La Repubblica islamica in bilico

Reuters Connect — “Protest over the collapse of the currency’s value, in Tehran” Crediti: Stringer / WANA (West Asia News Agency) via Reuters
Reuters Connect — “Protest over the collapse of the currency’s value, in Tehran” Crediti: Stringer / WANA (West Asia News Agency) via Reuters

Venti di guerra su Teheran.


Di Farian Sabahi

Lo scorso 28 dicembre i commercianti di elettronica del bazar di Teheran hanno chiuso le serrande in segno di protesta per il caro vita e l’inflazione al 42 percento, consapevoli che il cellulare che avrebbero venduto quel giorno, al dettaglio, sarebbe costato loro più caro il giorno successivo all’ingrosso. Le proteste si sono rapidamente diffuse in tutto il Paese, inizialmente con slogan rivolti contro il governo del presidente riformatore Masoud Pezeshkian: nei 18 mesi in carica ha elargito promesse di sviluppo economico, in particolar modo in aree marginali dell’Iran, ma non le ha mantenute.

Il presidente Pezeshkian e il leader supremo Ali Khamenei si sono rivolti al popolo in occasione di alcune trasmissioni televisive, cercando di calmare gli animi. Invano. Poco per volta, la protesta ha assunto una connotazione politica, con invettive contro il leader supremo e, in alcuni casi, chiedendo il ritorno del principe Reza Pahlavi (1961-), il cui padre aveva abbandonato Teheran con la consorte Farah Diba il 16 gennaio 1979, durante la rivoluzione iraniana.

Nel frattempo, sui social Mike Pompeo (ex capo della CIA) e un ministro israeliano dichiaravano che gli uomini del Mossad erano nelle strade delle città iraniane, accanto ai manifestanti. Il 29 dicembre “Jerusalem Post” riprendeva le loro affermazioni[1]. Da Mar-a-Lago, il presidente statunitense Donald Trump invitava gli iraniani a scendere in strada, promettendo il suo aiuto. Temendo una escalation, sulla scia del movimento Donna Vita Libertà scatenato dalla morte della ventiduenne curdo-iraniana Mahsa Jina Amini il 16 settembre 2022, la leadership ha scatenato il proprio arsenale di morte contro la popolazione scesa in strada. Tra l’8 e il 9 gennaio i morti sono migliaia, forse decine di migliaia. Colpiti con l’artiglieria pesante, probabilmente anche da miliziani stranieri assoldati dal regime. La situazione è drammatica: le famiglie sono dovute andare a cercare i propri figli nei sacchi neri, negli obitori. Per ottenere le salme, hanno dovuto pagare un riscatto.

Farian Sabahi
Farian Sabahi (1967) è professoressa associata in Storia contemporanea presso l’Università dell’Insubria e delegata per gli Affari istituzionali e diplomatici presso il DISUIT (Dipartimento di Scienze Umane e dell’Innovazione per il Territorio).  Specializzata sull’Iran e sullo Yemen, è membro della Sissco (Società italiana per lo studio della storia contemporanea), della Sis (Società italiana delle storiche) e dell’Aiso (Associazione italiana storia orale).

A distanza di cinque settimane da quei tragici eventi, il presidente statunitense Trump non è andato in aiuto agli iraniani, ha spostato portaerei e bombardieri nelle vicinanze del Golfo persico minacciando di bombardare, ma non ha ancora attaccato. Complici le monarchie del Golfo, spaventate dalle dichiarazioni dei vertici di Teheran, che promettevano di colpire le basi US sul loro territorio in caso di attacco militare statunitense. A far preoccupare i Paesi arabi sulla sponda sud del Golfo sono soprattutto i possibili attacchi iraniani contro le loro centrali elettriche: senza corrente, questi Paesi non sarebbero in grado di far funzionare gli impianti di desalinizzazione, gli ascensori indispensabili per i grattacieli e i condizionatori. Ai primi di febbraio ha quindi avuto la meglio la diplomazia mediorientale: venerdì 6 febbraio si sono tenuti in Oman (e non in Turchia come previsto inizialmente) i colloqui tra Teheran e Washington. Il ministro degli Esteri francese ha chiesto di dare la priorità a fermare la repressione, chiedendo di rimandare la discussione sul nucleare, ma la leadership iraniana non ne ha voluto sapere.

