Da semplice fattore produttivo, l’energia è tornata a essere una delle principali chiavi di lettura degli equilibri mondiali: determina alleanze, influenza conflitti, condiziona le strategie industriali e ridefinisce il rapporto tra Stati e territori. Intervista al Prof. Vittorio Amato autore del volume “Geopolitica dell’energia. Attori, strategie e scenari in un’epoca di transizione”.
Ogni rivoluzione energetica ha modificato gli equilibri esistenti, ma raramente ha cancellato la competizione per il controllo delle risorse strategiche. È dentro questa prospettiva che si colloca il volume “Geopolitica dell’energia. Attori, strategie e scenari in un’epoca di transizione” (Editoriale Scientifica, 2026 – Acquista qui) di Vittorio Amato, un’opera che propone una lettura ampia e sistematica del nesso tra risorse energetiche e potere globale.

Il punto di partenza del libro è una tesi tanto semplice quanto decisiva: l’energia non è mai stata una mera commodity. Le grandi trasformazioni energetiche della modernità hanno coinciso con altrettante trasformazioni degli equilibri internazionali. Il passaggio dal carbone al petrolio, fino alla fase attuale della decarbonizzazione, non rappresenta soltanto un cambiamento tecnologico, ma una ridefinizione delle gerarchie geopolitiche. Il controllo delle fonti energetiche, delle infrastrutture e delle catene di approvvigionamento ha accompagnato l’ascesa e il declino delle potenze globali.
“Geopolitica dell’energia” vuole superare una lettura esclusivamente economica della questione energetica. Il mercato, infatti, non opera in uno spazio neutrale: petrolio, gas, carbone e nuove tecnologie energetiche sono inseriti dentro rapporti di forza politici, militari e diplomatici.
Le rotte marittime, i gasdotti, i terminali di importazione, le aree di produzione e oggi anche le materie prime critiche diventano elementi di una competizione strategica globale.
In questa prospettiva, la transizione energetica assume un significato più complesso rispetto alla narrazione tradizionale della semplice sostituzione delle fonti fossili con quelle rinnovabili. La progressiva riduzione della centralità del petrolio e del gas non elimina le dipendenze: ne crea di nuove.
Il baricentro della competizione si sposta verso il controllo di minerali strategici, tecnologie avanzate, capacità industriali e infrastrutture digitali. La geopolitica dell’energia cambia quindi forma, ma non perde la propria rilevanza.
Nel libro sostiene che ogni grande transizione energetica abbia coinciso con una trasformazione dell’ordine mondiale. Possiamo quindi considerare la transizione attuale verso le rinnovabili come una nuova fase di ridefinizione delle gerarchie globali?
«La lettura storica che propongo nella prima parte del volume mostra con una certa nitidezza che le grandi transizioni energetiche non sono mai state semplici sostituzioni tecnologiche, ma processi che hanno riscritto la gerarchia delle potenze.
Il passaggio dalla legna al carbone ha reso possibile la rivoluzione industriale e ha consegnato al Regno Unito, che disponeva di giacimenti, di capitale, di una marina e di una capacità manifatturiera senza eguali, un primato durato oltre un secolo. L’affermazione del petrolio ha spostato il baricentro del potere verso gli Stati Uniti, ha generato un ordine internazionale imperniato sulla protezione delle rotte e dei giacimenti mediorientali e ha prodotto istituzioni, alleanze e conflitti che ancora oggi riconosciamo come costitutivi del sistema internazionale.
Nel presente stiamo attraversando una fase analoga, e tuttavia profondamente diversa nella sua meccanica. La differenza principale sta nel fatto che il potere non deriva più dalla dotazione geologica, che è una rendita di posizione, ma dalla capacità industriale e tecnologica, che è il prodotto di una politica pubblica di lungo periodo. Chi controlla le fabbriche di pannelli, le gigafactory, gli impianti di raffinazione dei minerali, i brevetti e gli standard tecnici acquisisce oggi la stessa centralità che ieri apparteneva a chi controllava i pozzi e gli stretti marittimi. È il motivo per cui, nelle conclusioni, parlo di un passaggio dai petrostati agli elettrostati, e insisto sul fatto che la nuova gerarchia si costruisce nelle catene del valore e non nei sottosuoli.
