Pyongyang, la città proibita dei Kim

Città di Pyongyang capitale della Corea del Nord
Città di Pyongyang capitale della Corea del Nord

Nel volume “Pyongyang. Ambizioni e quotidianità della città proibita dei Kim” (Paesi Edizioni), Federico Giuliani racconta la capitale nordcoreana andando oltre le immagini stereotipate che spesso dominano il dibattito occidentale.


Pyongyang è una delle capitali più enigmatiche del mondo. Centro politico e simbolico della Corea del Nord, la città rappresenta al tempo stesso il cuore del potere del regime e il palcoscenico su cui si costruisce la narrazione ufficiale dello Stato. Nel libro “Pyongyang. Ambizioni e quotidianità della città proibita dei Kim, Federico Giuliani racconta la capitale nordcoreana andando oltre le immagini stereotipate che spesso dominano il dibattito occidentale.

Pyongyang pubblicato da Paesi Edizioni nella collana Città geopolitiche
Pyongyang pubblicato da Paesi Edizioni nella collana Città geopolitiche

 Il volume, pubblicato da Paesi Edizioni nella collana Città geopolitiche (acquista qui), si inserisce in un progetto editoriale che mira a esplorare alcune delle città più simboliche del mondo contemporaneo come luoghi chiave per comprendere dinamiche politiche, sociali e geopolitiche.

La capitale dello Stato più chiuso del mondo

Parlare di Pyongyang significa inevitabilmente confrontarsi con la complessità della Corea del Nord, uno dei paesi più isolati e meno accessibili del sistema internazionale.
Fondata oltre duemila anni fa ma profondamente trasformata dopo la Guerra di Corea, la capitale nordcoreana è stata ricostruita quasi interamente secondo un modello urbanistico fortemente ideologico. Ampi viali, monumenti imponenti e gigantesche piazze celebrative riflettono l’idea di una città progettata non solo per essere abitata, ma anche per rappresentare il potere dello Stato.
In questo contesto, Pyongyang diventa il cuore simbolico del sistema politico guidato dalla dinastia dei Kim, da Kim Il-sung fino all’attuale leader Kim Jong-un. La città è il luogo in cui il culto della leadership, la propaganda e la costruzione dell’identità nazionale trovano la loro espressione più evidente.

Una città-palcoscenico

Uno dei punti centrali del libro di Giuliani è l’idea di Pyongyang come “città palcoscenico”. L’architettura, l’organizzazione degli spazi e persino la vita pubblica sembrano infatti progettate per comunicare un’immagine precisa del paese: prosperità, ordine e forza.
In questa prospettiva, la capitale nordcoreana appare quasi come una rappresentazione permanente del potere politico. I grandi monumenti, gli edifici monumentali e le piazze dove si svolgono le parate militari contribuiscono a costruire una narrazione visiva che rafforza l’ideologia del regime.
Tuttavia, dietro questa dimensione spettacolare esiste anche una quotidianità meno visibile. Il libro prova a cogliere proprio questa dimensione più nascosta: la vita dei cittadini, i ritmi della città e le contraddizioni che emergono quando la propaganda incontra la realtà.

Tra geopolitica e vita quotidiana

Il volume propone uno sguardo che unisce reportage e analisi geopolitica. Pyongyang non è soltanto una capitale, ma anche il centro decisionale di uno Stato che continua a giocare un ruolo cruciale negli equilibri dell’Asia orientale.
Il programma nucleare nordcoreano, la competizione strategica nella regione e le tensioni con gli Stati Uniti e i paesi vicini rendono la Corea del Nord uno degli attori più discussi del panorama internazionale. In questo quadro, comprendere Pyongyang significa anche capire meglio la logica politica e simbolica che sostiene il regime.

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Intervista a Federico Giuliani

Nel libro lei descrive Pyongyang come una città sospesa tra realtà e rappresentazione. Qual è stata l’impressione più sorprendente che ha avuto visitando la capitale nordcoreana?
«Sottolineo che io sono stato in Corea del Nord circa dieci anni fa, quindi parliamo del 2016-2017. È importante ricordarlo perché la mia esperienza è precedente a due eventi molto importanti che hanno contribuito a trasformare radicalmente il sistema nordcoreano – politico, economico e geopolitico – e non solo quello.