Domenica 8 febbraio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che «nulla fermerà l’arricchimento nucleare, neppure in caso di guerra. La pressione militare americana non intimorisce, la diplomazia è l’unica via da seguire, ma ha successo solo quando riconosce i nostri diritti e quando c’è dialogo piuttosto che minacce». Araghchi ha affermato che la leadership di Teheran «non è spaventata dalle minacce e dalle pressioni militari degli Stati Uniti nel Golfo Persico». In realtà, i vertici iraniani dovrebbero fare i conti non solo con il presidente statunitense Trump, ma anche con Israele. Secondo il “Jerusalem Post”, Israele sarebbe infatti pronto ad agire unilateralmente, attaccando l’Iran[2]

Mercoledì 11 febbraio il premier israeliano Netanyahu si recherà a Washington per incontrare Trump. Quest’ultimo non sembra avere intenzione di bombardare, perché gli esiti sarebbero incerti. Intanto, gli iraniani in Iran sono però chiusi in una gabbia e rischiano di morire di fame e anche di sete, a causa della perdurante penuria di risorse idriche. Per aiutarli sarebbe auspicabile togliere le sanzioni. Anche volendo, sarebbe però molto difficile: il sistema sanzionatorio è complesso, nemmeno il presidente Barack Obama era riuscito a smontarlo dopo la firma del JCPOA, l’accordo nucleare siglato a Vienna nel luglio 2015, da cui Trump si era ritirato unilateralmente nel maggio 2018, al suo primo mandato. Il dato di fatto è che, in ogni caso, le sanzioni affamano i popoli e arricchiscono chi comanda.

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In tutto questo, la diaspora iraniana ha chiesto e ottenuto che i pasdaran siano inseriti nella lista dei terroristi dell’UE. Di pari passo, Teheran ha fatto sapere che d’ora in avanti anche i militari europei saranno considerati terroristi e ha mandato via gli ambasciatori dell’UE. Il consolato d’Italia a Teheran è chiuso da inizio febbraio, con evidenti conseguenze per tutti coloro che dall’Iran vorrebbero andarsene e avrebbero bisogno di un visto. Inoltre, per i giovani uomini iraniani si pone un problema serio: come al tempo dello scià, anche nella Repubblica islamica il servizio militare è obbligatorio per due anni, a decidere in quale corpo devi servire è un sistema informatico, essere arruolati nei pasdaran è possibile tuo malgrado. E quindi, i giovani uomini iraniani rischiano di essere considerati terroristi.

Intanto, in queste settimane le piazze europee si sono animate di manifestazioni per il cambio regime. Numerose le bandiere monarchiche, quelle di Israele (nel caso di Londra paradossalmente più numerose di quelle iraniane) e quelle dei Mujaheddin del Popolo (MEK). Numerosi attivisti nella diaspora, chiedono un bombardamento dell’Iran per liberarne la popolazione da un regime autoritario. Di parere contrario è – tra gli altri – la Nobel per la Pace 2023 Narges Mohammadi, secondo cui «la guerra all’Iran compatta il regime autoritario e allontana la democrazia». Secondo l’attivista, l’attacco israeliano dello scorso giugno «ha convinto il sistema di essere infetto da una rete capillare di spie e gli dà la giustificazione per colpire di più gli attivisti, deportare centinaia di migliaia di afghani e restringere il campo anche ai riformisti».

Dopo lunghi periodi di detenzione, Narges Mohammadi era stata rilasciata e nuovamente arrestata lo scorso 12 dicembre a Mashad, durante la cerimonia funebre di Khosrow Alikordi, un avvocato impegnato in favore dei diritti umani trovato morto in circostanze sospette. Rinchiusa in cella di isolamento, l’8 febbraio è stata condannata a sei anni di carcere con accuse di “raduno” e “collusione”, a un anno e sei mesi di carcere per attività di propaganda, per due anni non potrà lasciare l’Iran e per altrettanti due anni dovrà stare confinata nella città di Khosf, nella provincia orientale del sud Khorasan.

Di fatto, gli iraniani sono rimasti intrappolati tra un regime autoritario e repressivo e forze esterne che, imponendo sanzioni, hanno messo in ginocchio l’economia, assottigliato la classe media, distrutto la speranza di un cambiamento democratico dall’interno. E ora, paradossalmente, sono quelle stesse forze esterne a proporsi come salvatori, attraverso un attacco militare esterno. Perché, dopotutto, come ha scritto il “World Street Journal”, un Iran frammentato sarebbe un’opzione per indebolire la Russia e la Cina, togliendo del tutto l’Iran dalla scacchiera[3].


Note

[1] Yonah Jeremy Bob, Mossad spurs Iran protests, says agents with demonstrators in Farsi message, The Jerusalem Post.
[2] Avi Ashkenazi Israel warns Trump: We may act alone if Iran crosses ballistic missile red line, The Jerusalem Post.
[3] Melik Kaylan, A Fractured Iran Might Not Be So Bad, Wall Street Journal


Foto copertina: Reuters Connect — “Protest over the collapse of the currency’s value, in Tehran”. Crediti: Stringer / WANA (West Asia News Agency) via Reuters