
Nel volume Groenlandia/Nuuk. Chi vuole rompere il ghiaccio. Viaggio ai confini del Grande Nord (Paesi Edizioni), Luca Sebastiani racconta la capitale groenlandese come spazio urbano, crocevia geopolitico e osservatorio privilegiato sulle trasformazioni di un Artico sempre più centrale nella competizione tra grandi potenze.
Nel cuore dell’Artico, la Groenlandia è diventata uno dei territori più contesi e strategicamente rilevanti del nuovo ordine internazionale. L’interesse crescente degli Stati Uniti, le ambizioni delle grandi potenze, le risorse naturali, l’apertura delle rotte artiche e il possibile futuro indipendente dell’isola hanno trasformato Nuuk da capitale periferica del Regno di Danimarca a osservatorio privilegiato della competizione geopolitica globale.
Ma raccontare la Groenlandia significa andare oltre la sua crescente centralità strategica. Significa interrogarsi su chi vive questo territorio, su come i groenlandesi percepiscono le pressioni esterne e su quale futuro immaginano per la propria terra.
Nel volume Groenlandia/Nuuk. Chi vuole rompere il ghiaccio. Viaggio ai confini del Grande Nord (Paesi Edizioni, acquista qui), Luca Sebastiani accompagna il lettore proprio dentro questa realtà. Attraverso il viaggio nella capitale groenlandese e il confronto con la società locale, il libro racconta un territorio sospeso tra identità, autonomia, risorse e nuove dinamiche di potenza.
La Groenlandia è oggi al centro di una competizione che coinvolge Washington, Copenaghen, Mosca e Pechino, ma il futuro dell’isola non può essere deciso soltanto nelle capitali delle grandi potenze. Al centro della questione rimangono la popolazione groenlandese, la sua identità e il rapporto con la Danimarca, in un momento storico nel quale l’ipotesi dell’indipendenza torna a occupare uno spazio sempre più importante nel dibattito politico.
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Qual è, dunque, la Groenlandia che emerge oltre le mappe strategiche e le dichiarazioni dei grandi leader? Quali sono le aspirazioni di Nuuk? E quanto la competizione internazionale rischia di trasformare gli abitanti dell’isola da protagonisti a semplici spettatori della nuova corsa all’Artico?
Opinio Juris ne discute con l’autore
Nel vostro viaggio avete raccolto molte testimonianze della popolazione di Nuuk. Come percepiscono oggi il rapporto con la Danimarca? Quanto è ancora forte il retaggio della storia coloniale e quanto, invece, prevale la consapevolezza di essere ormai di fronte alla possibilità concreta di un percorso verso l’indipendenza?
«Oggi Copenaghen, consapevole e timorosa dell’importanza assunta dall’isola nello scenario globale, sta facendo di tutto per riavvicinarsi a Nuuk dopo decenni di lontananza e disinteresse. I recenti viaggi del re, quelli della premier Frederiksen (con tanto di scuse alla popolazione groenlandese per alcuni torti compiuti in epoca coloniale dai danesi) e i nuovi accordi economici, testimoniano plasticamente la volontà da parte della Danimarca di riallacciare i rapporti e scrollarsi di dosso le pesanti scorie accumulate nel passato.
Di indipendenza, in questi mesi, si è parlato sempre meno in Groenlandia. Le minacce di Donald Trump hanno portato all’elezione di un governo più attendista, nonostante la maggioranza della popolazione sia a favore di un distacco graduale da Copenaghen. Ma ora le perplessità riguardo al ritrovarsi isolati e quindi alla mercé di grandi potenze sono aumentate, causando un temporaneo congelamento delle istanze indipendentiste».
La Groenlandia è passata in pochissimo tempo dalla periferia dell’attenzione internazionale al centro della competizione tra grandi potenze. Come vivono i groenlandesi questa improvvisa centralità? Si sentono finalmente protagonisti della propria storia oppure avvertono il rischio di diventare nuovamente un territorio conteso e deciso da altri?
«Le testimonianze che abbiamo raccolto non lasciano spazio a molti dubbi: i groenlandesi sono tutto tranne che pronti a essere oggetto dei riflettori di grandi potenze e media internazionali. Se potessero, ne farebbero volentieri a meno. Da quasi due anni, da quando Trump è tornato in carica e alla carica, la loro incertezza è aumentata. E in molti si rendono conto che sarà difficile tornare alla normalità. Volenti o nolenti, sono consapevoli che nei prossimi anni la vita per Nuuk cambierà».
Dal punto di vista di Nuuk, come viene percepita la Russia? Mosca considera l’Artico una componente fondamentale della propria strategia nazionale e militare. I groenlandesi percepiscono la Russia come una minaccia concreta, come una potenza lontana oppure come uno degli attori inevitabilmente presenti nella nuova competizione per l’Artico?