Mi riferisco innanzitutto alla Invasione russa dell’Ucraina del 2022, che ha spinto la Russia a cercare nuovi partner internazionali. In questo contesto è entrata in gioco la Corea del Nord, che, già fortemente isolata da tempo – fatta eccezione per la Russia e pochissimi altri stati – ha accettato di buon grado di rafforzare i rapporti con Mosca.
L’altro evento decisivo è stata ovviamente la pandemia di COVID-19, che ha portato alla chiusura quasi totale dei confini del paese. Questo ha reso estremamente difficile capire cosa accada oltre il 38º parallelo, perché da quando è scoppiata la pandemia il paese è rimasto sostanzialmente chiuso.
Solo recentemente si sono registrate alcune riaperture, ma molto limitate: al momento, l’ingresso è consentito soprattutto ai cittadini russi e, in parte, ad alcuni businessman cinesi. L’apertura più ampia, anche verso visitatori occidentali, è durata pochissimi giorni prima di richiudersi di nuovo.
Quando io visitai il paese, prima di questi due eventi, trovai una Pyongyang molto diversa da quella che molti immaginano. Chi arriva senza conoscere bene la storia del paese si aspetta spesso una sorta di metropoli stalinista, grigia e immobile. In realtà la città che vidi era sorprendentemente dinamica.
Per certi aspetti ricordava, fatte le dovute differenze, alcune città cinesi degli anni Novanta: una capitale che cercava di sperimentare il futuro attraverso nuovi edifici, nuovi quartieri e nuove infrastrutture. Penso, ad esempio, alla Mirae Scientists Street (미래과학자거리) e ad altre strutture costruite proprio con l’idea di mostrare modernità e sviluppo.
Quella che trovai era dunque una capitale molto diversa dal resto del paese: più dinamica, più proiettata verso il futuro. Direi che la parola chiave era proprio dinamismo. Nonostante i limiti evidenti, l’isolamento internazionale e le rigidità del sistema politico guidato da Kim Jong-un, la città stava lentamente cambiando e trasformandosi.
In realtà, anche il resto del paese seguiva una propria evoluzione. Noi siamo spesso abituati a pensare alla Corea del Nord come a un sistema completamente statico, immobile e arretrato. Ma la realtà è un po’ più complessa: il paese continua a svilupparsi seguendo una propria traiettoria, spesso ignorando completamente ciò che il resto del mondo pensa di lui.
Può sembrare quasi un tabù dirlo, ma anche la Corea del Nord procede lungo una propria linea di sviluppo. È una linea che può piacere o meno, ma esiste ed è inevitabile riconoscerlo.
Sarebbe molto interessante capire cosa stia accadendo oggi a Pyongyang e come la città sia cambiata negli ultimi anni. Io non ci torno da circa un decennio, ma da quello che è possibile ricostruire attraverso varie fonti sembra che la capitale continui comunque a trasformarsi».

