Sahel, il nuovo epicentro del terrorismo globale? L’allarme di Africom e il rischio per gli Stati Uniti  


Africom lancia l’allarme sulla minaccia jihadista nel Sahel: rischi anche per gli asset americani .


A cura di Vanessa Piccioni

La minaccia jihadista in Africa non è certo una scoperta dell’ultima ora. Ma secondo gli Stati Uniti, qualcosa sta cambiando: la velocità con cui i gruppi affiliati allo Stato Islamico e ad al‑Qaeda si stanno espandendo nel Sahel sta superando la capacità americana di monitorarli e contenerli. È questo l’allarme lanciato dal generale Dagvin R.M. Anderson durante un’audizione alla Commissione Forze Armate del Senato.
Un monito che arriva in un momento in cui Washington, nel continente africano, sta perdendo terreno, basi, alleati e soprattutto influenza. Anderson ha spiegato che la postura americana in Africa si è ridotta del 75% negli ultimi anni, complice l’ondata di colpi di Stato che ha travolto il Sahel e l’espulsione progressiva delle forze occidentali da Paesi un tempo considerati partner affidabili, ma che ora preferiscono l’ombrello protettivo cinese o la forza bruta russa.

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Il risultato? Un enorme vuoto informativo: un “buco nero” che rende difficile capire dove, come e quanto velocemente si stiano muovendo le cellule jihadiste. In un territorio già difficile per la sua struttura geografica: le distanze e le condizioni logistiche complicano ogni operazione, Africom si ritrova con mezzi che il generale definisce “minimi necessari”. Mezzi che potrebbero anche non bastare più.

Il punto più critico, secondo Anderson, è il Mali, dove i gruppi jihadisti hanno dimostrato di saper controllare territori strategici, bloccare rifornimenti e mettere sotto pressione le istituzioni. Il generale non esclude uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile: la caduta di una capitale africana in mano jihadista. Un evento del genere darebbe ai gruppi estremisti una legittimità quasi statuale, rafforzandone la capacità di reclutamento e la proiezione internazionale. Per questo, nelle richieste al Pentagono, Africom insiste su un aumento degli investimenti nel 2027, soprattutto in sistemi di intelligenza artificiale e capacità spaziali, strumenti considerati essenziali per colmare la falla d’intelligence che avvolge il Sahel.

Nonostante le difficoltà, le operazioni antiterrorismo non si sono fermate. Anderson ha citato la cooperazione con la Nigeria come uno dei pochi esempi di collaborazione ancora solida nella regione. Operazione che avrebbe portato all’uccisione del presunto “numero due dell’ISIS” chiamato Abu‑Bilal al‑Minuki: una bandiera che in questo momento Washington deve poter sventolare. 

Il Sahel è sempre stata un’area particolarmente critica, oggetto di violenze continue, colpi di stato, interferenze estere e terrorismo. Ad oggi il rischio è che sia proprio il terrorismo a trovare terreno più fertile per crescere e che il Sahel diventi uno dei principali epicentri del terrorismo globale. Non più quindi solo una minaccia regionale, ma una potenziale minaccia globale. Se davvero gli Stati Uniti riconoscessero questo “grado” di pericolosità all’espansionismo jihadista, Washington potrebbe ridefinire il proprio approccio militare nell’area in maniera significativa nei prossimi anni.

Perché il Sahel riguarda da vicino anche l’Europa e l’Italia

L’instabilità del Sahel non è un problema lontano dai confini europei. È, al contrario, uno dei quadranti più sensibili per la sicurezza dell’Europa e dell’Italia, per ragioni geografiche, energetiche e migratorie. Il Sahel è la fascia che separa l’Africa subsahariana dal Nord Africa: ogni crisi che esplode lì finisce inevitabilmente per riflettersi sul Mediterraneo. La presenza jihadista, l’erosione degli Stati e la penetrazione di attori esterni ostili all’Occidente creano un effetto domino che arriva fino alle nostre coste. Per l’Italia, che si affaccia sul Mediterraneo centrale, questo significa innanzitutto pressione migratoria crescente, perché ogni volta che un Paese del Sahel collassa, le rotte si spostano verso la Libia e poi verso il nostro mare. Ma significa anche rischi diretti per la sicurezza, perché gruppi affiliati allo Stato Islamico e ad al‑Qaeda — responsabili di gravi violenze e attentati — trovano in queste aree santuari dove riorganizzarsi e pianificare attività che possono avere ricadute anche sul continente europeo.

C’è poi un tema economico: il Sahel è un corridoio strategico per le rotte energetiche e commerciali che collegano l’Africa occidentale all’Europa. La sua destabilizzazione apre spazi a potenze come la Russia, che attraverso il Gruppo Wagner ha già consolidato la propria presenza in Mali, Burkina Faso e Niger, riducendo l’influenza europea. Per l’Italia, che negli ultimi anni ha puntato molto sul partenariato energetico con l’Africa, perdere il Sahel significa perdere un pezzo della propria strategia di sicurezza nazionale. In altre parole, ciò che accade in questa fascia di deserto non resta confinato lì: ci riguarda in maniera diretta.


Foto copertina: Sahel, il nuovo epicentro del terrorismo globale?