La politica americana di containment verso la Cina

Illustrazione: Xia Qing/GT. Global Times
Illustrazione: Xia Qing/GT. Global Times

La seconda amministrazione Trump ha perseguito un deciso riposizionamento geopolitico verso la Cina. Nella National Security Strategy 2025, la Casa Bianca rifiuta l’ideologia del “grande confronto tra democrazie e autoritarismi” e definisce l’emisfero occidentale “fondamentale per la sicurezza e la prosperità USA”.
In quello che può essere definito il Corollario Trumpiano alla dottrina Monroe, Washington dichiara l’intenzione di negare ai competitors extra-emisferici, come la Cina, la possibilità di controllare asset strategici nell’ emisfero occidentale.
Ciò accentua una postura difensiva: gli Stati Uniti intendono difendere il proprio cortile di casa anche intervenendo direttamente negli affari interni di altri paesi. Contemporaneamente, il nuovo focus sul Pacifico ha spinto Washington a tralasciare le alleanze tradizionali e vessare i suoi storici partner europei per recuperare risorse da destinare ad altre esigenze. La nuova strategia della prima superpotenza rischia di avere effetti dirompenti sulla globalizzazione e sull’ordine multipolare che già scricchiola sotto le iniziative del Presidente americano.


Alle origini del contenimento

Se durante la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti sostenevano e appoggiavano militarmente e diplomaticamente il Kuomintang di Chiang Kai Shek, al termine della stessa, sotto consiglio del vecchio capo di Stato Maggiore dell’esercito statunitense durante la guerra George Marshall, gli USA abbandonarono il Partito nazionalista.
La dilagante corruzione e le incessanti sconfitte durante la guerra civile cinese, ripresa dopo il 2 settembre 1945, portarono Marshall a ritenere che non fosse utile a Washington sostenere un governo incapace di controllare il Paese dal punto di vista politico e militare e che non godeva più del supporto delle masse.
La scelta di Marshall avvenne in un’epoca non ancora marchiata dalla guerra fredda, in cui l’URSS si poneva come un alleato di cui diffidare, ma non come avversario ostile. La vittoria del Partito comunista di Mao e la nascita della Repubblica Popolare Cinese (RPC) il 1° ottobre del 1949 portarono gli americani a riconsiderare la loro strategia nel Pacifico. Negli anni ’50 gli USA – anche a seguito della direttiva NSC-68, ripensarono il loro sistema di alleanze in ottica di contenimento del pericolo comunista: tra il 1952 e il 1955 vennero firmati trattati con il Giappone, con Taiwan e per la costituzione della South East-Asian Treaty Organization (SEATO, sciolta nel 1977).
Dunque, gli statunitensi crearono quel sistema di limitazione dell’influenza comunista nel Pacifico tale da non lasciare esposte le spiagge dell’ovest di fronte ad una possibile invasione. Tale posizione fu ribadita anche nel memorandum di Shangai, documento di preludio al ristabilimento delle relazioni diplomatiche con la RPC nel 1972.
Da quel momento, l’indo-pacifico ha costituito un teatro marginale di operatività per gli USA, almeno fino all’esplosione dell’economia cinese e all’inizio della sfida posta da Pechino a Washington in materia economica, politica e militare. Pertanto, già dalla Presidenza Bush jr., nel 200 gli Stati Uniti hanno riportato il loro focus a ovest, come testimonia la nascita del QUAD, su iniziativa del premier nipponico Shinzo Abe che ha istituzionalizzato dialoghi e conferenze informali che si tenevano sin dal 2002. Ad oggi il QUAD costituisce lo strumento principale per la difesa degli interessi americani nel Pacifico e la prima linea di difesa contro un’espansione dell’influenza cinese nella regione[1]. Le velleità di riconquista cinesi di Taipei si spiegano anche tramite la necessità – per Pechino – di aprirsi una via navale nell’oceano più grande del pianeta.

