Serbia in rivolta: tra corruzione, repressione e silenzi europei


Dal disastro ferroviario di Novi Sad è nato un movimento che chiede verità, giustizia ed elezioni, ma incontra solo repressione e indifferenza internazionale.


A cura di Riccardo Renzi

Il volto della rivolta: quando la Serbia ha detto basta

È da novembre 2024 che la Serbia è teatro di una mobilitazione civile senza precedenti nella sua storia recente. L’innesco: il crollo della tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad, appena ristrutturata, che ha ucciso 16 persone. Un evento tragico che ha scatenato l’indignazione generale, interpretato come simbolo di una corruzione endemica e impunita. A guidare le proteste sono studenti, accademici, cittadini comuni. Non c’è un partito dietro, non un programma elettorale. Solo una richiesta: verità, giustizia, e soprattutto elezioni anticipate. Ma il governo ha risposto con la repressione. Negli ultimi giorni, le immagini che arrivano da Belgrado e da decine di città serbe ricordano quelle dei peggiori regimi autoritari: lacrimogeni, idranti, cassonetti in fiamme, arresti arbitrari[1]. Le testimonianze raccontano di detenuti picchiati, studenti minacciati di stupro, manifestanti immobilizzati faccia al muro. Alcuni atti di violenza non provengono nemmeno dalla polizia, ma dai ćaci, gruppi di sostenitori del presidente Vučić che agiscono come una milizia parallela con l’implicita benedizione dello Stato[2].

Aleksandar Vučić: il presidente dei lealisti

Vučić non è un outsider del sistema serbo: è un uomo che il sistema lo ha costruito. Ministro dell’Informazione negli ultimi anni di Slobodan Milošević[3], è diventato nel tempo il volto di una Serbia che si presenta europeista nei summit internazionali ma che internamente reprime ogni forma di dissenso. Negli ultimi mesi, il presidente ha mostrato il suo vero volto: quello di un leader deciso a governare contro, non con il popolo. Mentre gli studenti vengono arrestati, egli si presenta tra le tende del ćacilend, l’accampamento abusivo di sostenitori del governo che occupa da mesi lo spazio tra Parlamento e Presidenza. Da lì, rilancia la narrazione tossica secondo cui la Serbia sarebbe sotto attacco da parte di forze straniere e “terroristi interni”. Le parole sono pesanti: “teppisti”, “sabotatori”, “traditori della patria”[4]. I media filogovernativi alimentano il clima d’odio, mentre le istituzioni non offrono alcun canale di dialogo. La Serbia si spacca in due, in una polarizzazione che rievoca pericolosamente gli anni ‘90.

Una democrazia sospesa: tra manganelli e corruzione sistemica

La lunga durata delle proteste e la crescente radicalizzazione sono anche il frutto della totale assenza di responsabilità da parte dello Stato. A quasi un anno dalla tragedia di Novi Sad, nessun procedimento giudiziario serio è stato avviato. Un solo ministro è stato arrestato, un altro si è reso irreperibile[5]. Le richieste di pubblicazione dei documenti sui lavori ferroviari sono rimaste lettera morta. Nel frattempo, le accuse sui legami tra Stato, polizia e criminalità organizzata si moltiplicano. Diverse inchieste giornalistiche riportano che molti ćaci provengano da ambienti del crimine, o siano impiegati pubblici messi lì a sorvegliare la folla. È la manifestazione perfetta della “stabilocrazia”: un sistema in cui la stabilità viene garantita non con istituzioni forti, ma con paura, ricatti, e clientelismo[6].

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Il silenzio dell’Unione Europea: diplomazia o complicità?

Nonostante la Serbia sia ufficialmente candidata all’adesione all’UE dal 2012, le reazioni europee agli ultimi mesi di repressione sono state deboli, tardive, spesso contraddittorie. Se da un lato la Commissaria per l’Allargamento Marta Kos ha condannato “l’uso eccessivo della forza”, dall’altro Bruxelles continua a intrattenere rapporti regolari con Vučić[7], elogiando “i progressi” nel processo di adesione. A marzo 2025, mentre nelle strade di Belgrado migliaia di cittadini venivano picchiati, la presidente Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Antonio Costa lo accoglievano a cena con onori istituzionali. Il messaggio percepito dalla popolazione serba è chiaro: l’UE privilegia la “stabilità” regionale alla democrazia. E così, tra le tende dei manifestanti, sono apparsi striscioni che accusano Bruxelles di aver venduto la Serbia in cambio di gas e miniere[8].

