Dialogo con Oxfam Italia – Roberto Barbieri, Federica Corsi e Mikhail Maslennikov – sulle nuove fratture sociali ed economiche che segnano il nostro tempo e sulle strade possibili per ridurre le ingiustizie e le diseguaglianze.
Negli ultimi anni i rapporti di Oxfam hanno acceso i riflettori su un fenomeno sempre più evidente: le diseguaglianze. La ricchezza globale si concentra nelle mani di pochi, mentre milioni di persone faticano ad accedere a un lavoro dignitoso o a servizi essenziali come salute, istruzione e protezione sociale. L’Italia non fa eccezione: un lavoratore su otto è povero nonostante abbia un impiego, e i giovani incontrano barriere crescenti nell’entrare stabilmente nel mercato del lavoro.
In questo scenario, Oxfam Italia — guidata da Roberto Barbieri — lavora per proporre soluzioni concrete, denunciare le disuguaglianze e costruire un modello di società più inclusivo. Lo abbiamo incontrato per discutere di ricchezza e potere, povertà lavorativa, immigrazione e ruolo della società civile nel contrasto alle ingiustizie sociali.
Intervista
Negli ultimi anni Oxfam ha denunciato come la ricchezza privata si concentri sempre di più nelle mani di pochi. Guardando all’Italia e al contesto internazionale, quali sono i dati o i segnali che più la preoccupano oggi?
«Su scala planetaria, tra il 2000 e il 2024, la ricchezza privata è aumentata vertiginosamente, ma il modo in cui tale incremento si è distribuito tra i diversi gruppi della popolazione mondiale ha evidenziato macroscopici squilibri. Il 41% dell’incremento è stato appannaggio dell’1% più ricco del pianeta, mentre la metà più povera dell’umanità ha “incamerato” appena l’1% della “nuova ricchezza”.
Non stupisce che il numero dei miliardari globali sia cresciuto esponenzialmente negli ultimi decenni, attestandosi attualmente a 3.000 unità.
La loro ricchezza complessiva equivale oggi a poco più del 14% del PIL globale contro il 2,5% nel 1990. Autorevoli studi segnalano, per molti Paesi, l’aumento, nel recente passato, della concentrazione di ricchezza al vertice della piramide sociale e la crescita delle disuguaglianze patrimoniali. L’Italia non fa eccezione ed è da tempo un Paese dalle “fortune invertite”. La quota di ricchezza del top-1% mostra infatti un solido trend di crescita, trainata dall’apprezzamento degli asset finanziari, fortemente concentrati tra i membri più ricchi della nostra società. Di contro, è in vistoso calo da anni la quota di ricchezza detenuta dalla metà più povera dei nostri concittadini. Titolari di asset a basso tasso di rendimento, di pochi beni immobiliari o proprietà su cui pesano i mutui, essi beneficiano in misura assai ridotta dei meccanismi di accumulazione e incremento della ricchezza.
I crescenti divari dovrebbero destare un serio allarme. Certificano quanto differenziata sia la capacità dei cittadini di far fronte a spese impreviste, come quelle legate all’insorgere di una malattia o alla perdita del lavoro, a maggior ragione in una fase storica caratterizzata dall’ampliamento dell’area della vulnerabilità e di insicurezza finanziaria. Le disuguaglianze di ricchezza cristallizzano inoltre le differenze di opportunità dei cittadini nell’accesso a credito, migliori istruzione, formazione e posizioni lavorative. Persistendo nel passaggio da una generazione all’altra, mantengono bloccato l’ascensore sociale e riducono le prospettive di una società più mobile, equa e dinamica.
Definiscono strutture di cittadinanza differenziate e capacità diversificate dell’esercizio di controllo su risorse produttive e di influenza sulle decisioni di politica pubblica».

Il legame tra concentrazione della ricchezza e influenza politica è spesso sottolineato nei vostri rapporti. In che modo questa dinamica mina la democrazia e le possibilità di costruire società più eque?
«La concentrazione estrema di ricchezza si traduce in concentrazione di potere politico.
Gli individui più ricchi lo esercitano efficacemente, indirizzando a proprio vantaggio scelte di politica pubblica che dovrebbero invece beneficiare l’intera collettività e attenzionare prioritariamente il benessere e le aspirazioni dei suoi componenti più vulnerabili. Quelle fasce sociali che il potere politico trascura invece da tempo, anche in virtù della loro minor voce e della debolissima rappresentanza politica che riescono ad esprimere.