Occorre però evitare due semplificazioni. La prima consiste nel dare per scontata la linearità del processo, quando invece la transizione in corso, per ora, è ancora largamente additiva, nel senso che le rinnovabili crescono a ritmi record senza che il consumo assoluto di fonti fossili sia crollato.
La seconda semplificazione consiste nell’immaginare che la nuova gerarchia sia più distribuita e quindi più pacifica: la concentrazione geografica nella lavorazione dei minerali critici e nella manifattura delle tecnologie pulite è oggi superiore a quella che il petrolio abbia mai conosciuto. Se una ridefinizione delle gerarchie globali è certamente in atto, essa non produce necessariamente un mondo meno competitivo, ma un mondo in cui la competizione cambia terreno e si sposta dalla geologia all’industria».
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Le infrastrutture non sono mai neutrali. I gasdotti hanno costruito interdipendenza stabile, il GNL ha introdotto flessibilità e liquidità ma anche nuove vulnerabilità. La sicurezza energetica europea è oggi realmente più solida oppure si è semplicemente spostata da una dipendenza geopolitica a una dipendenza di mercato?
«La sua domanda coglie esattamente il nodo che affronto nel capitolo dedicato al gas naturale. Un gasdotto è un investimento irreversibile che vincola per decenni un venditore e un compratore, e proprio per questo genera un’interdipendenza stabile ma asimmetrica, perché il fornitore sa che il cliente non può cambiare rapidamente la propria infrastruttura. La nave metaniera, al contrario, trasforma il gas in una merce quasi fungibile, che può essere deviata verso il mercato che paga di più, e restituisce al compratore una libertà di scelta che il tubo gli negava.
Sul piano fattuale il bilancio europeo è meno negativo di quanto si dica. In pochi anni l’Unione ha sostituito la parte prevalente delle forniture russe via pipeline, ha costruito o riattivato una capacità di rigassificazione imponente, ha reso obbligatorio il riempimento degli stoccaggi, ha sperimentato l’acquisto congiunto e ha invertito i flussi su alcune direttrici interne. La rottura del ricatto fisico, che nel 2022 sembrava insostenibile, è stata assorbita senza il collasso industriale che molti prevedevano.
Sarebbe però ingenuo concludere che il problema sia risolto. La dipendenza non è scomparsa, si è trasformata. Al rischio politico concentrato su un unico fornitore si è sostituito un rischio diffuso di mercato, che si manifesta nella volatilità dei prezzi, nella competizione con i compratori asiatici per i carichi disponibili, nell’esposizione ai punti di strozzatura marittimi, da Suez a Hormuz fino a Panama, e in una nuova concentrazione dell’offerta sugli Stati Uniti, che rende la sicurezza energetica europea sensibile alle oscillazioni della politica commerciale americana. A questo si aggiunge un paradosso poco discusso, e cioè che i contratti di lungo periodo firmati per garantirsi i volumi rischiano di irrigidire la domanda europea di gas fino al 2040, in contraddizione con gli obiettivi di decarbonizzazione.
La mia risposta, dunque, è che la sicurezza europea è oggi più diversificata e più resiliente sul piano fisico, ma più costosa e più esposta sul piano economico, e che la sostituzione di una dipendenza geopolitica con una dipendenza di mercato non equivale automaticamente a un guadagno di autonomia. L’unica strada per una sicurezza strutturale passa dalla riduzione della domanda, dall’efficienza, dall’elettrificazione dei consumi e dal completamento delle interconnessioni interne, perché il metro cubo di gas che non consumiamo è l’unico che nessuno può usare come arma».
Il nucleare è tornato nel dibattito italiano come risposta alla doppia esigenza di sicurezza energetica e decarbonizzazione. La sua analisi suggerisce prudenza. Il ritorno al nucleare è davvero una strada percorribile per l’Italia, considerando tempi, costi, dipendenza tecnologica dall’estero e nuovo scenario geopolitico?
«La prudenza che lei coglie nel volume non nasce da una posizione ideologica, ma da una lettura geopolitica della filiera nel suo insieme, dalla miniera al deposito definitivo.