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Il giardino della Casa Bianca

Gli Stati Uniti hanno ridefinito il loro “cortile di casa” richiamando in chiave moderna il principio “monroista[2] . Su questa linea, Washington ha iniziato a punire duramente i partner latinoamericani di Pechino: ad esempio, ha revocato i visti a funzionari di Costa Rica, Panama e Cile legati alla Cina ed è arrivata a minacciare di riprendere il controllo del Canale di Panama, citando presunte interferenze cinesi[3].
L’evento più clamoroso è stato il rovesciamento del regime di Maduro in Venezuela tramite l’operazione “Absolute Resolve” del gennaio 2026, che ha portato all’arresto del Presidente e all’imposizione di sanzioni tali da impedire a Caracas di esportare petrolio in Cina, assicurandosi contemporaneamente il greggio pesante necessario per l’industria statunitense a un prezzo di convenienza. Infine, il Presidente USA ha convocato a Mar-a-Lago il summit anti-Cina denominato “Shield of the Americas”, battezzato sui social come incontro storico volto a rinforzare la dottrina Monroe e cementare un’alleanza ideologica tra Stati latinoamericani conservatori, sulla falsa riga di una nuova “Alleanza per il progresso”.

L’obiettivo è chiaramente indebolire l’influenza cinese nella regione, anche se vi sono allo stesso tempo diversi rischi politici: tra tutti, molti governi latinoamericani dipendono ancora in modo considerevole dal commercio con l’Oriente. Senza contropartite economiche concrete, la pressione statunitense rischia di alienare gli alleati locali, spingendoli a bilanciare fra USA e Cina[4]. Allo stato dei fatti, l’adesione è più formale che effettiva.
Il containment emerso nel continente appare per ora più una dichiarazione di principio che una trasformazione reale degli equilibri commerciali.

Le alleanze odierne

Trump ha ulteriormente sottolineato la logica “America First” anche nelle alleanze globali, riducendo gli impegni multilaterali consolidati. Il bilancio del Ministero della Guerra per la difesa nel 2026 assegna oltre 11 miliardi di dollari a supporto di Taiwan e Asia sia in armi che in formazione delle forze alleate[5], mentre invia messaggi duri ai partner europei.
Il Presidente Trump più volte ha invitato i membri della NATO a farsi carico interamente delle proprie spese difensive entro il 2027, segnalando de facto la postura isolazionista tipica dei Presidenti repubblicani. Un segno del fatto che gli USA non resteranno a difesa automatica dei confini del Vecchio Continente.
In Asia, Washington è uscita dal paradigma degli accordi regionali a guida statunitense, puntando piuttosto su intese bilaterali. Nel biennio 2025-26 sono stati definiti patti commerciali con Vietnam e Indonesia[6], aprendo i mercati di questi partner agli esportatori americani in cambio di tassi tariffari relativamente bassi. Sul fronte militare, gli USA hanno lavorato con Giappone, Australia e India tramite il QUAD per rafforzare capacità di deterrenza nel Pacifico, senza però impegnarsi in nuove alleanze di ampia portata.
Questa impostazione selettiva delinea un ritorno al bilateralismo: solo chi “paga” ottiene garanzie. Il risultato è che gli alleati tradizionali, specialmente in Europa, vengono invitati a fare di più ma scoraggiati a contare sul supporto americano senza condizioni esplicite.
Indebolire i legami multilaterali rischia di spingere i partner storici sulla difensiva: a causa del disimpegno USA, l’Unione Europea sta varando protezioni commerciali in modo autonomo e minaccia un possibile cambio di rotta rispetto alla storica subordinazione statunitense.
In un sistema multipolare così frammentato, l’efficacia dell’azione americana dipende da coesione e credibilità, che si ottiene mediante coerenza, altrimenti anche gli alleati potrebbero cercare soluzioni indipendenti di fronte a un Presidente americano dalle dichiarazioni e azioni continuamente contraddittorie.

Medio Oriente e petrolio

Sul versante mediorientale, Trump ha preso di mira l’Iran prima con dichiarazioni dure di sostegno ai rivoluzionari e solo successivamente con operazioni militari.
Il 28 febbraio 2026 l’operazione congiunta USA-Israele “Epic Fury/Roaring Lion” ha colpito anche gli impianti nucleari iraniani, dichiarando l’obiettivo di smantellare la capacità del paese di costruire un ordigno atomico da utilizzare contro Gerusalemme[7].
Queste azioni sono accompagnate da una retorica dura contro il regime di Teheran, accusato di sostenere organizzazioni terroristiche e gli oppositori di Israele, nonché di essere in generale uno Stato Canaglia.
Tra le varie motivazioni, tuttavia, non sembra possibile tralasciare la questione energetica. Cina e Iran sono legati da un accordo strategico decennale da 400 miliardi di dollari, e Pechino dipende in larga misura dalle esportazioni di petrolio iraniane a basso costo.
Nel 2025, oltre l’80% del petrolio iraniano è finito in Cina[8], coprendo circa il 14% del suo fabbisogno totale. Allo stesso modo, la Cina aveva ricevuto quasi i tre quarti del petrolio venezuelano nel 2025. Con gli attacchi all’Iran e la cattura di Maduro in Venezuela, Washington punta a strozzare queste vie, alzando i prezzi del greggio internazionale e tagliando una fetta significativa delle risorse energetiche strategiche di Pechino, in modo tale da aumentare la leva negoziale verso la Cina stessa, che per anni ha goduto di energia a basso costo per foraggiare la propria crescita economica.