In aggiunta, la proprietà dei principali media e social network – oggi sempre più concentrata e appannaggio dei rappresentanti delle élite – consente a pochi attori di esercitare una sproporzionata influenza sul discorso pubblico. Supportando interventi di policy da cui traggono “giovamento”, screditando alternative egalitarie e promuovendo narrative perniciose che offrono legittimazione morale a chi occupa le posizioni apicali nella società. Come l’idea fallace che la ricchezza sia frutto esclusivo di meriti individuali o il richiamo ingiustificato a ripercussioni negative sulla crescita e sul benessere collettivo che qualsivoglia tentativo di ridimensionare la ricchezza estrema – attraverso una maggiore regolamentazione o tassazione – inesorabilmente produrrebbe.
Quando la priorità dell’azione politica è segnata dal conferimento di premialità a chi è già avvantaggiato (e che ha maggior potere e accesso ai decisori) e non da un contrasto senza quartiere ai meccanismi iniqui che affievoliscono le prospettive di autorealizzazione e di un tenore di vita elevato per i più, la democrazia corre seri pericoli.
Le fratture sociali si ampliano, il patto sociale si svilisce, crescono intolleranza e sfiducia – tutt’altro che immotivata – nelle istituzioni, si indebolisce la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, aumenta l’appeal degli imprenditori politici della paura e prendono il sopravvento proposte politiche estremiste e populiste, foriere di derive autoritarie.
Un pessimo viatico per società meglio regolate, più armoniche ed inclusive».
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Un lavoratore su otto in Italia è considerato “povero” nonostante abbia un’occupazione. Quali sono, secondo Oxfam, le principali cause di questa situazione e quali misure dovrebbero essere adottate per invertire la tendenza?
«Il dato sui working poor è emblematico di quanto oggi il lavoro non sia più in grado, per troppe persone nel nostro Paese, a garantire una vita libera e dignitosa. Le ragioni che spiegano l’acuirsi del fenomeno sono molteplici.
In primo luogo, il processo di deindustrializzazione di lungo corso che caratterizza l’Italia con l’espansione dell’occupazione in settori (come l’edilizia, la logistica, i servizi) a contenuta produttività del lavoro e con salari orari più bassi. In secondo luogo, le caratteristiche del tessuto imprenditoriale italiano fatto in prevalenza da piccole e medie imprese che mostrano, in media, una bassa propensione all’innovazione e agli investimenti in capitale umano.
La strategia competitiva di molte imprese italiane si basa piuttosto sulla cronica compressione del costo del lavoro, favorita dalle politiche di flessibilizzazione che hanno portato a una moltiplicazione di tipologie contrattuali atipiche e a una progressiva riduzione dei vincoli per i datori di lavoro ad assumente con contratti a termine o a esternalizzare parti del ciclo produttivo.
Non può essere trascurato, in terzo luogo, l’indebolimento della rappresentatività sindacale e datoriale (si pensi alla proliferazione degli spregiudicati contratti pirata) e una riduzione del potere contrattuale del sindacato in tanti settori dell’economia. Da ultimo, le carenze croniche delle politiche attive continuano a ritardare un’efficace riqualificazione professionale e lo sviluppo di nuove competenze – a maggior ragione in un periodo segnato da profonde trasformazioni e transizioni economiche – ostacolando un’inclusione lavorativa efficace e una permanenza sul mercato del lavoro per i soggetti più vulnerabili. Se questa è la diagnosi, il contrasto al “lavoro povero” non può non passare per l’implementazione di politiche industriali pubbliche orientate alla creazione di posti di lavoro di qualità e incardinate sulla riqualificazione dello sviluppo del Paese in campo tecnologico e ambientale. Serve porre una battuta d’arresto alla liberalizzazione di forme contrattuali atipiche e limitare le opportunità di ricorso al lavoro non standard o esternalizzato, prevedendo poche e stringenti causali. Serve introdurre un salario minimo legale – una soglia minima di decenza oltre la quale non si possa mai scendere e che tuteli i lavoratori e le lavoratrici più fragili e meno protetti».
Molti giovani, anche laureati, incontrano difficoltà a trovare impieghi stabili e dignitosi. Quali politiche o cambiamenti strutturali vede come prioritari per garantire alle nuove generazioni migliori prospettive?