Pyongyang è spesso raccontata come una città monumentale costruita per celebrare il potere. Quanto l’architettura e l’urbanistica riflettono l’ideologia del regime nordcoreano?
«Dobbiamo immaginare la Corea del Nord come una sorta di sistema solare. Io dico sempre che Pyongyang è il sole. È il corpo centrale, l’epicentro dal quale si irradia tutta la novità politica ed economica prodotta dal governo.
Pyongyang è quindi il sole, mentre tutto il resto del paese può essere visto come una serie di pianeti che ruotano attorno a questo centro. Quando c’è una novità, quando viene introdotto un cambiamento, questo nasce quasi sempre a Pyongyang e solo successivamente si diffonde nel resto del paese. Questo vale in generale, ma vale ancora di più in ambito politico.
In realtà, tutta la Corea del Nord può essere immaginata come una sorta di grande “set” costruito per celebrare il sistema politico al potere. Per spiegarmi meglio: a Pyongyang c’è la grande piazza monumentale, Piazza Kim Il-sung, dove si tengono le grandi parate militari e le celebrazioni ufficiali. È lì che il leader si affaccia per i discorsi durante le ricorrenze più importanti e dove si riunisce l’élite del governo.
Questa piazza non ha nulla di quello che noi immaginiamo quando pensiamo a una piazza occidentale. Non ci sono panchine, non ci sono alberi per fare ombra, non ci sono negozi, bar o ristoranti, né vie dello shopping. È uno spazio enorme, quasi vuoto, progettato esclusivamente per le celebrazioni politiche. In questo senso ricorda un po’, in scala più piccola, Piazza Tiananmen.
Qui apro una parentesi che per me è importante: io preferisco parlare di governo e non di “regime”. Lo faccio per un motivo semplice. Non voglio né esaltare né combattere il sistema politico nordcoreano; il mio obiettivo è raccontarlo nel modo più oggettivo possibile. Il termine “regime”, nella nostra cultura politica, ha già una connotazione negativa molto forte. Io invece cerco di adottare un approccio più analitico, quasi accademico, che vada oltre la semplice narrazione giornalistica basata sullo schema bene-male o buono-cattivo. Per questo preferisco usare il termine governo.
Piazza Kim Il-sung è l’emblema di questa rappresentazione del potere politico nordcoreano. Lo stesso discorso vale per le statue monumentali dei leader storici, come Kim Il-sung e Kim Jong-il, e, secondo alcune notizie recenti, anche per una possibile statua dell’attuale leader Kim Jong-un.
Ma non ci sono solo le statue. Ci sono mosaici, affreschi, quadri, murales. Ci sono anche le spille che i cittadini portano sugli abiti con l’immagine dei leader. All’interno di quasi ogni spazio, pubblico o privato, si trovano i ritratti dei leader del passato. In altre parole, la presenza politica è ovunque: è una sorta di ombra costante nella vita quotidiana.
Anche l’urbanistica e le infrastrutture riflettono questa logica. Le strade di Pyongyang sono enormi, molto più larghe di quanto sarebbe necessario considerando il traffico reale, che pure negli ultimi anni è aumentato ma non è paragonabile a quello di città come Pechino, Mumbai o Los Angeles.
La ragione è semplice: quelle strade servono per le parate militari, per il passaggio dei carri armati e per le grandi celebrazioni ufficiali. In altre parole, gran parte della struttura urbana è pensata anche in funzione della rappresentazione del potere politico.
C’è poi un ultimo aspetto molto interessante. Quando ti trovi a Pyongyang – ma in realtà anche in altre città nordcoreane – hai la sensazione di non contare nulla, di essere minuscolo rispetto allo spazio che ti circonda. Ti senti quasi smarrito dentro questa monumentalità enorme, a volte persino esagerata.
Se sei in mezzo alla piazza, ti rendi conto di essere piccolissimo rispetto agli edifici giganteschi che la circondano: ministeri enormi, costruzioni monumentali con dimensioni quasi sproporzionate. È un’architettura pensata proprio per trasmettere l’idea della grandezza dello Stato e, allo stesso tempo, della piccolezza dell’individuo.
Lo stesso effetto lo si prova davanti alle grandi statue in bronzo di Kim Il-sung e Kim Jong-il: sono immense, mentre chi le osserva appare minuscolo. Anche questo è un modo, molto potente dal punto di vista simbolico, per celebrare il potere politico e rafforzarne la presenza nello spazio pubblico».