Questa strategia risulta dirompente, ma non priva di contraccolpi: se da un lato riduce temporaneamente la dipendenza cinese dalle fonti iraniane e venezuelane, dall’altro espone gli USA a un confronto più diretto con Pechino. È improbabile che la Cina non reagisca cercando nuovi fornitori, e potrebbe altresì accelerare rapporti con altri Stati, come Arabia Saudita o Russia, per recuperare il terreno perso.
Allo stesso tempo, l’aumento del prezzo del greggio ha rinvigorito le casse del tesoro russe, che hanno ricevuto nuova linfa per un’economia, se non al collasso, che ormai si regge principalmente sull’industria bellica e sulla vendita di materie prime.
conseguenze di lunga durata, dunque, l’effetto di breve termine potrebbe limitarsi a un forte scontro diplomatico senza realmente stravolgere il calo delle forniture cinesi. Pechino sembra dal canto suo disposta a considerare pragmaticamente queste perdite, e per ora ha assunto un atteggiamento attendista, magari aspettando l’occasione propizia per dare inizio a una competizione globale più ampia.

Dalla guerra militare allo scontro commerciale

Sul versante economico Trump ha perseguito una linea di de-globalization quantomeno volta al reshoring invece di una tradizionale globalizzazione. Al summit di Busan nell’ ottobre 2025 è stata siglata una tregua commerciale USA-Cina: gli Stati Uniti hanno concordato di abbassare alcune tariffe e consentire l’import di soia americana in cambio dell’impegno cinese a bloccare le esportazioni di alcuni metalli rari e frenare il traffico di droga[9].
In parallelo, il governo ha firmato accordi di libero scambio bilaterali nel Pacifico: a fine 2025 gli USA e il Vietnam hanno definito un quadro di intesa per uno scambio “reciproco”; nel febbraio 2026 un accordo simile ha abbattuto i dazi su quasi tutti i prodotti americani verso l’Indonesia. Questi patti mirano soprattutto a garantire mercati privilegiati ai settori strategici statunitensi quali agricoltura, settore aerospaziale e minerali critici, mantenendo al contempo barriere protettive verso Pechino.
I dazi verso l’Europa invece sono funzionali al riequilibrio della bilancia commerciale statunitense, in modo tale da ridurre il deficit economico americano e ottenere un avanzo di bilancio per evitare un aggravamento del già enormemente deteriorato debito pubblico americano. Al contempo, la strategia del Presidente Trump utilizza strumenti coercitivi proprio nei confronti di quegli stessi alleati che dovrebbero costituire l’ossatura di tale blocco.
Ne deriva una tensione evidente: gli Stati Uniti chiedono all’Europa di allinearsi strategicamente, ma contemporaneamente ne penalizzano l’economia, rendendo meno conveniente una piena adesione alla linea americana.
Le conseguenze di questa impostazione rischiano di produrre un effetto opposto a quello desiderato: invece di rafforzare la coesione occidentale, i dazi possono incentivare l’Unione Europea a perseguire una maggiore autonomia strategica, sia sul piano industriale sia su quello geopolitico.
In questo scenario, l’Europa potrebbe non scegliere un allineamento netto, ma piuttosto una posizione intermedia, mantenendo relazioni economiche selettive con la Cina per bilanciare la pressione statunitense.
In effetti, gli squilibri commerciali spingono oggi alcuni Stati europei a reagire autonomamente: a fine 2025 la Francia ha minacciato dazi agli import cinesi senza coordinarsi con Washington, mostrando che gli alleati non intendono più lasciare l’iniziativa economica a livello internazionale esclusivamente alla potenza USA.
Parallelamente, le manovre tariffarie di Trump hanno esacerbato i percorsi di diversione: alla caduta delle esportazioni cinesi verso gli USA, le industrie cinesi hanno reindirizzato la loro produzione verso l’ASEAN e l’Europa, aumentando di oltre il 5% i propri flussi complessivi. In sostanza, gli ostacoli economici eretti unilateralmente possono aver indebolito temporaneamente alcuni settori cinesi, ma hanno anche incentivato Pechino a trovare vie alternative, diversificando i partner e mobilitando ulteriormente gli alleati commerciali degli USA.