«Abbiamo bisogno, prima di tutto, di rivedere profondamente il modo in cui consideriamo le giovani generazioni. L’accezione dominante nel nostro Paese è di tipo familistico: più che una generazione su cui investire, i giovani sono considerati come “chi sta in panchina”, “chi è immaturo e non ancora pronto”, come “singoli figli da proteggere con la ricchezza privata delle famiglie”.
Un’accezione da abbandonare, riconoscendo invece nei giovani la parte più dinamica, meglio formata, più qualificata e con maggiori capacità innovative della società, la più adatta a far crescere e rendere più competitivo un Paese. Ovvero come la risorsa più preziosa per i processi trasformativi e lo sviluppo socio-economico di una nazione. Come chi, con le proprie competenze e visioni, può trasformare il cambiamento in miglioramento. L’ “esistente” – caratterizzato dalla prevalenza delle coorti anziane tra le forze attive del Paese – è invece molto “resistente”, difende, giorno dopo giorno, le proprie posizioni e ragiona su come replicare schemi del passato, divenuti nel frattempo obsoleti, piuttosto che riflettere su come garantire al Paese un salto di qualità. Si tratta di un preoccupante segno di pigrizia, arretratezza culturale e autoconservazione.
In ambito economico, il potenziale innovativo e trasformativo dei giovani fatica a trovare sbocchi presso imprese caratterizzate da un endemico sottoutilizzo del capitale umano. Nel settore pubblico l’immissione di giovani leve con nuove competenze (ad oggi mancanti o scarse) potrebbe produrre indubbi guadagni di efficienza e aiutarci a vincere, senza lasciare indietro nessuno, le sfide della transizione digitale e verde.
Arroccarci nello status quo significa correre il serio rischio di restare indietro e sprecare la migliore “risorsa” che abbiamo.
Le priorità per la politica? Investire sull’istruzione e sulla formazione dei giovani e contrastare con efficacia la dispersione scolastica e il fallimento formativo. Favorire canali di ingresso adeguati nel mondo del lavoro e supportare l’autoimprenditorialità giovanile. Ripensare il welfare, fortemente sbilanciato sui bisogni delle generazioni anziane, garantendo ai giovani sussidi di disoccupazione dignitosi nei periodi di fuoriuscita dal mercato del lavoro con percorsi di accompagnamento al rientro e programmi di riqualificazione. Implementare politiche abitative adeguate (supporto agli affitti e all’acquisto della prima casa) che permettano ai giovani di avviare un ciclo di accumulazione della ricchezza. Sono solo alcuni degli interventi di cui si avremmo bisogno e su cui il nostro Paese è strutturalmente e drammaticamente carente».
Oxfam insiste molto sull’accesso equo a sanità, istruzione e servizi sociali. In Italia, dove vede le maggiori criticità e quali esempi positivi ritiene possano essere valorizzati?
«Nel nostro Paese le disuguaglianze sociali – ovvero le disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi pubblici come la sanità, l’istruzione, la cura sociale e la mobilità, ma anche le differenze nelle opportunità di vivere in luoghi salubri e con un’offerta adeguata di servizi culturali – sono estremamente elevate e in crescita da anni. Una dimostrazione spietata dell’insuccesso delle politiche pubbliche, incapaci fin qui di garantire a tutti i cittadini, senza distinzione, la fruizione di diritti costituzionalmente tutelati.
Pochi giorni fa, l’ISTAT ci ha confermato che il 10% dei cittadini italiani ha rinunciato nel 2024 a curarsi a causa delle lunghe liste di attesa, difficoltà economiche o scomodità delle strutture sanitarie. Continuiamo ad essere tra i Paesi in Europa con i più alti tassi di povertà educativa tra elevata dispersione scolastica, alto tasso dei giovani NEET e bassa incidenza dei laureati nella popolazione in età attiva. Le disuguaglianze sociali hanno in Italia una forte dimensione territoriale con gap che penalizzano le aree interne e le regioni del Sud. Noi di Oxfam parliamo del fenomeno della “localizzazione dei diritti”, a volte molto diversi solo a poche decine di chilometri di distanza.
Vediamo alcune principali traiettorie per colmare questi divari. É fondamentale avere una programmazione nazionale che riporti al centro il ruolo del settore pubblico come garante di investimenti e di servizi universalistici.