Quanto è possibile cogliere la vita quotidiana dei cittadini in un contesto così controllato e fortemente mediato dalla propaganda?
«E’ chiaro che in Corea del Nord esiste molta propaganda. Esiste anche una sorta di muro – anzi, più di un muro – che separa il visitatore straniero dalla vera quotidianità dei cittadini. Tuttavia questa impermeabilità non è totale, non esiste al cento per cento, nemmeno in Corea del Nord.
Cosa voglio dire? Voglio dire che, alla fine, la quotidianità riesci comunque a scorgerla. Riesci a intravedere alcuni aspetti della vita di tutti i giorni, magari piccoli dettagli. Poi, naturalmente, entra in gioco l’abilità del giornalista o dell’osservatore: bisogna saper fare collegamenti, cercare di capire cosa c’è dietro ciò che ti viene mostrato.
Detto questo, io personalmente non ho mai percepito tutto questo grande “set teatrale” di cui a volte si parla. Ho letto racconti di persone che sostengono di essere state portate in luoghi dove sembrava quasi che ci fossero comparse o attori che fingessero di vivere una vita quotidiana davanti ai visitatori. Io, sinceramente, una cosa del genere non l’ho mai vista né percepita.
Quello che ho visto, invece, è stata una quotidianità – come racconto anche nel libro – che è semplicemente quella nordcoreana. Una quotidianità diversa da quella di Milano, di una città cinese, indiana o americana. È una quotidianità che deve fare i conti con la cultura locale, con il sistema politico del paese, con tutte le regole e le misure che esistono lì.
Ovviamente, per noi occidentali molte di queste cose possono risultare difficili da comprendere o da accettare. Ma in realtà non ha nemmeno molto senso fare paragoni: sarebbe come confrontare il giorno con la notte.
Se si vuole osservare questa quotidianità nordcoreana, la si può notare. Se una persona riesce ad andare nel paese e ha davvero voglia di capire cosa succede dietro la cortina di propaganda – e, in parte, anche dietro quella di marketing, perché è evidente che il paese vuole mostrare ai visitatori il meglio di sé – allora qualche elemento lo si riesce a cogliere.
È chiaro che il viaggio non è libero come in altri paesi. Non è che ti svegli la mattina, prenoti su Booking.com, prendi un volo, arrivi a Pyongyang e poi fai quello che vuoi. Il percorso è controllato e organizzato.
Per questo motivo i visitatori vengono accompagnati in luoghi che lo Stato considera importanti dal punto di vista storico, politico o simbolico. Sono luoghi scelti dal governo, naturalmente. Però esiste anche una certa possibilità di dialogo: si può chiedere di vedere qualcosa di diverso, si può provare a visitare altri luoghi. A volte questa richiesta viene accolta, altre volte no. C’è sempre una sorta di negoziazione.
In ogni caso, se una persona è davvero interessata a capire cosa c’è oltre la propaganda, può provare a farlo. Non è facile, è un esercizio complesso, ma qualche elemento della realtà quotidiana si riesce comunque a intravedere. Se invece si arriva lì senza voler osservare davvero, aspettandosi che sia il paese stesso a rivelare spontaneamente tutto ciò che normalmente tende a nascondere, allora è inevitabile restare delusi. Perché, ovviamente, la propaganda esiste. E quando si torna a casa si rischia di dire semplicemente: “Lì c’è solo propaganda”. Ma la realtà, come spesso accade, è un po’ più complessa di così».