Nel capitolo dedicato all’opzione nucleare mostro che l’abbondanza geologica dell’uranio è neutralizzata dalla concentrazione politica della sua disponibilità commerciale, perché l’estrazione è di fatto un oligopolio, con il Kazakistan in posizione dominante, e perché la fase dell’arricchimento resta controllata da un numero ristretto di attori statali, tra i quali la Russia occupa una quota che nessuna sanzione ha finora davvero eroso. Chi entra nel nucleare per ridurre la propria dipendenza deve sapere che entra in un’altra dipendenza, più tecnica e meno visibile, ma non per questo meno vincolante.
Vi sono poi le variabili che decidono la fattibilità concreta di qualsiasi programma, e cioè i tempi e i costi. L’esperienza europea dei grandi reattori di terza generazione, da Olkiluoto a Flamanville, racconta di cantieri con ritardi decennali e sforamenti di costo dell’ordine di tre o quattro volte le previsioni iniziali. I reattori modulari di piccola taglia, che concentrano oggi buona parte delle aspettative, non dispongono ancora di una filiera industriale matura né di una dimostrazione commerciale su scala, e alcuni disegni presentano una vulnerabilità aggiuntiva legata al combustibile ad arricchimento elevato, la cui capacità produttiva è oggi quasi monopolistica. Aggiungo che la fase finale del ciclo rimane il vero punto cieco del dibattito italiano, dal momento che il Paese non è riuscito in trent’anni a individuare un deposito nazionale per i rifiuti già esistenti, e che al mondo un solo impianto geologico profondo si avvia a entrare in esercizio.
Non ne deduco l’impossibilità di ogni ritorno, ma una gerarchia realistica delle priorità. Nell’orizzonte che conta per gli obiettivi del 2030, e in larga misura anche per quelli del 2035, nessun reattore italiano potrà contribuire a un solo kilowattora, mentre le rinnovabili, le reti, gli accumuli e l’efficienza hanno tempi di realizzazione compatibili con quelle scadenze. Il nucleare, se lo si vuole considerare seriamente, va trattato come una scelta di lungo periodo, che richiede una decisione bipartisan, un regolatore indipendente ricostruito da zero, un’industria nazionale da riqualificare, una soluzione credibile per i rifiuti e un consenso sociale che due referendum hanno finora negato. Presentarlo come la risposta rapida alla crisi energetica significa spostare l’attenzione dalle decisioni che possono essere prese adesso verso una promessa che maturerà, nella migliore delle ipotesi, dopo il 2040».
Per molti anni la geopolitica dell’energia è stata associata soprattutto al petrolio e al gas. Oggi il confronto si sposta verso litio, terre rare e tecnologie verdi. Stiamo assistendo a un semplice cambio delle risorse strategiche o a un cambiamento più profondo del modello geopolitico?
«Siamo di fronte a un mutamento del modello, e non a una semplice rotazione dell’elenco delle materie prime contese. Nella geopolitica degli idrocarburi il potere si concentrava a monte della filiera, nel controllo dei giacimenti e delle rotte di transito, e la leva era immediata, perché l’interruzione di un flusso produceva effetti nel giro di settimane, come dimostrò l’embargo del 1973. Nella geopolitica dei minerali critici e delle tecnologie pulite, invece, il potere si concentra nel mezzo della catena del valore, nella raffinazione, nella metallurgia, nella produzione dei componenti, e a valle, nel possesso dei brevetti e nella definizione degli standard.
Questa differenza ha tre conseguenze che nel libro considero decisive.
La prima riguarda la natura dell’arma economica, perché bloccare l’esportazione di terre rare non spegne le turbine già installate, ma impedisce di costruirne di nuove, e produce quindi un effetto ritardato, cumulativo e industriale anziché immediato e sociale.
La seconda riguarda la fonte del vantaggio competitivo, che non è più la fortuna geologica ma la politica industriale, cioè una variabile che si può costruire, e che la Cina ha costruito con una coerenza ventennale mentre l’Occidente si affidava al mercato.
La terza riguarda la geografia della vulnerabilità, che si sposta dagli stretti marittimi ai nodi di trasformazione, ai laboratori, alle norme tecniche, e che rende obsoleta buona parte della cassetta degli attrezzi con cui gli Stati hanno gestito la sicurezza energetica del Novecento.
Il rischio, che segnalo con qualche insistenza, è di uscire dall’era dell’OPEC per entrare in una condizione di concentrazione ancora più marcata, perché nella lavorazione della gran parte dei minerali strategici la quota del primo attore supera largamente qualunque quota che un singolo produttore di petrolio abbia mai raggiunto. La transizione, in altre parole, non abolisce la geopolitica dell’energia, ne riscrive la grammatica».
