Filosofi e tiranni: intervista a Giorgio Arfaras

Filosofi e tiranni - Giorgio Arfaras
Filosofi e tiranni - Giorgio Arfaras

Governare l’incertezza: “Filosofi e tiranni” di Giorgio Arfaras tra crisi dell’ordine liberale e ritorno dello Stato.


Nel dibattito contemporaneo sulla crisi dell’ordine liberale, il volume Filosofi e tiranni di Giorgio Arfaras (Paesi Edizioni, acquista qui) si distingue per un approccio che intreccia storia economica, teoria politica e realismo decisionale. L’autore propone una lettura non convenzionale delle trasformazioni che hanno attraversato il capitalismo occidentale dall’Ottocento a oggi, evitando tanto il determinismo ideologico quanto le semplificazioni correnti sul rapporto tra Stato, mercato e democrazia.

Giorgio Arfaras dal 1982 al 2007 ha lavorato nell'industria e nella finanza: prima alla Pirelli – ufficio studi, direzione strategie, segreteria della presidenza e direzione finanziaria; poi alla Prime, come analista sui titoli italiani ed europei e quindi come gestore; infine, al Credit Suisse (Italy), sempre come gestore. Dal 1993 al 1995 ha collaborato alla stesura del Rapporto trimestrale di Prometeia. Nel 2007 ha scritto Il grand'ammiraglio Zheng He e l'economia globale e fondato la casa di ricerca Occamrazor. Collabora a giornali e riviste. Dal 2009 al 2020 è stato direttore della Lettera Economica del Centro Einaudi.
Giorgio Arfaras dal 1982 al 2007 ha lavorato nell’industria e nella finanza: prima alla Pirelli – ufficio studi, direzione strategie, segreteria della presidenza e direzione finanziaria; poi alla Prime, come analista sui titoli italiani ed europei e quindi come gestore; infine, al Credit Suisse (Italy), sempre come gestore. Dal 1993 al 1995 ha collaborato alla stesura del Rapporto trimestrale di Prometeia. Nel 2007 ha scritto Il grand’ammiraglio Zheng He e l’economia globale e fondato la casa di ricerca Occamrazor. Collabora a giornali e riviste. Dal 2009 al 2020 è stato direttore della Lettera Economica del Centro Einaudi.

Il punto di partenza è una diagnosi ormai condivisa ma qui rielaborata con originalità: le democrazie liberali sono strette tra una duplice pressione, interna ed esterna. Da un lato, l’ascesa del populismo, alimentato da fratture sociali e percezioni di ingiustizia; dall’altro, la competizione sistemica con regimi autoritari più assertivi. Tuttavia, Arfaras invita a diffidare delle spiegazioni monocausali: la narrazione della “rivolta contro le élite”, fondata sull’esplosione delle disuguaglianze, è solo una delle chiavi interpretative possibili.

Accanto a essa, l’autore valorizza una lettura alternativa: quella di una trasformazione trainata dall’emergere di un nuovo ceto medio legato all’economia della conoscenza. In questo contesto, la frattura sociale non si gioca tanto tra capitale e lavoro, quanto tra diversi livelli di qualificazione. Ne deriva una tesi cruciale: il problema non è semplicemente l’eguaglianza, bensì la mobilità sociale, oggi compromessa dalla polarizzazione delle competenze.

Dal punto di vista storico, il volume si articola lungo alcune grandi cesure: la crisi degli anni Trenta come punto di rottura del capitalismo liberale ottocentesco; la stagione dei “Trenta Gloriosi” come fase di legittimazione del welfare state; la stagflazione degli anni Settanta come crisi di quel modello; infine, l’affermazione del paradigma neoliberale e della globalizzazione. La ricostruzione culmina nel presente, segnato dalla crisi finanziaria del 2008 e dalla pandemia, che hanno riportato lo Stato al centro della scena economica, non solo come regolatore ma come attore diretto.

È tuttavia nella riflessione teorica sul rapporto tra conoscenza e potere che il libro offre il contributo più originale. Arfaras demolisce, con argomentazione lucida, il mito del “governo dei filosofi”. La distinzione tra ricerca della verità e esercizio del governo diventa centrale: la prima tende a costruire sistemi coerenti e universali, il secondo è costretto a confrontarsi con l’incertezza, il conflitto e la contingenza. In questo senso, il riferimento alla celebre distinzione tra “known unknowns” e “unknown unknowns” diventa una metafora efficace della condizione decisionale nella politica contemporanea.

Il governo, suggerisce l’autore, non può essere ridotto all’applicazione di principi astratti: è un processo non lineare, esposto a shock, resistenze e deviazioni. Le politiche economiche – dalla flessibilità del lavoro al controllo del debito, dalla regolazione degli oligopoli alla stabilità dei prezzi – non producono effetti univoci e spesso generano conseguenze inattese. Ne emerge una visione profondamente anti-dogmatica, che invita a considerare ogni soluzione come contingente e reversibile.

Sul piano geopolitico, il volume amplia lo sguardo includendo fenomeni quali la trasformazione delle catene energetiche, il declino imperiale britannico compensato dal primato finanziario, e il ruolo di modelli alternativi di sviluppo, inclusi quelli nati in contesti post-coloniali. Interessante è anche il richiamo a forme ibride in cui economia e sovranità si sovrappongono, evocando analogie con esperienze storiche come quelle delle grandi compagnie commerciali.
In conclusione, Filosofi e tiranni è un’opera che spazia tra l’economia politica e la teoria della decisione pubblica. Il suo messaggio è chiaro: la crisi dell’ordine liberale non si supera con ricette ideologiche, ma con un recupero di pragmatismo e capacità adattiva. In un’epoca segnata dall’incertezza strutturale, governare significa accettare la complessità, non negarla.