«La popolazione è cosciente delle tensioni crescenti tra le grandi potenze riguardanti il profondo Nord. Viste le esternazioni di Trump sarebbe impossibile il contrario. Ma la minaccia di Mosca, tra tutte, non sembra particolarmente sentita in Groenlandia. L’attivismo della Russia, che comunque osserva con molta attenzione le mosse americane tra Canada e Groenlandia, al momento sembra proiettarsi su altri territori dell’Artico».
E quale percezione avete raccolto rispetto alla Cina? Pechino non ha una presenza territoriale in Groenlandia paragonabile a quella americana o danese, ma guarda all’Artico per le risorse, le rotte marittime e le opportunità economiche. Quanto è conosciuto e percepito questo interesse cinese dalla popolazione e dalle élite groenlandesi?
«Con la Cina il discorso è diverso. Pechino per anni ha provato invano a penetrare economicamente in Groenlandia, cercando di ottenere licenze minerarie, appalti edili, acquisti di infrastrutture strategiche, accordi commerciali. Tentativi che, nonostante lo stop imposto da Copenaghen e Washington, le autorità locali si ricordano bene. Dai groenlandesi, però, non abbiamo percepito un’avversione generale verso la Cina».
Naturalmente il protagonista più ingombrante della nuova fase è Washington. Dopo le dichiarazioni di Donald Trump sull’acquisizione della Groenlandia, che cosa è cambiato realmente nella percezione degli Stati Uniti a Nuuk? Gli americani sono ancora considerati un partner strategico indispensabile per la sicurezza dell’Artico oppure il linguaggio utilizzato dall’amministrazione Trump ha prodotto una frattura difficile da ricomporre?
«La stragrande maggioranza dei circa 56mila groenlandesi oggi vede come un pericolo le aggressive avances di Trump, i viaggi dei suoi inviati, i biechi tentativi di cittadini americani di destabilizzare dall’interno l’isola. Le imponenti (in proporzione alla popolazione) manifestazioni contro gli Stati Uniti lo dimostrano. E il presidente Usa non smette con le provocazioni sui social, imponendo a Nuuk di rimanere sul chi va là e di guardare con sempre più diffidenza la Casa Bianca. Al netto delle “sparate” trumpiane, però, tramite negoziati e trattative Washington sembra aver già guadagnato posizione su quei dossier che gli interessano di più: risorse naturali e basi militari».
Quanto è presente, invece, l’Europa nella percezione groenlandese? La Groenlandia appartiene al Regno di Danimarca ma non fa parte dell’Unione europea. Secondo quello che avete visto e ascoltato a Nuuk, esiste un’aspettativa nei confronti dell’Europa come possibile terzo polo tra Stati Uniti e Cina/Russia oppure Bruxelles rimane ancora troppo distante dalla realtà groenlandese?
«Come la Danimarca, anche l’Europa sta cercando di riallacciare i rapporti con Nuuk. Ursula von der Leyen ha visitato la Groenlandia, sono stati rinnovati accordi commerciali ed economici, è stato annunciato un pacchetto di investimenti da 200 milioni da Bruxelles per migliorare la connettività dell’isola e cercare di migliorare la vita quotidiana dei groenlandesi, è stato invitato il premier Nielsen al Parlamento Ue. Anche i singoli paesi europei, specie la Francia, hanno dimostrato più attenzione. Macron per esempio ha fatto tappa a Nuuk, Parigi ha aperto un nuovo ufficio lì. In generale, da parte del governo groenlandese c’è stata più di un’apertura nei confronti dell’Ue – “abbiamo bisogno di voi, e voi avete bisogno di noi”, le parole di Nielsen – che fanno pensare non tanto a un nuovo ingresso nell’Unione, da cui Nuuk è uscita decenni fa, ma a una presa di coscienza. Alla Groenlandia fa comodo oggi avvicinarsi all’Europa e allo stesso tempo sa di avere in mano, tra terre rare, pesca e risorse energetiche, dei jolly da poter giocare».
La questione delle risorse naturali è uno degli elementi che alimentano la nuova centralità dell’isola. Terre rare, minerali strategici, energia e nuove rotte marittime possono rappresentare una straordinaria opportunità economica per una popolazione di poco più di 50 mila abitanti, ma anche il rischio di una nuova forma di dipendenza. Qual è il rapporto dei groenlandesi con questa prospettiva?