E da qui l’interesse di Trump per la Groenlandia e per l’Artico in generale… «L’attenzione americana verso la Groenlandia si spiega perfettamente dentro questa cornice, e il capitolo che dedico all’Artico e alle frontiere in acque profonde ne anticipava la logica. L’isola concentra una combinazione rara di elementi, cioè giacimenti significativi di terre rare e di altri minerali strategici, una posizione che presidia il varco tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito attraverso cui passano le rotte atlantiche di interesse militare, e la prospettiva, resa concreta dal ritiro dei ghiacci, di nuove rotte marittime che accorcerebbero sensibilmente le distanze tra Asia ed Europa.
Vi è poi una motivazione che definirei di negazione dell’accesso, e che a mio avviso pesa più del calcolo estrattivo immediato. Washington non teme soltanto la militarizzazione russa delle coste settentrionali, che è ormai un fatto acquisito, ma anche la penetrazione economica cinese, che con la formula dello Stato quasi artico e con il progetto di una via della seta polare ha tentato ripetutamente di acquisire partecipazioni minerarie e portuali nella regione. L’interesse per la Groenlandia è quindi meno una corsa alle risorse, che rimane commercialmente incerta a causa dei costi estrattivi, delle condizioni ambientali e dell’opposizione delle comunità locali, e più una manovra preventiva di controllo di un nodo strategico che nel prossimo trentennio diventerà molto più accessibile di quanto non sia oggi. È l’esempio più eloquente di come il riscaldamento globale, che è l’effetto del vecchio sistema energetico, stia aprendo il teatro di competizione del nuovo».
La guerra in Ucraina ha mostrato quanto la dipendenza energetica possa diventare una vulnerabilità politica. Quali lezioni dovrebbe trarre l’Europa da questa crisi?
«La prima lezione, e la più dolorosa, riguarda un presupposto teorico che l’Europa aveva accettato senza sottoporlo a verifica, e cioè l’idea che l’interdipendenza commerciale produca automaticamente pacificazione politica. Nel volume mostro che l’interdipendenza, quando è asimmetrica, non disinnesca il conflitto, ma fornisce a chi detiene la posizione di forza uno strumento di coercizione a basso costo. Il gas non è stato usato come arma perché la Russia fosse irrazionale, ma perché il rapporto era costruito in modo tale da rendere quell’uso conveniente.
Ne discende una seconda lezione, di natura metodologica, che riguarda il modo in cui gli Stati valutano la propria sicurezza energetica. Per anni la si è misurata con indicatori di prezzo e di disponibilità, quando invece andrebbe trattata come un portafoglio di rischi, sottoposto a prove di stress, con scenari di interruzione improvvisa, riserve strategiche, capacità di risposta rapida e piani di razionamento definiti prima e non durante la crisi.
La resilienza si costruisce quando non serve, non quando è già tardi per costruirla.
La terza lezione riguarda le infrastrutture, che il conflitto ha rivelato essere bersagli e non semplici condotte. Il sabotaggio del Nord Stream, gli attacchi sistematici alla rete elettrica ucraina, gli incidenti ripetuti ai cavi sottomarini del Baltico compongono un quadro in cui la sicurezza fisica e cibernetica delle reti diventa una componente ordinaria della difesa nazionale ed europea.
Vi è infine una lezione che l’Europa mi pare aver appreso solo in parte, e riguarda la tentazione di risolvere il problema semplicemente cambiando fornitore. Sostituire la dipendenza russa via pipeline con una dipendenza altrettanto concentrata dal gas liquefatto americano, o con una dipendenza cinese nelle tecnologie pulite, significa riprodurre la medesima vulnerabilità con un’altra geografia. L’unica lezione davvero strutturale è che la sicurezza energetica europea si costruisce riducendo la quantità di energia importata, diversificando in modo autentico e agendo con unità politica, perché nei momenti peggiori del 2022 ha funzionato meglio il coordinamento tra governi che l’automatismo dei mercati».
Per decenni la Russia ha usato l’energia come strumento di influenza. Il passaggio dall’Europa all’Asia potrebbe non essere una semplice diversificazione, ma una perdita di autonomia strategica verso la Cina. Nel medio periodo la Russia resterà una grande potenza energetica globale oppure rischia di diventare un grande produttore di materie prime con peso geopolitico ridotto?