Conclusioni e scenari futuri: il nuovo containment avrà effetto?

La seconda amministrazione Trump ha ridisegnato la strategia USA verso la Cina con un approccio duro e anticonvenzionale. Nei prossimi anni, il successo di questa contromossa dipenderà da più fattori interconnessi. Sul piano politico-militare, l’intensificazione delle esercitazioni cinesi attorno a Taiwan mostra che Pechino non ha intenzione di arretrare di fronte alla pressione: è anzi pronta a rispondere alle mosse statunitensi rinforzando la propria deterrenza in Asia-Pacifico.
Tuttavia, la Repubblica Popolare Cinese non è nuova a queste mosse, che negli anni si sono rivelate solo ruggiti di una tigre di carta piuttosto che vere minacce verso gli Stati. Le più grandi crisi dello Stretto di Formosa risalgono ancora infatti agli anni ’50 del secolo scorso ad opera del neonato Stato governato da Mao Tse Tung.

Sul piano economico, la resilienza di Pechino  e la riluttanza degli alleati a sacrificare troppo del loro interscambio suggeriscono che gli effetti reali saranno modesti: la Cina potrebbe subire shock momentanei sulle risorse, ma potenzialmente consolidare alleanze alternative se viene isolata unilateralmente. In definitiva, la nuova dottrina del containment targata Trump sembra essere un banco di prova per capire se gli USA riusciranno a tenere insieme una coalizione credibile o se rischieranno di trovarsi soli contro la nuova Cina che si appresta ad assumere una postura multipolare.
Se gli Stati Uniti non accompagnano la forza bruta con offerte economiche e istituzionali concrete, i partner potrebbero scegliere di voltare loro le spalle. In ogni caso, la strada intrapresa indica che Washington dà priorità alla logica del potere diretto piuttosto che all’ordine basato su regole condivise. L’efficacia di questo nuovo containment rimane aperta: potrebbe inasprire temporaneamente la competizione con Pechino, ma solleva pesanti interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine della supremazia americana.
L’era del multilateralismo globalizzato sembra che stia volgendo al termine, sostituito da un ordine regionale o da un nuovo ordine multipolare frammentato ed estremamente instabile dove il diritto internazionale moderno verrà sostituito da un sistema molto simile alla Comunità internazionale vestfaliana, in cui però non saranno gli Stati euro-occidentali in cima alla catena alimentare.


Note

[1] [1] J.Kurlantzick, Trump is abandoning the United States’ Indo-Pacific Partners, Council on Foreign Relations, 4 febbraio, 2026.
[2] E. Khorbaladze, Strategic Dissonance: The 2025 U.S. National Security Strategy’s Multipolar Vision Clashes with the NDAA’s Escalatory Edge, 23 Gennaio 2026.
[3] https://www.aljazeera.com/news/2026/3/6/in-a-bid-to-counter-china-trump-hosts-a-summit-for-latin-america-leaders.
[4]  https://www.aljazeera.com/news/2026/3/6/in-a-bid-to-counter-china-trump-hosts-a-summit-for-latin-america-leaders.
[5]  E. Khorbaladze, Strategic Dissonance: The 2025 U.S. National Security Strategy’s Multipolar Vision Clashes with the NDAA’s Escalatory Edge, 23 Gennaio 2026.

[6] Joint Statement on United States-Vietnam Framework for an Agreement on Reciprocal, Fair, and Balanced Trade, The White House, 26 ottobre 2025.
[7] A. McGowan, N. Caloca, M. Carlough, A Guide to Trump’s Second-Term Military Strikes and Actions, 3 marzo 2026, Council of foreign relations.
[8] J. Kynge, China’s economic statecraft has been exposed by US attacks on Iran and Venezuela, 10 marzo 2026, Chatham House.
[9] E. Melimopolous, Trump-Xi meeting in Busan: Key takeaways from the summit, 30 ottobre 2025, Al Jazeera.


Foto copertina: Illustrazione: Xia Qing/GT. Global Times