Intervista all’autore

Nel libro lei contrappone mobilità sociale ed egualitarismo: quali politiche concrete ritiene più efficaci oggi per ricostruire la mobilità nelle economie avanzate?
«Per mobilità sociale si dovrebbe intendere quella degli individui-famiglie che ascendono o discendono nel corso del tempo. Una società in grande trasformazione spalanca la strada per entrambe le direzioni. Oggi abbiamo l’ascesa degli specialisti STEM e la discesa dei portatori dei saperi tradizionali. Quando si afferma che bisognerebbe ripristinare la mobilità sociale, si intende, solitamente, che tutti dovrebbero ascendere. Il che può avvenire solo in una società non solo che cresce ma anche che sono richiesti tutti i diversi (quindi i vecchi e i nuovi) saperi. Il che configge con l’esperienza storica e con quello che si può immaginare. La soluzione è quindi quella che si lasci via libera alle trasformazioni, intanto che si usa la fiscalità per dirottare parte delle risorse dai beneficiari per alzare il tenore di vita dei penalizzati. In questo modo non solo non si frena lo sviluppo ma si ha anche un consenso politico».

La sua analisi ridimensiona il ruolo delle disuguaglianze come causa del populismo. Quali sono, allora, i fattori decisivi che spiegano la crisi di consenso delle democrazie liberali?
«Nel Secondo dopoguerra la grande crescita economica ha finanziato la nascita e l’affermazione dello Stato Sociale.  Da un certo momento in poi la crescita si ferma e il finanziamento “facile” si arresta. Nasce allora il ciclo dei diritti civili che non solo sono “giusti” ma che non costano quanto le pensioni, la sanità, l’istruzione. Lo Stato Sociale si completa economicamente e civilmente, seppure in misura diversa nei paesi di democrazia liberale. Questo completamento riduce in notevole misura le grandi diseguaglianze esistite fino al Secondo Guerra. Nel mondo di oggi le diseguaglianze sono un cosa ben diversa da quelle di ieri. Non abbiamo avuto solo un meccanismo molto dinamico (centrato sulla demografia, sull’istruzione, sulle innovazioni diffuse) che si è esaurito. Abbiamo avuto anche un distacco crescente dei cittadini da un sistema politico che è diventato più complesso perché molto più globale, mentre distribuisce meno risorse. E distribuisce meno risorse anche perché parte della manifattura è emigrata verso i Paesi terzi, intanto che parte della manodopera arriva dai Paesi terzi. Questa lunga marcia attraverso le “benedizioni” del progresso viene ostacolata dalla “gente comune”, dalla non-élite, che vede il progresso come destabilizzante in campo occupazionale, nei rapporti fra i sessi, e come attentato all’identità con l’arrivo dei migranti».

Lei sostiene che il filosofo, una volta al potere, finirebbe per ragionare come il “tiranno”. Questo implica che non esistano principi normativi stabili per il buon governo?
«I principi normativi non c’entrano. Il sapere di chi governa (il “tiranno”) deve essere duttile, deve adeguarsi alle circostanze che quasi sempre non si conoscono. Il sapere di chi non governa (il “filosofo”) deve, se vuole governare, diventare duttile, deve adeguarsi alle circostanze che quasi sempre non si conoscono. Il sapere “aprioristico” non ha così un gran ruolo».

Il ritorno dello Stato dopo la crisi finanziaria e la pandemia è destinato a consolidarsi o si tratta di una fase temporanea destinata a ridimensionarsi?
«La crisi finanziaria e poi la pandemia hanno mostrato come un’economia senza un intervento esterno come quello pubblico, quando va in crisi rischia di non riprendersi, o di riprendersi dopo molto tempo. In  questo modo si avrebbero dei costi oltre che economici anche politici insostenibili. Oltre agli interventi “una tantum”, che sono necessari, o, se si preferisce, che non possono essere evitati, abbiamo da qualche tempo in misura crescente anche quelli detti “strutturali”, volti alla riorganizzazione militare, a forzare l’adozione di nuove tecnologie, e via dicendo. L’idea di un mondo “piatto” senza scontro fra potenze, dove il mercato regola tutto, possiamo dire che sia tramontata. Messo che sia mai esistita come un qualche cosa di reale».

Nel suo excursus storico emergono cicli di espansione e crisi dei modelli economici. Ritiene che il paradigma neo liberale sia definitivamente superato o stia semplicemente evolvendo?
«Quello detto neo liberale è durato qualche decennio, dagli anni Ottanta dello scorso millennio fino al primo decennio di questo. E poi solo in pochi Paesi. Insomma è durato trenta anni, come quello precedente, quello detto “keynesiano”, che era durato dalla fine della Seconda Guerra fino agli anni Settanta. Assistiamo al giorno d’oggi a una commistione di intervento statale volto a promuovere la sovranità e di mercati reali e finanziari che si concentrano in poche imprese».

L’economia della conoscenza produce una nuova stratificazione sociale. Quali rischi politici intravede se questa frattura tra lavoratori ad alta e bassa qualificazione dovesse ampliarsi ulteriormente?
«Nella società aristocratica si sapeva che la posizione nella gerarchia, almeno per chi ereditava una posizione, non aveva molto a che fare con il «merito”. Chi «stava in alto» poteva persino provare della compassione per chi «stava in basso». O meglio, sapeva che non era lì per un «demerito», ma per una sorta di destino. Nella società della conoscenza potrebbe prevalere l’idea che chi «sta in basso» merita la posizione inferiore, perché non si è impegnato abbastanza negli studi e nel lavoro. E dunque potrebbe prevalere una cultura con una compassione ridotta al minimo, perché il «demerito» è all’origine della sfortuna delle persone».


Foto: copertina Filosofi e tiranni