«La mia analisi propende con nettezza per la seconda ipotesi, e il capitolo dedicato alla Russia la argomenta seguendo la logica economica prima ancora di quella politica.
Il mercato europeo non era per Mosca un mercato qualunque, era il mercato a più alto margine, servito da infrastrutture ammortizzate, pagato in valuta forte e regolato da contratti di lungo periodo che garantivano un flusso di rendita prevedibile su cui si reggeva una quota rilevante del bilancio federale.
La perdita di quel mercato non si compensa con un semplice riorientamento verso oriente, perché i volumi che oggi raggiungono la Cina attraverso il collegamento siberiano restano molto inferiori a quelli che alimentavano l’Europa, perché il secondo grande gasdotto verso Pechino è da anni ostaggio di un negoziato sul prezzo che la Russia non ha la forza contrattuale per vincere, e perché la costruzione di nuove infrastrutture verso l’Asia richiede un decennio e capitali che le sanzioni rendono difficili da reperire.
Il punto che considero decisivo, tuttavia, non è quantitativo ma relazionale. Vendere a molti clienti significa avere potere contrattuale, vendere sostanzialmente a un cliente solo significa subirlo. La Russia sta scivolando verso una condizione di monopsonio, nella quale la Cina acquista greggio scontato, paga in valuta propria, fornisce le tecnologie e i componenti che l’Occidente ha smesso di vendere e detta le condizioni dei nuovi progetti. La dipendenza tecnologica è particolarmente insidiosa nei settori più avanzati, come il gas liquefatto artico, dove le sanzioni hanno mostrato che senza turbine e impianti occidentali interi progetti restano bloccati.
Rimane vero che Mosca conserva alcune leve significative, in particolare nel nucleare civile, dove Rosatom costruisce e finanzia una quota rilevante dei reattori in cantiere nel mondo e mantiene un ruolo difficilmente sostituibile nell’arricchimento dell’uranio. La proiezione geopolitica russa, però, si sta trasformando da leva di influenza su un continente ricco a funzione di fornitore di materie prime a basso margine dentro un sistema che non controlla. Da potenza energetica a periferia energetica di un’altra potenza, questa mi pare la traiettoria più probabile del prossimo decennio».
La Cina occupa oggi una posizione centrale nelle filiere delle tecnologie energetiche rinnovabili. Questo rappresenta una nuova forma di dipendenza strategica per l’Occidente?
«La risposta è affermativa, ma richiede una qualificazione che nel volume mi sta particolarmente a cuore, perché confondere questa dipendenza con quella petrolifera porta a diagnosi sbagliate e a rimedi peggiori del male.
La posizione cinese non deriva da un dono della natura, deriva da una politica industriale condotta con costanza per vent’anni, che ha combinato acquisizione di asset minerari all’estero, sussidi alla capacità produttiva, integrazione verticale, formazione tecnica e un mercato interno abbastanza grande da consentire economie di scala irraggiungibili altrove. Il risultato è una quota schiacciante nella produzione dei moduli fotovoltaici e delle celle per batterie, un controllo pressoché monopolistico nella separazione delle terre rare e nella produzione dei magneti permanenti, e una posizione dominante nella raffinazione della gran parte dei minerali che servono alla transizione.
Che si tratti di una leva utilizzabile, e già utilizzata, lo dimostrano le restrizioni all’esportazione introdotte a partire dal 2024 su gallio, germanio, grafite, antimonio e terre rare pesanti, che hanno avuto il valore di un avvertimento più che di un vero embargo, mostrando all’Occidente quanto rapidamente l’approvvigionamento possa essere trasformato in strumento negoziale.
La differenza rispetto al petrolio, però, è che questa dipendenza è industriale e quindi, in linea di principio, reversibile, perché una raffineria di litio o una fabbrica di magneti si possono costruire, mentre un giacimento no.
Il problema è il tempo, dal momento che ricostruire una filiera completa richiede tra i sette e i dieci anni e comporta costi superiori a quelli cinesi, il che genera il paradosso fondamentale della transizione occidentale, e cioè che decarbonizzare in fretta significa comprare cinese, mentre perseguire l’autonomia significa decarbonizzare più lentamente e a costi maggiori.