«Le risorse naturali in Groenlandia ci sono, le stime parlano di quantità enormi, e il tema è ben presente nel dibattito dell’isola. Ma a Nuuk abbiamo parlato con un professore universitario che ci ha ricordato come il loro sfruttamento sia tutto tranne che facile o scontato. In primis per le leggi vigenti: la popolazione da sempre ha fatto pressione sulla politica bloccando giacimenti e sfruttamenti intensivi che potessero intaccare i loro territori. Ancora oggi non sono tanti i groenlandesi pronti a sacrificare le proprie terre in nome di un ritorno economico di cui potrebbero beneficiare in pochi. Poi ci sono le condizioni climatiche estreme, che rendono l’estrazione più difficile e costosa. Poi, ancora, le difficoltà logistiche. Quindi gli elementi da tenere in conto per gli Usa, e che i groenlandesi hanno già bene in mente, sono diversi».
Nel libro emerge anche una Groenlandia molto diversa dall’immagine che spesso arriva in Europa: una società attraversata da trasformazioni economiche e sociali, ma anche da disuguaglianze e contraddizioni. Quanto rischia la crescente attenzione geopolitica di farci guardare alla Groenlandia esclusivamente come a una grande “riserva strategica”, dimenticando la realtà quotidiana di Nuuk e delle altre comunità?
«Raccontare una città come Nuuk non è stato facile. Andando lì abbiamo provato con rispetto a entrare il più possibile a contatto con quella che è una popolazione molto diffidente. Cercando allo stesso tempo, nel nostro piccolo, di lasciare in Italia i nostri preconcetti e le idee che potevamo avere sulla Groenlandia maturate da lontano, anche per non sembrare fuori luogo, come – ahimé – successo invece a grandi inviati o a grandi conduttori tv che anche dal nostro paese sono volati sull’isola con l’unico apparente obiettivo di farsi riprendere tra i ghiacci groenlandesi. Forse anche per questo siamo stati accolti fisicamente in alcune case da abitanti di Nuuk, dove ci hanno ospitato e raccontato la vita di tutti i giorni così come le criticità della società dall’interno, fatta anche di persone in fila per un piatto caldo, di giovani che rischiano di cadere nell’alcolismo, delle loro prospettive personali».
Il cambiamento climatico sta modificando rapidamente il paesaggio artico e, contemporaneamente, gli equilibri economici e strategici della regione. Dopo quello che avete visto direttamente, quanto è concreto il rischio che lo scioglimento dei ghiacci trasformi l’Artico da periferia geografica a uno dei principali teatri della competizione globale? E quanto i groenlandesi vivono il cambiamento climatico come una minaccia e quanto invece come un’opportunità?
«Il rischio è già quasi una certezza, perché la competizione delle grandi potenze – in un modo o nell’altro – è iniziata da tempo nell’Artico. I segnali ci sono tutti, dalla Russia e dalla Cina che investono in rompighiaccio, agli Stati Uniti che puntano ad aumentare la presenza militare nella regione. Nel mentre, però, per i groenlandesi il clima è una questione vitale. La crisi climatica modifica fisicamente i contorni dei loro territori, ne cambia le abitudini, porta rischi strutturali e sanitari con lo scioglimento del permafrost, può intaccare in varie forme la loro economia basata sulla pesca, oltre ad aprire rotte marittime che la porteranno a essere esposta. In pochi vedono tutto ciò come un’opportunità».
Dopo il viaggio a Nuuk, qual è stata la percezione che più ha modificato la vostra idea della Groenlandia? C’è qualcosa che avete visto, ascoltato o vissuto sul posto che vi ha fatto capire che la narrazione internazionale sulla Groenlandia — fatta di Trump, terre rare, basi militari e competizione tra potenze — rischia di raccontare soltanto una parte della realtà?
«Scegliere qualcosa in particolare è complesso. Da un lato, direi il nostro stupore nel vedere una città, Nuuk, in profonda evoluzione. Con l’apertura dell’aeroporto internazionale la capitale groenlandese sta mutando. Nuovi quartieri sorti in pochi anni, cantieri ovunque, un’espansione urbanistica che si scontra con una forte componente tradizionalista. Dall’altro lato, forse ancor di più, lo stupore di diversi cittadini nel trovarsi sulle pagine dei giornali di mezzo mondo, nell’avere di fronte reporter e telecamere ovunque interessati alle sorti della loro isola, nel sentirsi come in un nuovo fronte di guerra. Come ogni volta che si va sul “campo” per raccontare micro e macro dinamiche, ciò che rimane più impresso sono i racconti di chi si incontra. Fra annunci roboanti di Trump, analisi “geopolitiche” (termine abusato), commenti più o meno raffazzonati sui media e video che rimbalzano ovunque, si rischia di perdere di vista il fattore umano».
Foto: Copertina Groenlandia/Nuuk. Chi vuole rompere il ghiaccio. Viaggio ai confini del Grande Nord (Paesi Edizioni), Luca Sebastiani e Leonardo Parigi











