La leva di Washington: come gli Stati Uniti puntano sulla resistenza curda per alimentare il dissenso e destabilizzare l’Iran.
A cura di Alessia Tolu
Mentre Teheran è impegnata nel confronto con le potenze occidentali, a livello interno deve fare i conti con tensioni e opposizioni. In questo contesto è importante considerare il ruolo delle minoranze etniche presenti nel paese, che contribuiscono ad alimentare l’instabilità politica interna attraverso rivendicazioni di autonomia o indipendenza regionale[1].
Tra queste, la comunità curda è un attore particolarmente significativo perché storicamente ha rappresentato una sfida per il governo centrale. Insieme ai beluci, i curdi sono tra quelli che hanno subito più duramente la repressione da parte della Repubblica Islamica.
Negli ultimi anni il cosiddetto fattore curdo è diventato uno degli elementi chiave nella geopolitica del Medio Oriente, soprattutto dopo la guerra contro lo Stato Islamico (ISIS), che ha contribuito ad aumentare la visibilità e la rilevanza politica dei movimenti curdi nella regione. Tuttavia, rispetto ai curdi presenti in Turchia, Iraq e Siria, i curdi iraniani hanno ricevuto storicamente minore attenzione dalla comunità internazionale[2], sebbene rappresenti da anni uno dei principali centri di opposizione al regime di Teheran. Attualmente i curdi iraniani occupano una posizione strategica nella regione: costituiscono infatti il secondo insediamento curdo più grande del Medio Oriente e rappresentano uno dei gruppi etnici più numerosi dell’Iran. Inoltre, sono spesso descritti dagli analisti[3] come una comunità caratterizzata da un alto livello di mobilitazione politica e da una significativa capacità organizzativa[4].
In questo contesto si inserisce la nascita della coalizione ei partiti politici del Kurdistan iraniano, nota come Kurdistan Alliance, che rappresenta uno dei più recenti tentativi di consolidare l’opposizione curda al regime iraniano. La coalizione riunisce diversi movimenti politici e militanti, tra cui il Kurdistan Freedom Party (PAK), il Party for a Free Life in Kurdistan (PJAK), il Democratic Party of Iranian Kurdistan (PDKI), l’organizzazione Xebat e una fazione del movimento Komala.
La coalizione è stata annunciata ufficialmente il 22 febbraio 2026 con il chiaro obiettivo di coordinare l’opposizione al governo della Repubblica Islamica approfittando delle proteste interne del paese e della crisi politica in corso per indebolire il regime e ottenere l’indipendenza regionale[5]. Gli Stati Uniti avrebbero manifestato interesse verso questa coalizione, considerandola un potenziale interlocutore e un possibile alleato strategico nel tentativo di esercitare pressione sul regime iraniano[6].
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Contesto storico della questione curda in Iran
La questione curda in Iran ha radici profonde e si intreccia con la lunga storia di tensioni legate al riconoscimento delle minoranze etniche all’interno dello Stato iraniano. Gli sviluppi più recenti rappresentano, in larga misura, la naturale prosecuzione della lunga storia di resistenza e rivendicazione politica del popolo curdo nel paese.
La popolazione curda in Iran costituisce circa il 10–15% della popolazione totale e risiede principalmente nelle province dell’Azerbaigian Occidentale, del Kurdistan e di Kermanshah, un’area che i curdi definiscono spesso “Kurdistan orientale”. Nonostante alcune affinità storiche e culturali con il resto della popolazione iraniana, i curdi hanno mantenuto nel tempo una forte identità linguistica, culturale e religiosa[7].
Fin dall’ascesa al potere dello scià Reza Shah Pahlavi negli anni Venti del Novecento, le autorità centrali hanno percepito il nazionalismo curdo come una potenziale minaccia all’unità dello Stato, attuando politiche di repressione politica e culturale e un forte controllo militare.
Negli anni Settanta e Ottanta il Kurdistan iraniano divenne uno dei principali teatri di mobilitazione politica e di conflitto armato. Durante la rivoluzione islamica del 1979, diversi gruppi curdi cercarono di ottenere maggiore autonomia politica. Tuttavia, le richieste furono respinte dal nuovo governo, provocando scontri armati tra le forze curde e l’esercito iraniano.
Nel panorama politico curdo in Iran si distinguono oggi tre principali correnti. La prima è rappresentata dalle forze nazionaliste di orientamento più conservatore, guidate dal Kurdistan Democratic Party of Iran (KDPI). La seconda è legata alla tradizione della sinistra curda e combina elementi del pensiero marxista con il nazionalismo curdo, ed è rappresentata dal Komala. La terza corrente, spesso definita “neo-rivoluzionaria”, è influenzata dalle idee politiche del leader del Kurdistan Workers’ Party (PKK), Abdullah Öcalan, ed è rappresentata dal Free Life Party of Kurdistan (PJAK)[8].