La via d’uscita che indico non è il decoupling, che sarebbe economicamente rovinoso e climaticamente irresponsabile, ma una riduzione selettiva del rischio, fondata su diversificazione autentica delle fonti di approvvigionamento, riserve strategiche dei materiali più esposti, riciclo trattato come una vera miniera urbana, sostituzione tecnologica dove è possibile, come nelle chimiche di batteria che riducono il fabbisogno di cobalto, e partenariati con i Paesi produttori costruiti sulla condivisione del valore aggiunto e non sulla vecchia logica estrattiva. Una quota di dipendenza resterà, e sarebbe onesto dirlo: il punto non è azzerarla, ma renderla gestibile».
L’Europa sta costruendo una vera autonomia strategica oppure sta semplicemente sostituendo vecchie dipendenze energetiche con nuove dipendenze industriali e tecnologiche? Che cosa manca oggi alla politica energetica europea?
«Il capitolo che dedico all’Unione europea si apre proprio con questo interrogativo, e la risposta che offro è volutamente scomoda. L’Europa ha compiuto un lavoro regolatorio di straordinaria ambizione, probabilmente il più avanzato al mondo, e ha dimostrato nel 2022 una capacità di reazione che pochi le attribuivano. Ha però costruito una potenza normativa senza costruire la potenza industriale che dovrebbe sostenerla, e questa asimmetria è la sua vulnerabilità principale, perché in un sistema internazionale che premia chi produce, chi sussidia e chi protegge, chi si limita a stabilire regole rischia di scrivere norme che gli altri non hanno interesse ad adottare.
Quanto a ciò che manca, indicherei quattro carenze. La prima è finanziaria, perché all’imponente politica regolatoria non corrisponde una capacità fiscale comune paragonabile agli strumenti di sostegno americani o cinesi, e il ricorso alla flessibilità sugli aiuti di Stato ha finito per premiare i Paesi con più spazio di bilancio, frammentando il mercato interno anziché rafforzarlo. La seconda è infrastrutturale, perché il collo di bottiglia della transizione europea non è più la capacità di generazione, che cresce a ritmi sostenuti, ma la rete, gli accumuli, le interconnessioni e i tempi autorizzativi, e senza reti l’energia prodotta resta prigioniera dei territori che la producono.
La terza è di disegno del mercato elettrico, dove il meccanismo del prezzo marginale continua a trasmettere ai consumatori la volatilità del gas anche quando la maggior parte dell’elettricità è prodotta da fonti che quel gas non lo usano. La quarta è geopolitica, perché l’Unione non ha ancora una politica estera dell’energia degna di questo nome, e continua a negoziare in ordine sparso con i produttori mentre pretende di agire come un solo attore nei consessi multilaterali.
Aggiungerei una quinta carenza, di ordine politico e sociale, che considero la più pericolosa. Una transizione percepita dai ceti medi e dalle imprese come un costo imposto dall’alto perde consenso, e senza consenso nessuna politica di lungo periodo sopravvive a un ciclo elettorale. Se il Green Deal non verrà riformulato come progetto di competitività, di occupazione e di sicurezza nazionale, e non esclusivamente come obbligo climatico, l’Europa rischia di trovarsi con le regole più severe, i costi più alti e nessuna industria da proteggere».
L’Italia può giocare un ruolo autonomo nella nuova geopolitica dell’energia?
«Il ruolo che l’Italia può realisticamente giocare non è quello di una potenza energetica, che non è mai stata e non sarà, ma quello di una media potenza connettiva, capace di trasformare la propria posizione geografica in una funzione strategica.
La collocazione nel Mediterraneo centrale, il sistema di gasdotti che la collega all’Algeria, alla Libia e, attraverso il corridoio adriatico, al Caspio, i terminali di rigassificazione entrati in funzione dopo il 2022, la presenza di un operatore energetico integrato che opera da tempo con una capacità di interlocuzione quasi diplomatica nei Paesi produttori, l’esperienza nelle interconnessioni elettriche con la sponda sud e con i Balcani, la solidità industriale in comparti come le reti, i cavi, la componentistica e l’ingegneria di impianto costituiscono un insieme di asset che pochi Paesi europei possono vantare simultaneamente.