Russia, Cina e il corteggiamento di Belgrado

Mentre l’UE esita, la Russia si mostra subito solidale con Vučić. “Non rimarremo indifferenti a quanto accade nella fraterna Serbia”, ha dichiarato il Ministero degli Esteri russo[9]. Mosca ha tutto l’interesse a mantenere un alleato fidato nei Balcani, anche solo per sabotare l’influenza occidentale. Ma il vero attore silenzioso è la Cina. Attraverso investimenti infrastrutturali miliardari, prestiti a basso interesse e un’attitudine disinteressata alle questioni di diritti umani, Pechino è diventata il partner preferito di Belgrado. Progetti come il controverso impianto di estrazione del litio della Rio Tinto, sostenuto da Pechino e tollerato da Bruxelles, mostrano quanto l’UE sia pronta a chiudere un occhio su tutto pur di contrastare l’influenza cinese — e garantire le forniture strategiche[10].

Crisi serba, fallimento europeo: la stabilità non può essere l’unico obiettivo

La Serbia sta dando un segnale chiaro: non è più sufficiente garantire l’illusione della stabilità mentre la democrazia muore lentamente. Le proteste attuali non sono solo contro Vučić, ma contro un’intera impalcatura di potere che ha messo radici profonde, alimentata da decenni di compromessi, impunità e retorica populista[11]. L’UE ha una responsabilità storica. Continuare a ignorare le istanze popolari in nome della “stabilità” significa favorire l’autoritarismo. Le dichiarazioni di preoccupazione non bastano più: servono misure concrete.

Tra queste:

  • Il congelamento dei fondi IPA di preadesione fino a quando non vi siano prove tangibili di riforme;
  • Sanzioni mirate contro funzionari coinvolti nella repressione;
  • Supporto diretto alla società civile, agli osservatori elettorali, alle università e ai media indipendenti;
  • Monitoraggio e condizionamento stringente del progetto al litio, con clausole ambientali e sociali vincolanti[12].

E ora? Le due strade davanti alla Serbia

La Serbia è a un bivio. Da una parte, l’ulteriore degenerazione autoritaria, con un governo che si regge solo grazie alla repressione e all’appoggio esterno. Dall’altra, una possibilità di transizione democratica, se il movimento riesce a reggere e a trasformarsi in forza costituente[13]. Le elezioni anticipate richieste dai manifestanti sono oggi l’unica via per disinnescare la spirale della violenza. Ma finché Vučić continuerà a rifiutarle, e l’Europa si limiterà a timide prese di posizione, l’instabilità non farà che crescere.