Servono visioni pluriennali di diverse politiche e strumenti che si affinano sulla valutazione dei risultati e degli impatti. É anche necessario un investimento nelle competenze delle amministrazioni pubbliche nazionali e locali per guidare l’innovazione sociale in contesti complessi.
Dobbiamo inoltre far crescere in maniera organica tutte le iniziative di welfare comunitario che vedono il protagonismo della società civile all’interno di più ampie strategie pubbliche, in sinergia, non in sostituzione o sovrapposizione non consapevole. La nostra esperienza diretta e l’osservazione di altre realtà a livello locale e nazionale ci dice che è la società civile, insieme a gruppi di cittadini organizzati a produrre forme nuove di risposta ai bisogni. In molti casi queste innovazioni – penso ai community centre che favoriscono l’accesso ai servizi da parte di persone vulnerabili o alle esperienze di patti educativi di comunità per combattere la dispersione scolastica – funzionano, ma si scontrano con il problema di essere modellizzate, scalabili, in un’ottica “open source”. È la sfida della “amministrazione condivisa”, dove pubblico e privato sociale condeterminano politiche ed interventi pubblici, secondo specifici ruoli e competenze».

Il tema delle migrazioni è spesso trattato in chiave emergenziale. Cosa significa invece, secondo lei, costruire un vero modello di inclusione sociale, capace di valorizzare le persone e rafforzare le comunità locali?
«È profondamene sbagliato trattare in chiave emergenziale un fenomeno come quello delle migrazioni che le evidenze ci dimostrano essere strutturale e connaturato nella storia dell’umanità. La narrativa dominante, alimentata da visioni nazionaliste identitarie di una certa parte politica, tende, anche in Italia, a cavalcare l’idea di un’invasione, e conseguente paura di “sostituzione etnica”, che in realtà è smentita dai numeri. I dati disponibili ci dicono infatti che l’immigrazione nel nostro Paese, dopo anni di crescita, è sostanzialmente stazionaria, intorno ai 5,3 milioni di persone, che diventano 5,8-5,9 milioni tenendo conto delle stime sulle presenze irregolari. Circa il 9% della popolazione residente, di cui un quinto rappresentato da minori nati in Italia da genitori immigrati. Ed è interessante notare come le evidenze statistiche smentiscano anche le più ricorrenti attribuzioni date al fenomeno in Italia. Per fare alcuni esempi: per quasi la metà degli stranieri la provenienza è europea, e solo a seguire si palesano l’Africa e il Medio Oriente; la causa prevalente è per lavoro o ricongiungimento familiare e solo in seconda battuta per ragioni umanitarie; la provenienza per oltre due terzi è da Paesi di tradizione cristiana, con la componente musulmana minoritaria. È evidente quindi l’uso strumentale che del tema migrazione viene fatto in risposta a logiche politiche che mirano a influenzare il dibattito pubblico mistificando la realtà.
Ne consegue una narrazione tossica che purtroppo permea l’opinione pubblica meno informata e che legittima, in Italia come in Europa, un approccio politico securitario al tema, in cui a perderci siamo tutti, i migranti e le società ospitanti. Lato migranti stiamo assistendo a una sempre più preoccupante erosione dei loro diritti e a una totale de-umanizzazione di trattamento. Ma a perderci siamo anche noi che non cogliamo i benefici di un’efficace integrazione, i cui risvolti positivi sarebbero molteplici. Governare il fenomeno migratorio in una logica di inclusione sociale dovrebbe innanzitutto portarci a rivedere le politiche di ingresso e soggiorno nel nostro Paese, definendo e promuovendo canali di ingresso sicuri e legali. All’interno della Campagna Ero Straniero la nostra azione di advocacy è mirata all’introduzione di nuovi canali di ingresso per lavoro diversificati e più flessibili che possano da un lato rispondere alle esigenze effettive del nostro Paese, dall’altro, essere facilmente accessibili per lavoratori e lavoratrici dei Paesi terzi, in modo da evitare rischiosissimi viaggi in mare e per terra.