Non è la prima volta che gli Stati Uniti cercano il sostegno delle fazioni curde. Fin dai tempi della Guerra fredda, la questione curda è stata più volte utilizzata come leva geopolitica per contrastare regimi ritenuti ostili nella regione, primo fra tutti quello iraniano, ma anche per combattere minacce comuni come lo Stato Islamico[9]. Tuttavia, i movimenti curdi hanno spesso mostrato cautela nei confronti di un eventuale sostegno esterno. L’appoggio americano, nel corso degli anni, è stato spesso incostante e fondato prevalentemente su alleanze tattiche. In più occasioni, infatti, il sostegno di Washington è venuto meno nel momento in cui gli interessi strategici della Casa Bianca cambiavano o si spostavano altrove[10].
Attualmente, hanno posto due condizioni principali prima di impegnarsi in qualsiasi cooperazione con gli Stati Uniti sulla questione iraniana. La prima riguarda la chiarezza sugli obiettivi strategici di Washington, ossia se l’intento sia il rovesciamento del regime o semplicemente il contenimento del programma nucleare iraniano. La seconda riguarda la credibilità del sostegno americano alla causa curda, poiché storicamente molti movimenti curdi hanno percepito gli Stati Uniti come un alleato incostante, incline ad abbandonare i propri partner una volta raggiunti i propri obiettivi strategici[11].
Intervento via terra delle truppe curde sostenute dagli USA
Sulla scia degli ultimi avvenimenti, che vedono contrapposti da una parte Teheran e dall’altra Stati Uniti e Israele in una massiccia escalation militare che coinvolge l’intero Medio Oriente, nella giornata del 4 marzo alcuni media, soprattutto israeliani, hanno diffuso la notizia di una possibile offensiva via terra contro il regime di Teheran da parte dei combattenti curdi[12].
Secondo alcune fonti governative, la CIA starebbe collaborando con i curdi in vista di un potenziale arruolamento e della creazione di un’offensiva popolare contro il nemico comune. La notizia è stata tuttavia smentita nel giro di poche ore dai partiti curdi iraniani appartenenti alla neonata coalizione. Questo non ha comunque impedito i bombardamenti americani lungo il confine con l’Iran che, secondo quanto annunciato dall’amministrazione statunitense, sarebbero serviti a preparare il terreno per una possibile cooperazione con le fazioni curde.
L’obiettivo dell’amministrazione americana, sarebbe quello di conquistare, grazie al supporto delle milizie curde, una porzione di territorio nella regione curda all’interno dell’Iran, nel tentativo di alimentare una rivolta popolare contro il regime ancora più ampia.
L’idea di sostenere le fazioni curde sarebbe stata proposta in primo luogo dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, poiché entrambe le parti sarebbero accomunate dall’obiettivo di rovesciare il regime a favore di un futuro Stato iraniano laico e democratico.
In questo caso, tuttavia, appare evidente come entrambe le parti abbiano un interesse concreto nell’alimentare le proteste contro il regime iraniano. Da un lato gli Stati Uniti, che vedono in queste tensioni un possibile strumento di pressione geopolitica su Teheran; dall’altro i curdi, che da decenni lottano per il riconoscimento della propria autonomia politica e culturale.
Anche in questa occasione, dunque, l’alleanza con Washington appare per molti gruppi curdi una possibile opportunità per rafforzare la propria posizione nella regione e portare avanti una battaglia storica per il riconoscimento dei propri diritti. Resta tuttavia aperta la domanda che da anni accompagna la questione curda: se questa collaborazione rappresenterà davvero un passo verso l’autodeterminazione o se, ancora una volta, rischierà di dissolversi quando gli equilibri geopolitici della regione torneranno a cambiare[13].
Note
[1]A. H. Zadeh, “Kurds of iran: the missing piece in the middle east”, Washington Institute, 26 feb 2018
[2] A. H. Zadeh, “Kurds of iran: the missing piece in the middle east”, Washington Institute 26 feb 2018
[3] P. Brusadin, Kurdistan iraniano: la lotta di una minoranza a difesa della propria identità, Osservatorio Analitico, 28 dicembre 2021
[4] A. H. Zadeh, “Kurds of iran: the missing piece in the middle east”, Washington Institute 26 feb 2018
[5] Ibid.
[6] M. Mansour, While US encourages Kurds to attack Iran, history serves darker warning, Al-Jazeera, 5 marzo 2026
[7] Ibid.
[8] P. Brusadin, Kurdistan iraniano: la lotta di una minoranza a difesa della propria identità, Osservatorio Analitico, 28 dicembre 2021
[9] H. J. Barkey, Are the Kurds in Iran Capable of Challenging the Islamic Regime?,Council on Foreign Relations , 6 marzo 2026
[10] Ibid.
[11] G. Pennacchioni, il paradosso curdo: pronti a combattere, ma per chi?, Limes, 10 marzo 2026
[12] Ibid
[13] L. Forlain, Iran la carta dei curdi Iraniani: chi sono e perché il loro sostegno a USA e Israele è tutt’altro che scontato, Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2026
Foto copertina: Gruppo di soldati curdi Peshmerga in una postazione difensiva fortificata