Vi sono però vincoli che sarebbe irresponsabile ignorare. L’Italia importa la gran parte dell’energia primaria che consuma, non dispone di materie prime critiche, paga l’elettricità industriale a un prezzo che penalizza sistematicamente la sua manifattura, e sconta una lentezza autorizzativa che ha rallentato per anni gli investimenti nelle rinnovabili e nelle reti.
Il Mezzogiorno, che è il luogo naturale della produzione solare ed eolica del Paese e potenzialmente il ponte energetico verso l’Africa, resta penalizzato da una rete insufficiente a portare al nord l’energia che potrebbe generare, e da un rapporto irrisolto tra sviluppo, consenso locale e uso del suolo.
Autonomia, in questo quadro, non significa autosufficienza, che sarebbe un’illusione, ma capacità di scegliere i propri partner invece di essere scelti. L’Italia ha questa possibilità a condizione di agire dentro il quadro europeo e non contro di esso, perché il potere negoziale che essa non ha come Stato singolo lo può esercitare come attore di riferimento della dimensione mediterranea dell’Unione. Una strategia mediterranea credibile, fondata su co-sviluppo, elettricità, idrogeno e formazione, e non soltanto su idrocarburi, sarebbe il contributo più originale che il Paese possa dare alla sicurezza energetica europea, e al tempo stesso il migliore investimento sulla propria».
Nel rapporto tra sicurezza energetica e sostenibilità ambientale, quale dei due obiettivi rischia maggiormente di prevalere nelle decisioni degli Stati?
«Nel breve periodo prevale quasi sempre la sicurezza, e non per un difetto morale dei governanti, ma per una ragione strutturale che il volume mette in evidenza. La sicurezza energetica ha un costo politico immediato e visibile, perché una bolletta che raddoppia o una fabbrica che chiude producono conseguenze elettorali nel giro di mesi, mentre i benefici della sostenibilità sono differiti, diffusi e in larga misura non appropriabili da chi li produce. Il 2022 lo ha dimostrato con una chiarezza brutale, quando governi che avevano fatto della decarbonizzazione la propria bandiera hanno riattivato centrali a carbone e siglato contratti ventennali per il gas liquefatto senza esitazioni particolari.
Ritengo però che la contrapposizione tra i due obiettivi sia in larga parte un artificio di breve periodo. Nel medio termine la dipendenza dai combustibili fossili è essa stessa la principale fonte di insicurezza, perché espone i Paesi importatori alla volatilità dei prezzi, al ricatto dei fornitori e ai conflitti lungo le rotte di transito, mentre un sistema fondato sull’elettrificazione, sull’efficienza e su fonti domestiche riduce strutturalmente quell’esposizione. Sicurezza e sostenibilità convergono, dunque, a condizione che la nuova dipendenza dai minerali e dalle tecnologie venga governata con la stessa serietà con cui si è imparato a governare quella petrolifera.
La variabile che decide l’esito non è ideologica ma distributiva, e riguarda chi paga la transizione e in quale ordine temporale. Laddove la decarbonizzazione viene percepita come impoverimento, il consenso si rompe e la sicurezza torna a prevalere in forme regressive.
Laddove invece viene costruita come politica industriale, occupazionale e di sicurezza nazionale, i due obiettivi si sostengono a vicenda. La vera posta in gioco non è scegliere tra i due, ma evitare che la sostenibilità venga percepita come un lusso di cui ci si può privare quando le cose si mettono male».
La transizione energetica viene spesso presentata come un processo inevitabilmente cooperativo. La sua analisi evidenzia invece nuovi conflitti e nuove competizioni. Quali saranno i principali fronti geopolitici dei prossimi decenni?
«L’idea che la transizione sia intrinsecamente cooperativa nasce da una confusione tra il fine e i mezzi. L’obiettivo climatico è per definizione un bene pubblico globale e richiede cooperazione, ma i mezzi con cui lo si persegue, cioè tecnologie, materiali, capitali, mercati e standard, sono beni scarsi e rivali, quindi appartengono al dominio della competizione.
Il volume individua alcuni fronti che considero già oggi riconoscibili.
Il primo è quello dei minerali critici e dei nodi di raffinazione, dove i controlli sulle esportazioni stanno diventando uno strumento ordinario di politica estera e non più una misura eccezionale.