Altro elemento fondamentale è la definizione di uno strumento per promuovere, su base permanente, la regolarizzazione delle persone straniere già presenti e radicate in Italia ma rimaste senza documenti, e contrastare così sfruttamento e marginalità sociale. Chiaramente non basta fermarsi alla revisione delle politiche di ingresso e soggiorno, serve sostenere il sistema di accoglienza dotandolo di adeguate risorse e promuovere una visione dell’accoglienza come parte integrante della rete di servizi stabilmente erogati dal sistema di welfare locale, abrogando sistemi di accoglienza emergenziali. Infine, serve un nuovo slancio da parte delle istituzioni in tema di politiche di inclusione che favoriscano la piena partecipazione delle persone straniere alla vita della comunità. Valorizzare le persone migranti presenti sui nostri territori vuol dire riconoscere quella che è già una realtà: sono una risorsa e non un costo per le nostre comunità.
In un’Italia che si trova ad affrontare un inverno demografico di portata significativa, l’innesto della popolazione immigrata non può che essere guardato come un contributo positivo per il futuro della nostra società.

E già oggi gli ultimi dati della Fondazione Leone Moressa sull’economia dell’immigrazione ci dimostrano che i migranti danno al Paese più di quanto ricevono. Confrontando le entrate per lo Stato (gettito fiscale e contributivo) con la spesa pubblica per i servizi di welfare, il saldo per la componente immigrata è positivo (+1,2 miliardi di euro): gli immigrati, prevalentemente in età lavorativa, hanno infatti un basso impatto sulle principali voci di spesa pubblica come sanità e pensioni.
Ma appiattirsi esclusivamente su una logica economicista sarebbe sbagliato, la ricchezza portata dalle migrazioni è molto di più e favorire una società multietnica è l’unica strada con cui guardare al nostro futuro. Se consideriamo la multiculturalità che attraversa le nostre scuole è sicuramente l’esperienza che i nostri bambini e ragazzi stanno già facendo nel loro quotidiano senza interrogarsi se sia giusta o meno, semplicemente trovandola normale. Sta in questo probabilmente il salto culturale che dovremmo ulteriormente fare: normalizzare il fenomeno come lo è per i nostri bambini e ragazzi. Di strada da fare ce n’è ancora molta, l’esito negativo del recente referendum sulla cittadinanza ci ha restituito purtroppo la fotografia di un Paese in cui la matrice razzista è ancora molto radicata. Pensare quindi a un modello di inclusione sociale per la gestione delle migrazioni implica, oltre a dei cambiamenti strutturali delle politiche, anche un lavoro capillare sui territori in cui favorire attività di sensibilizzazione che permettano alle comunità locali di aprirsi alla popolazione straniera facilitando la conoscenza reciproca e rafforzandone così la fiducia e la coesione sociale».
In un contesto segnato da crisi economiche, ambientali e sociali, quale pensa sia il ruolo della società civile, delle università e dei singoli cittadini nel contrastare le disuguaglianze?
«Per superare le crisi di cui abbiamo parlato servono nuove alleanze che superino confini e interessi di breve periodo in una nuova “solidarietà planetaria” che non è utopia, ma bussola per affrontare temi epocali come le disuguaglianze, le migrazioni, la transizione ecologica. Le università e la società civile hanno il grande compito di influenzare i termini del dibattito pubblico e politico in maniera credibile e autorevole, con spazi di proposta concreta per le sfide del Paese. Per questo università e terzo settore devono superare la frammentazione e costruire piattaforme su grandi temi, dove è la conoscenza a combattere i tanti negazionismi o le proposte miopi ed egoistiche dei pochi contro tanti, siano essi élite privilegiate o Stati più ricchi.
Il terzo settore deve recuperare la propria dimensione politica, per troppo tempo appiattita in una logica di semplice gestione di servizi. Una società civile animata da pluralità di voci, ma in grado di fare massa critica insieme, assumendo la grande sfida dell’impatto e della scalabilità dei propri interventi.
Tutti noi cittadini dobbiamo domandare alla politica di occuparsi dei problemi del nostro tempo, senza dare deleghe in bianco e chiedendo conto. Dobbiamo essere soggetti attivi che riescono a guardare al di là dell’individualismo o della ristretta cerchia dei propri familiari o amici, includendo una comunità più ampia e globale. Dobbiamo rafforzare la nostra cittadinanza attiva, in molteplici forme: impegno nelle piccole reti di comunità, consumo consapevole, attivismo. Per questo il mondo della conoscenza e la società civile devono essere ponti affinché la domanda di cambiamento sia basata visioni e proposte coraggiose e non solo da rabbia e scontento».
Foto: Disuguaglianze, povertà lavorativa e inclusione: la sfida di Oxfam