Berlino tra valori europei e interessi economici

Nonostante la Germania sia stata uno dei primi paesi dell’Unione Europea a esprimere ufficialmente preoccupazione per la repressione in atto in Serbia, la posizione di Berlino si muove su un crinale ambiguo. Da un lato, il portavoce del Ministero degli Esteri tedesco ha ricordato che “la Serbia, in quanto paese candidato all’UE, ha l’obbligo di rispettare i principi dello Stato di diritto”, sollecitando spiegazioni al governo serbo per l’uso sproporzionato della forza contro manifestanti pacifici e giornalisti[14]. Dall’altro lato, Berlino è accusata — soprattutto da media indipendenti e attivisti serbi — di condurre una politica ambivalente, in cui il rispetto dei valori democratici sembra subordinato a un’agenda strategica ed economica. Il nodo centrale è rappresentato dal progetto di estrazione del litio nella valle di Jadar, in Serbia occidentale. L’accordo — formalmente tra Belgrado e l’UE, ma di fatto fortemente sostenuto da Berlino — vede coinvolta anche l’industria automobilistica tedesca, affamata di litio per la transizione verso la mobilità elettrica. Il litio serbo rappresenta, in questo contesto, una risorsa critica, in grado di garantire all’Europa — e in particolare alla Germania — maggiore indipendenza dalle forniture asiatiche. Tuttavia, il costo politico e ambientale di questo accordo è altissimo: il progetto è contestato da anni da cittadini, attivisti ambientali e comunità locali, che lo considerano dannoso per l’ecosistema e sintomatico del clientelismo tra grandi interessi economici e il potere politico serbo[15]. La recente intensificazione delle proteste e l’intervento brutale delle forze di sicurezza hanno riportato alla luce questa contraddizione. Steffen Mayer, vice portavoce del governo tedesco, ha negato che Berlino stia “chiudendo un occhio” sugli abusi di Vučić per salvaguardare l’accordo sul litio. Eppure, l’assenza di misure concrete o condanne esplicite da parte della Germania rafforza la percezione che l’interesse per la stabilità e le risorse abbia la precedenza sulla promozione dei valori europei. Nel frattempo, i media tedeschi più critici — come Zeit, Junge Welt e Der Spiegel — sollevano dubbi sulla sincerità dell’impegno tedesco per la democrazia nei Balcani, sottolineando la complicità silenziosa dell’UE nel rafforzamento del potere autoritario di Vučić. L’equilibrismo tedesco, tra pressione diplomatica e difesa degli interessi industriali, rischia di minare la credibilità dell’Unione non solo agli occhi dei cittadini serbi, ma anche nei confronti di tutti i Balcani occidentali.

Contromanifestazioni, minacce e lo spettro della rivoluzione colorata

Mentre la protesta antigovernativa serba continua ad attraversare la fase più violenta e radicale degli ultimi anni, il presidente Vučić e il Partito Progressista Serbo (SNS) sembrano aver inaugurato una nuova strategia di risposta: la contro-narrazione permanente. Non solo attraverso l’occupazione dello spazio mediatico[16], ormai ampiamente controllato, ma anche tramite l’organizzazione di manifestazioni parallele che, di fatto, si configurano come risposte orchestrate agli eventi di piazza. In diverse città del paese, da Belgrado a Niš, si sono tenute manifestazioni pro-governative che i media indipendenti descrivono come “artificiali”, spesso costituite da dipendenti pubblici convocati — e in alcuni casi costretti — a partecipare. Secondo quanto riportato dal Vienna Standard, funzionari dell’SNS e dirigenti locali avrebbero esercitato pressioni dirette su insegnanti, impiegati comunali e lavoratori delle aziende pubbliche affinché presenziassero alle manifestazioni per la stabilità e contro i blocchi. Queste contromanifestazioni, dichiaratamente “in difesa della democrazia”, appaiono in realtà come tentativi di svuotare di significato la legittimità della protesta studentesca e civica. È un fenomeno tipico dei regimi ibridi: produrre un simulacro di consenso popolare per offuscare il dissenso reale, avallando l’idea che il paese sia diviso tra “patrioti responsabili” e “teppisti sobillati dall’estero”. Lo stesso Vučić, nel suo ultimo discorso televisivo dal campo dei suoi sostenitori — ribattezzato cinicamente “Ćacilend” — ha accusato i manifestanti di voler provocare una guerra civile sotto influenza straniera. Un episodio che ha colpito profondamente l’opinione pubblica è stato il caso di Nikolina Sinđelić, giovane manifestante arrestata il 14 agosto, che ha denunciato pubblicamente di essere stata minacciata di stupro da un agente di polizia. Il suo racconto, confermato da testimoni e supportato da video diffusi online, ha generato ondate di indignazione anche a livello internazionale. Tuttavia, le autorità non hanno avviato alcuna indagine formale, segnalando ancora una volta l’assenza di qualsiasi controllo civile sugli abusi commessi dalle forze dell’ordine. Parallelamente, il presidente Vučić ha annunciato un pacchetto di misure sociali da presentare entro settembre: prestiti agevolati, aiuti per pensionati, incentivi alle famiglie[17]. Una mossa che intende fungere da valvola di sfogo per le tensioni sociali e da tentativo di recupero del consenso nelle fasce popolari più colpite dalla crisi. Ma queste promesse si accompagnano a un “cambio di tattica” che, secondo l’analisi di molti osservatori, potrebbe preludere a un’ulteriore militarizzazione della risposta alle proteste. In questo clima, l’opposizione liberale cerca sponde internazionali. Il Fronte Verde-Sinistra e il Movimento dei Cittadini Liberi hanno inviato una lettera alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, chiedendo non solo una condanna della violenza poliziesca, ma anche misure restrittive contro i leader serbi: congelamento dei beni, divieto di ingresso nell’UE, sospensione dei fondi di preadesione. Ma finora, queste richieste sono rimaste inascoltate. Non stupisce, allora, che il Cremlino abbia colto l’opportunità per rilanciare la narrativa della rivoluzione colorata. L’ambasciatore russo in Serbia, Aleksandar Bochan-Kharchenko, ha parlato apertamente di una tentata destabilizzazione eterodiretta e ha ribadito che Mosca “non rimarrà indifferente” agli eventi nel paese. Il riferimento a scenari simili a quelli di Georgia, Ucraina o Bielorussia è tutt’altro che casuale: per la Russia, la Serbia resta una delle ultime roccaforti filorusse nei Balcani, e ogni spostamento verso Bruxelles è considerato un affronto geopolitico. Ma l’Unione Europea tace. Forse perché teme di perdere la cooperazione strategica di Vučić su dossier come il Kosovo, l’immigrazione, l’Ucraina o la fornitura di minerali critici. O forse perché, come avvertono in molti, Bruxelles si è ormai abituata a scambiare la stabilità per democrazia.


