Il 3 luglio scorso la Russia è diventata il primo Paese al mondo a riconoscere ufficialmente il governo del movimento radicale dei Talebani, attualmente al potere in Afghanistan. A conferma di questa decisione, un drappo costituito da un campo bianco con una Shahada nera al centro, simbolo dell’autoproclamato Emirato Islamico, sventola ora sul palazzo dell’ambasciata afghana a Mosca, sancendo simbolicamente la nuova realtà diplomatica.
La decisione della Russia di riconoscere ufficialmente il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan rappresenta un punto di svolta nei rapporti bilaterali tra Mosca e Kabul. Secondo il ministero degli Esteri russo, questa mossa “darà impulso allo sviluppo di una produttiva cooperazione tra i nostri Paesi in vari settori”. Un endorsement che arriva in un contesto in cui nessun altro Stato ha ancora formalmente riconosciuto l’amministrazione talebana insediatasi nell’agosto 2021 (anche se Cina, EAU, Uzbekistan e Pakistan hanno nominato ambasciatori a Kabul), in seguito al caotico ritiro delle forze guidate dagli Stati Uniti dopo vent’anni di conflitto.
A riflettere su questa svolta, le sue motivazioni e implicazioni è Farid Muttaki, analista politico di origine afghana e docente presso l’Università di Brema. Muttaki, impegnato da anni nella documentazione di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani in Afghanistan, ha evidenziato in un intervento su Asia Plus come la posizione della Russia verso i Talebani sia stata storicamente contraddistinta da una miscela di pragmatismo e ambiguità.
Dopo l’invasione sovietica del 1979 e il successivo, traumatico ritiro nel 1989, Mosca ha perseguito un approccio strategico incentrato sulla stabilizzazione dell’area e sulla prevenzione dell’espansione jihadista verso l’Asia Centrale. Anche durante gli anni della Repubblica Islamica post-2001, formalmente sostenuta, la Russia ha mantenuto contatti informali con le fazioni talebane, considerandola una realtà “imposta dall’Occidente”.
A partire dal 2018 si è assistito a un cambio di rotta: incontri ufficiali tra funzionari russi e rappresentanti talebani, come quello del 2019, segnavano l’inizio di una nuova fase. Muttaki sottolinea che queste aperture erano mirate a stabilire un fragile equilibrio politico, più che a legittimare il gruppo islamista. In questo scenario, la Russia si è posizionata come attore di mediazione regionale, in competizione e in cooperazione con potenze come Cina, Pakistan e Stati Uniti.
Il riconoscimento formale da parte del Cremlino è quindi il culmine di un processo calcolato: Mosca vede oggi nei Talebani un argine alla crescente minaccia dell’ISIS-Khorasan, ritenuto responsabile anche dell’attacco del marzo 2024 alla Crocus City Hall, nei pressi di Mosca, in cui morirono 149 persone. Un attacco che, secondo fonti statunitensi, sarebbe stato orchestrato proprio da miliziani attivi in Afghanistan.
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A confermare la nuova fase di cooperazione, documenti pubblicati dalla Nezavisimaja Gazeta indicano che agenti dell’intelligence russa potrebbero presto operare sul territorio afghano, segno di una collaborazione più stretta ma anche rischiosa, fondata su un equilibrio instabile di interessi e diffidenze reciproche.
Per l’amministrazione talebana, ancora isolata a livello internazionale, il sostegno russo rappresenta una vittoria diplomatica importante. Cina, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Pakistan hanno già designato ambasciatori a Kabul, e potrebbero ora sentirsi legittimati a compiere un ulteriore passo verso il riconoscimento formale.
Tuttavia, il nodo dei diritti umani resta centrale: i Talebani continuano a imporre restrizioni draconiane contro le donne e la libertà d’espressione, chiudendo scuole e università femminili e limitando la mobilità delle donne senza tutore maschile. La comunità internazionale, in particolare i Paesi occidentali, mantengono la loro opposizione finché non ci saranno cambiamenti concreti in queste politiche.
Secondo Muttaki, resta aperta una domanda fondamentale: la Russia sta costruendo una reale alleanza strategica con Kabul, oppure sta semplicemente cercando di riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti con strumenti di potere paralleli? E, soprattutto, sarà in grado di sostenere un governo fortemente contestato, o finirà per trascinare l’Afghanistan in un nuovo tipo di isolamento – speculare a quello in cui Mosca si trova per la sua guerra in Ucraina?
Foto copertina: La bandiera dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan sventola presso l’ambasciata afghana a Mosca © Alexander NEMENOV / AFP













