mediare con i vertici militari[6]. È proprio questa differenza di approccio ad aver prodotto la frattura esplosa dopo il colpo di Stato dell’ottobre 2021: mentre le FFC hanno cercato un compromesso con le forze militari, i Comitati di Resistenza hanno ribadito la loro linea radicale di “no partnership, no negotiation, no legitimacy[7]”.
Il progetto democratico sudanese è in stallo, e ciò che oggi accomuna realmente gli attori civili pro-democratici è l’essere il bersaglio nella competizione per il potere tra le SAF e le RSF.
Note
[1] Boswell, A. (2025, Sertembre). In breakthrough, U.S. and three Arab powers agree on Sudan peace roadmap. International Crisis Grouphttps://www.crisisgroup.org/africa/sudan/breakthrough-us-and-three-arab-powers-agree-sudan-peace-roadmap
[2] Besser, L. (2025, 3 febbraio). Allies at odds: Tracking the rivalry between Saudi Arabia and the United Arab Emirates. Epicenter — Weatherhead Center for International Affairs, Harvard Universityhttps://epicenter.wcfia.harvard.edu/blog/allies-odds-tracking-rivalry-between-saudi-arabia-and-united-arab-emirates
[3] U.S. Department of State. (2025, Settembre. Joint statement on restoring peace and security in Sudan.https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2025/09/joint-statement-on-restoring-peace-and-security-in-sudan/
[4] Roll, S. (2023, 23 agosto). Egypt, Saudi Arabia and the UAE: The End of an Alliance. Stiftung Wissenschaft und Politikhttps://www.swp-berlin.org/10.18449/2023C47v02/
[5] Gebru, M. K. (2025, marzo). The United Arab Emirates Engagement in Ethiopia: Implications for the Horn of Africa’s Geopolitical and Security Landscapes (Policy Brief 35). Megatrends Afrikahttps://www.megatrends-afrika.de/assets/afrika/publications/policybrief/MTA-PB35_UAE_Engagement_in_Ethiopia_Gebru_Korrektur.pdf
[6] Abbashar, A. (2023). Resistance Committees and Sudan’s political future (Sudan Policy Brief) https://peacerep.org/wp-content/uploads/2023/07/Abbashar-2023-Sudan-Resistance-Committees.pdf?utm_source=chatgpt.com
[7] Abdelaziz, K. (2023, April 11). Sudan transition deal delayed, protesters march against talks. Reuters.https://www.reuters.com/world/africa/protests-planned-sudans-army-promises-stick-delayed-transition-deal-2023-04-06/
Foto copertina: Il segretario Marco Rubio e il consigliere senior Massad Boulos incontrano il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty, il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud e il vice primo ministro e ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Abdullah bin Zayed Al Nahyan, a New York, il 24 settembre 2025. (Foto del Dipartimento di Stato, Freddie Everett)