Note

[1] G. FRUSCIANTE, «Serbia: guerriglia urbana tra polizia e manifestanti, cosa succede?», ISPI, 18/08/2025.
[2] A. ZAMBELLI, «Serbia: Un ferragosto di protesta e repressione violenta», East Journal, 16/08/2025.
[3] C. ECCHER, «Serbia: grandezza e miseria di una protesta», Il Caffè Geopolitico, 10/07/2025.
[4] A. IMERI, «Serbia: L’UE non vuole vedere la lotta per la democrazia in Serbia», East Journal, 20/08/2025.
[5] «Cinque notti di scontri e proteste in Serbia», Il Post, 17/08/2025.
[6] Ibidem.
[7] C. ECCHER, «Serbia: grandezza e miseria di una protesta», Il Caffè Geopolitico, 10/07/2025.
[8] G. FRUSCIANTE, «Serbia: guerriglia urbana tra polizia e manifestanti, cosa succede?», ISPI, 18/08/2025.
[9] S. GIANTIN. «Serbia, in piazza migliaia di filo-Vučić: «Vogliamo il ritorno alla normalità», Il Nord Est, 21/08/2025.
[10] A. ZAMBELLI, «Serbia: Un ferragosto di protesta e repressione violenta», East Journal, 16/08/2025.
[11] F. BORTOLETTO, «Serbia, Vučić tenta la carta del dialogo coi manifestanti: “Discutiamo insieme”», EUnews, 22/08/2025.
[12] S. GIANTIN. «Serbia, in piazza migliaia di filo-Vučić: «Vogliamo il ritorno alla normalità», Il Nord Est, 21/08/2025.
[13] F. BORTOLETTO, «Serbia, Vučić tenta la carta del dialogo coi manifestanti: “Discutiamo insieme”», EUnews, 22/08/2025.
[14] M. VELA, «Berlino sulle manifestazioni in Serbia: “Non distogliamo lo sguardo”», Kossev, 21/08/2025.
[15] S. GIANTIN. «Serbia, in piazza migliaia di filo-Vučić: «Vogliamo il ritorno alla normalità», Il Nord Est, 21/08/2025.
[16] M. VELA, «Berlino sulle manifestazioni in Serbia: “Non distogliamo lo sguardo”», Kossev, 21/08/2025.
[17] M. VELA, «Berlino sulle manifestazioni in Serbia: “Non distogliamo lo sguardo”», Kossev, 21/08/2025.


Foto copertina: Zemun, 5 luglio 2025.Foto: Spasa Dakic/SIPA/picture alliance