Siria post-Assad: la sicurezza come banco di prova della transizione

Siria post-Assad
Siria post-Assad

C’è un paradosso che attraversa la Siria post-Assad e che rischia di comprometterne l’intera transizione: mentre il nuovo potere di Damasco raccoglie consensi e legittimazione sulla scena internazionale, sul fronte interno fatica a garantire ciò che rende uno Stato credibile agli occhi dei suoi cittadini ovvero sicurezza e inclusione. Le violenze sulla costa alawita e a Suweida rivelano le fragilità strutturali della Siria post-bellica.


Di Vincenzo Romano*

A poco più di un anno dalla caduta del regime di Bashar al-Assad e dalla presa del potere a Damasco da parte di una coalizione guidata da Hei’at Tahrir al-Sham (HTS), la Siria si trova in una fase di transizione carica di ambiguità. Da un lato, il nuovo presidente Ahmed al-Sharaa ha saputo riabilitare rapidamente l’immagine internazionale del Paese, ottenendo aperture diplomatiche senza precedenti, la rimozione di HTS dalle liste terroristiche di Stati Uniti e Regno Unito e un parziale allentamento delle sanzioni occidentali. Dall’altro, sul piano interno, la promessa di stabilità si è incrinata di fronte a due gravi crisi di sicurezza che hanno scosso il Paese nel corso del 2025, mettendo in luce i limiti del nuovo governo sulla sicurezza.

Le stragi avvenute a marzo lungo la costa siriana e nelle regioni centrali, così come l’esplosione di violenza a Suweida in estate, non sono semplici errori di percorso quanto piuttosto il sintomo di un problema strutturale: una transizione che ha privilegiato la proiezione esterna rispetto alla ricostruzione del patto interno tra Stato e società. I due episodi, diversi per dinamiche locali e attori coinvolti, sono accomunati da un unico denominatore comune: l’incapacità dello Stato centrale di esercitare un controllo efficace, disciplinato e inclusivo sull’uso della forza.

La costa alawita: dalla marginalizzazione all’insurrezione

La prima crisi si consuma tra marzo e aprile 2025 lungo la costa mediterranea e nelle aree centrali di Homs e Hama. Qui, operazioni governative contro cellule fedeli al vecchio regime degenerano rapidamente in massacri settari, con centinaia di civili uccisi, in larga parte appartenenti alla minoranza alawita.
Dopo la caduta di Assad, il nuovo governo ha smantellato in blocco l’apparato di sicurezza del regime, privando del lavoro decine di migliaia di uomini – molti dei quali alawiti – addestrati all’uso delle armi e privi di prospettive economiche. Il processo di “regolarizzazione” (taswiya) si è rivelato confuso e, in alcuni casi, pericoloso: i documenti rilasciati agli ex membri delle forze di sicurezza sono stati talvolta interpretati ai checkpoint come prove di colpevolezza, esponendo i portatori di tali documenti a rappresaglie o arresti arbitrari.
In questo clima, reti di ex ufficiali e miliziani del regime hanno trovato terreno fertile per organizzare un’insurrezione a bassa intensità, alimentata da un diffuso sentimento di minaccia esistenziale all’interno della comunità alawita. A peggiorare la situazione ha contribuito una campagna massiccia di disinformazione, che ha amplificato – e talvolta inventato – episodi di violenza settaria, rafforzando la narrativa secondo cui il nuovo potere sarebbe incapace o non disposto a proteggere le minoranze.
Quando l’esercito e le forze di sicurezza sono intervenuti, lo hanno fatto spesso con forza sproporzionata e scarsa disciplina, trasformando operazioni di contro-insurrezione in vere e proprie spedizioni punitive. Il risultato è stato un profondo trauma collettivo e una frattura ancora più marcata tra Damasco e una parte rilevante della popolazione.
In assenza di un processo credibile di giustizia e responsabilità individuale, la tentazione della punizione collettiva ha preso il sopravvento. Il messaggio percepito – soprattutto dagli alawiti – è stato devastante: il nuovo Stato non distingue tra colpevoli e innocenti.

Suweida: la crisi drusa e l’intervento israeliano

La seconda crisi, esplosa a luglio 2025 nella provincia di Suweida, presenta contorni diversi ma conseguenze altrettanto gravi. Qui il conflitto nasce da scontri locali tra milizie druse e gruppi beduini, ma l’intervento delle forze governative – percepito dai drusi come sbilanciato e ostile – innesca un’ulteriore spirale di violenze settarie.
Le accuse di abusi commessi da unità governative, unite alla mancanza di mediazione credibile, portano a una rottura del fragile rapporto di fiducia che si era instaurato nei mesi precedenti tra le leadership druse e Damasco. Il bilancio è drammatico: oltre mille morti, centinaia di civili uccisi e circa 200.000 sfollati.
A rendere la crisi ancora più acuta è l’intervento di Israele, che colpisce assetti militari siriani dichiarando di voler proteggere la comunità drusa. Gli attacchi israeliani su Suweida e su obiettivi strategici a Damasco congelano la situazione in uno stallo che perdura tuttora, complicando ulteriormente la sovranità del nuovo Stato siriano e regionalizzando il conflitto.

Un problema strutturale: sicurezza senza Stato

Il problema centrale non è solo politico, ma istituzionale. La Siria post-Assad non dispone ancora di un apparato di sicurezza unificato, professionale e disciplinato. Le nuove forze armate sono un mosaico di ex milizie ribelli formalmente integrate, ma spesso ancora fedeli ai propri comandanti originari. Il comando centrale fatica a imporre il proprio controllo, mentre unità poco addestrate o ideologicamente radicalizzate vengono dispiegate in contesti ad alta sensibilità settaria.
Questa debolezza ha un costo politico elevatissimo. Ogni episodio di violenza alimenta la percezione, soprattutto tra minoranze e settori laici della società, che il nuovo Stato non sia un garante di sicurezza, ma una minaccia. Un sentimento che rischia di estendersi anche al nord-est curdo, controllato dalle Syrian Democratic Forces, rafforzando la convinzione che solo il mantenimento delle armi possa garantire protezione.
In altre parole, ogni volta che lo Stato promette protezione e non la garantisce, rafforza l’idea – soprattutto tra le minoranze – che la sicurezza sia una questione privata, da affidare alle armi e alle milizie locali. È lo stesso meccanismo che ha frantumato la Siria nel 2011 e che oggi rischia di riprodursi sotto nuove forme.

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La lezione da trarre

La lezione che emerge è tanto semplice quanto scomoda: non può esistere stabilità senza inclusione, né inclusione senza sicurezza equa. La transizione siriana non fallirà per mancanza di riconoscimento internazionale, ma per l’erosione progressiva della fiducia interna se non vi è una svolta nella gestione della sicurezza.
Proteggere tutte le comunità – anche quelle associate al vecchio regime – non è una concessione morale, ma una necessità politica. Senza una chiara separazione tra responsabilità individuali e appartenenza collettiva, la Siria rimarrà intrappolata in una logica di guerra civile latente (e patente). In un Paese devastato da anni di guerra, sicurezza e inclusione non sono obiettivi ideali, ma condizioni essenziali di sopravvivenza dello Stato.
Il tempo, in questo senso, è un fattore decisivo. Ogni nuova violenza non sanata, ogni abuso impunito, ogni comunità lasciata sola rende più difficile ricostruire un consenso nazionale. La Siria post-Assad è ancora un progetto incompiuto. La domanda, oggi, non è se il nuovo potere saprà governare ma se sarà in grado di farlo per tutti.

*Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione della redazione o dell’organizzazione di appartenenza.


Foto copertina: La Siria post-Assad