Nel racconto occidentale la Corea del Nord è spesso ridotta a stereotipi. Scrivendo questo libro ha cercato anche di mettere in discussione alcune narrazioni dominanti?
«Nel mio lavoro ho cercato di mettere in discussione molte delle narrazioni occidentali sulla Corea del Nord che si sono consolidate nel corso degli anni. Parliamo di circa quindici anni, da quando mi occupo di questo tema. L’ho fatto non perché voglia andare controcorrente a priori o perché voglia esaltare la Corea del Nord – cosa che non ho mai fatto – ma per un motivo molto semplice: il mio approccio è soprattutto accademico, oltre che giornalistico.
Questo significa che cerco di analizzare il fenomeno senza partire da giudizi morali precostituiti. Non mi interessa dividere la realtà tra bello e brutto, buono e cattivo. Questo tipo di schema esiste già nel dibattito pubblico e nei commenti giornalistici più immediati. Il mio obiettivo, invece, è cercare di osservare l’oggetto di studio in maniera il più possibile neutra e analitica.
Non dirò quindi che la Corea del Nord rappresenta il male assoluto sulla Terra mentre noi rappresentiamo il paradiso terrestre. È evidente che esistono differenze profonde tra il nostro sistema di valori e quello nordcoreano, e che ci sono divari molto grandi tra le nostre società. Ma quando si vuole fare ricerca, soprattutto su temi così complessi e lontani culturalmente, è importante cercare di analizzare il fenomeno in termini il più possibile oggettivi.
Questo è il primo punto: un approccio metodologico che ho scelto di adottare proprio perché si tratta di un tema delicato e spesso raccontato in maniera superficiale.
Il secondo punto riguarda il modo in cui il giornalismo, a volte, tratta la Corea del Nord. Non tutti sono preparati ad affrontare questo argomento in modo approfondito. Non si può parlare seriamente della Corea del Nord senza conoscere il contesto storico, culturale e politico del paese. Serve studio, serve un percorso di conoscenza.
Capita invece spesso di sentire racconti sensazionalistici: notizie secondo cui Kim Jong-un avrebbe punito la nazionale di calcio perché ha perso una partita, oppure storie secondo cui avrebbe fatto uccidere un parente in modi bizzarri o crudeli, o ancora divieti assurdi attribuiti allo Stato. Molte di queste storie sono esagerazioni, nate da un mix di scarsa conoscenza del contesto e dalla tendenza mediatica a rendere le notizie più spettacolari di quanto siano in realtà. Naturalmente non tutto il giornalismo è così. Esistono anche molti studiosi, corrispondenti e giornalisti seri in tutto il mondo che raccontano la Corea del Nord con equilibrio e senza ricorrere al sensazionalismo. Però bisogna riconoscere che, almeno in alcuni contesti – soprattutto in Italia negli ultimi anni, dopo la pandemia e con la guerra in Ucraina – il livello di semplificazione e di caricatura è cresciuto molto.
A volte si finisce per parlare della Corea del Nord quasi come se fosse un luogo irreale, una sorta di “paese dei balocchi” distorto, e Kim Jong-un viene trasformato quasi in un meme. Questo non aiuta a capire il paese.
Nel libro cerco proprio di smontare queste narrazioni semplificate, per restituire un’immagine più realistica della Corea del Nord. Non lo faccio per difendere o esaltare il sistema politico nordcoreano – e ci tengo molto a sottolinearlo, perché su questo punto ho ricevuto anche molte critiche – ma perché, se si vuole capire davvero cosa fa e cosa potrebbe fare la Corea del Nord nel futuro, bisogna prima di tutto studiarla e comprenderla nei termini più realistici possibili.
Solo partendo da un’analisi seria del paese – dal punto di vista politico, istituzionale, militare e culturale – è possibile provare a capire come funziona davvero lo Stato nordcoreano e quali potrebbero essere le sue scelte nei prossimi anni».

Dopo aver studiato e raccontato Pyongyang, quale aspetto della Corea del Nord ritiene sia ancora più frainteso dall’opinione pubblica occidentale?
«La Corea del Nord è spesso fraintesa dal mondo occidentale. In realtà, però, non è solo la Corea del Nord a essere fraintesa: è un po’ tutta l’Asia. Sono fraintesi il Giappone, la Cina, l’India, la Corea del Sud. In generale, è l’intero continente asiatico a essere spesso raccontato in maniera superficiale o distorta.
La Corea del Nord, però, merita una menzione speciale – insieme alla Cina – perché presenta alcune caratteristiche che la rendono ancora più facile da travisare. La differenza principale è che la Corea del Nord è un paese molto chiuso: non è un luogo dove puoi andare liberamente e fare quello che vuoi, come succede in altri paesi. Proprio per questo, qualcuno si prende anche la libertà di inventare o di esagerare quello che accade al suo interno.
Questo è un errore molto serio, perché alimenta tutte quelle narrazioni stereotipate di cui parlavo prima. Tuttavia, il problema non riguarda solo la Corea del Nord: riguarda più in generale il modo in cui l’Occidente racconta l’Asia. Spesso chi parla di questi paesi lo fa senza conoscerli davvero, restando nel proprio ufficio, nella propria redazione o nella propria casa, magari in Italia o comunque in Occidente.
A volte capita che si parli della società cinese da una redazione europea, del Giappone da una redazione a Singapore o della Corea del Nord da Hanoi. Questo non significa automaticamente che il lavoro sia sbagliato, ma è chiaro che c’è una differenza tra chi parla di un paese perché ci è stato, perché lo studia da anni, perché lo vive o lo ha vissuto, e chi invece ne parla solo occasionalmente.
Un giornalista può anche scrivere di molti argomenti diversi, ma bisogna essere consapevoli che il livello di profondità non può essere lo stesso per tutti. Se una persona è specializzata nello studio dell’Asia – e magari ha dedicato anni alla Corea del Nord – è inevitabile che riesca a produrre un lavoro più dettagliato e più preciso rispetto a chi si occupa di molti temi diversi senza approfondirli davvero.
Questo è un punto molto importante. Se guardiamo chi parla della Corea del Nord nei media, spesso non troviamo veri specialisti dell’area. E anche qui bisogna fare una precisazione: l’espressione “esperto di Asia” è un po’ generica, perché l’Asia è enorme. Può funzionare come definizione nel contesto italiano, ma in realtà esistono specialisti di Cina, specialisti della Corea del Nord, studiosi del Giappone, e così via.
Insomma, parlare di questi paesi richiede conoscenze specifiche e un lavoro di studio serio, altrimenti si rischia facilmente di cadere nelle semplificazioni e nei cliché che spesso caratterizzano il racconto occidentale dell’Asia».

Cos’è l’ideologia Juche?
«La Juche è, in sostanza, l’ideologia che alimenta il carburante su cui si regge tutto il sistema politico, economico, militare e culturale della Corea del Nord.
Spiegarla davvero nel dettaglio richiederebbe quasi un libro a parte, perché al suo interno concentra moltissimi elementi filosofici e anche una serie di concetti che, dal nostro punto di vista occidentale, possono sembrare poco chiari o addirittura inutili. Se una persona prendesse in mano i testi nordcoreani che parlano di Juche, probabilmente avrebbe l’impressione di trovarsi davanti a discorsi molto astratti, quasi incomprensibili.
In realtà, se dobbiamo introdurre il concetto a un pubblico più generalista, possiamo dire che il Juche è una sorta di miscela di diversi elementi politici e culturali. Al suo interno si trovano influenze che ricordano il Comunismo, il Socialismo, ma anche alcuni aspetti che richiamano una forma di etica quasi morale o spirituale, che qualcuno ha paragonato perfino a un certo pietismo di tradizione cristiana.
In altre parole, è come se fosse un grande “frullatore ideologico” che mette insieme diverse tradizioni politiche e culturali, rielaborandole però in una forma specifica, adattata alla realtà nordcoreana. Nel libro ho cercato di spiegare in modo più dettagliato che cosa si intenda esattamente per Juche, riportando una definizione più accurata e completa di questa ideologia».

Accanto a Kim Jong Un è importante sottolineare anche la figura della sorella Ki Yo Jong. Che ruolo ha e soprattutto sarà lei l’erede?
«Noi non sappiamo chi sarà l’erede di Kim Jong-un per due ragioni principali.
La prima è molto semplice: non ce lo verranno certo a dire. In paesi come la Corea del Nord, ma in parte anche nella Cina, i processi di successione sono dinamiche politiche interne che restano all’interno del sistema di potere e non entrano nel dibattito pubblico. Non troverai mai un giornale che discute apertamente del cambio generazionale nella leadership. Sono pratiche politiche pensate proprio per rimanere nell’ombra.
Il secondo motivo è che Kim Jong-un è ancora molto giovane. Non conosciamo con precisione la sua età, ma sappiamo che ha meno di quarant’anni. Parlare già adesso del suo successore è quindi un po’ prematuro. Anche nelle democrazie occidentali, quando un presidente o un leader politico è in carica per cinque o sei anni, difficilmente si discute subito di chi lo sostituirà. E questo nonostante molti leader occidentali abbiano settant’anni o più. Quindi viene spontaneo chiedersi: perché dovremmo già discutere del successore di un leader che ha tra i trentacinque e i quarant’anni?
Certo, qualcuno potrebbe dire che è una questione di stabilità del sistema: se dovesse succedere qualcosa al leader, il paese dovrebbe comunque avere un meccanismo di continuità. Ed è vero. Non è che, se domani venisse meno Kim Jong-un, l’intero sistema politico nordcoreano crollerebbe automaticamente. Il sistema ha già costruito nel tempo degli “anticorpi”, cioè delle strutture interne capaci di garantire una certa continuità.
Ma chi potrebbero essere, concretamente, i possibili successori? È molto difficile dirlo.
Spesso si cita Kim Yo-jong, la sorella di Kim Jong-un. Sicuramente è una figura molto influente all’interno del sistema politico nordcoreano e oggi è probabilmente una delle persone più potenti intorno al leader. Tuttavia, personalmente faccio fatica a immaginarla come successore diretta. Piuttosto la vedo come una figura che lavora dietro le quinte, una sorta di “deus ex machina” della politica nordcoreana: qualcuno che prepara il terreno, che gestisce gli equilibri interni, quasi una figura alla Rasputin dei grandi leader, più che una leader in prima persona.
Allo stesso modo, non credo che al momento si possa parlare seriamente neppure della figlia di Kim Jong-un, spesso citata dai media. La ragazza – che secondo alcune ricostruzioni si chiamerebbe Kim Ju-ae – è stata molto esposta dai giornali negli ultimi tempi, ma stiamo parlando comunque di una ragazzina di tredici o quattordici anni. Dire che sia stata “scelta” come futura leader è un’esagerazione. È più probabile che venga mostrata in pubblico anche per normalizzare l’immagine della leadership, per presentare Kim Jong-un come una figura familiare, un padre con dei figli.
Se un giorno dovessimo davvero parlare di una successione dinastica, è più probabile che il ruolo ricada su eventuali figli maschi di Kim Jong-un, che finora non sono stati mostrati pubblicamente durante cerimonie ufficiali. Anche per una questione di tradizione politica e culturale, la figura maschile resterebbe l’ipotesi più probabile.
Detto questo, al momento si tratta soltanto di ipotesi: non abbiamo informazioni concrete su chi potrebbe essere il futuro successore».

Quale futuro per la Corea del Nord?
«Il futuro della Corea del Nord è difficile da prevedere, perché ci sono moltissime variabili in gioco. In uno dei miei libri dedicati al paese – “Corea del nord. Viaggio nel paese-bunker” – avevo provato a delineare alcuni possibili scenari futuri.
Il primo scenario è quello di una trasformazione graduale: riforma dopo riforma, anno dopo anno, la Corea del Nord potrebbe evolvere verso un modello simile a quello della Cina. In questo caso diventerebbe, per così dire, una “piccola Cina”, seguendo un percorso di apertura economica controllata, con Kim Jong-un in un ruolo paragonabile – con tutte le cautele del caso – a quello che Deng Xiaoping ebbe nelle riforme cinesi. Naturalmente è un paragone da prendere con molta prudenza, ma serve per rendere l’idea.
Il secondo scenario immagina invece una Corea del Nord che diventa una sorta di “piccola Singapore”. In questo caso il paese punterebbe soprattutto su sviluppo tecnologico, crescita economica e formazione di una nuova élite tecnocratica. Col tempo questa élite potrebbe anche prendere le distanze da parte dell’eredità ideologica più rigida del passato socialista e comunista, costruendo uno Stato molto efficiente dal punto di vista economico e amministrativo. È uno scenario affascinante, ma difficile da realizzare, perché la Corea del Nord resta un paese fortemente isolato e sottoposto a numerose sanzioni internazionali.
Il terzo scenario è quello di un’evoluzione simile al modello del Vietnam. Il Vietnam non è né la Cina né Singapore, ma rappresenta comunque un esempio interessante: un paese che si apre gradualmente al mondo e all’economia globale, mantenendo però il proprio sistema politico. In questo senso, la Corea del Nord potrebbe intraprendere un percorso simile, introducendo cambiamenti economici senza trasformare radicalmente la struttura del potere.
Esiste poi una quarta possibilità, decisamente più problematica: un’implosione interna del sistema. In questo scenario potremmo assistere a un crollo politico o a un grave peggioramento della situazione economica. Se il sistema nordcoreano dovesse davvero collassare, sarebbe molto difficile prevedere cosa accadrebbe dopo. Potrebbero emergere nuove figure di potere, magari militari, o fazioni interne che cercherebbero di prendere il controllo del paese.
Il problema è che la Corea del Nord possiede anche armi nucleari. Se il sistema attuale dovesse disgregarsi, non sappiamo chi potrebbe prendere il controllo di quell’arsenale. All’interno del paese esistono infatti diverse correnti, tra cui gruppi più duri e aggressivi – i cosiddetti “falchi”. Se queste componenti dovessero perdere il potere o entrare in conflitto con altre fazioni, la situazione potrebbe diventare estremamente instabile».


Foto copertina: Città di Pyongyang capitale della Corea del Nord