Il secondo è quello delle tecnologie e degli standard, dove sussidi, dazi, requisiti di contenuto locale e norme tecniche costituiscono il vero campo di battaglia, e dove si affaccia una variabile nuova rappresentata dai consumi elettrici dell’intelligenza artificiale, che stanno riscrivendo le previsioni di domanda e riportando in gioco il gas e il nucleare.
Il terzo è quello delle infrastrutture critiche, fisiche e cibernetiche, dai cavi sottomarini alle reti elettriche fino ai satelliti, che rappresentano oggi il bersaglio ideale delle strategie ibride, come il Baltico e il Mar Rosso hanno mostrato.
Il quarto fronte resta quello dei punti di strozzatura marittimi tradizionali, che la transizione non cancella ma affianca, perché Hormuz, Bab el-Mandeb e Malacca continueranno a contare finché il petrolio avrà un peso rilevante nei trasporti. Il quinto è quello dell’Artico e dei fondali oceanici, dove il regime giuridico è ancora incompleto e la corsa allo sfruttamento minerario dei fondali marini rischia di aprire un contenzioso senza precedenti. Il sesto, che considero il più sottovalutato, è la faglia tra Nord e Sud del mondo, alimentata dai meccanismi di aggiustamento del carbonio alle frontiere, dalla scarsità della finanza climatica e dal risentimento dei Paesi produttori che vedono transitare sul proprio territorio una nuova estrazione senza trasformazione locale. A questi aggiungo la sorte dei petrostati in declino, il cui indebolimento fiscale rischia di produrre instabilità in aree già fragili, dal Nord Africa al Golfo di Guinea, e questa sarebbe una forma di conflitto che nessuno ha pianificato ma che tutti pagherebbero».
Guardando al 2050, lei afferma che la nuova leva strategica non sarà più il controllo delle riserve fossili, ma il dominio delle catene di approvvigionamento, delle tecnologie pulite e degli standard tecnici globali. Siamo di fronte a un passaggio dalla geopolitica delle risorse alla geopolitica delle capacità industriali e tecnologiche? Quali rischi comporta per l’Europa e quali strumenti dovrebbe mettere in campo?
«Il passaggio è esattamente quello che lei descrive, ed è la tesi con cui il volume si chiude. Il potere energetico del Novecento derivava da una rendita, cioè dal fatto di trovarsi sopra un giacimento, e per questo era in una certa misura casuale e difficilmente trasferibile.
Il potere energetico del ventunesimo secolo deriva invece da una capacità, cioè dal saper produrre, raffinare, integrare, brevettare e normare, e questo lo rende in teoria conquistabile da chiunque decida di costruirlo.
Vi è però una controindicazione che considero importante, perché le capacità industriali sono cumulative e generano rendimenti crescenti, sicché chi arriva prima costruisce vantaggi che si autoalimentano attraverso la scala, l’apprendimento e il controllo degli standard. La finestra per entrare in questa competizione, in altri termini, non resta aperta indefinitamente.
I rischi per l’Europa discendono direttamente da questa logica. Il primo è quello di restare compratrice delle tecnologie altrui e venditrice di regole che nessuno adotta, cioè di esercitare una sovranità regolatoria priva di base materiale. Il secondo è la deindustrializzazione indotta dal differenziale dei costi energetici, che spinge le produzioni a maggiore intensità di energia verso gli Stati Uniti o verso l’Asia. Il terzo è una doppia dipendenza, dalla Cina per le tecnologie pulite e dagli Stati Uniti per il gas, per la difesa e per le infrastrutture digitali, che ridurrebbe drasticamente il margine di autonomia politica dell’Unione. Il quarto, e forse il più concreto, è la frammentazione interna, perché una politica industriale affidata agli aiuti nazionali produce vincitori e perdenti dentro il mercato unico e alla lunga lo dissolve.
Gli strumenti che indico nelle conclusioni si muovono su cinque piani. Occorre una capacità di investimento comune, perché senza risorse europee la politica industriale resta un annuncio, e occorre un mercato dei capitali integrato che finanzi la scala delle imprese europee. Occorre trattare le reti, gli accumuli e le interconnessioni come infrastrutture strategiche europee, finanziate e autorizzate con procedure sottratte alla frammentazione nazionale. Occorre una politica commerciale che condizioni l’accesso al mercato europeo alla produzione locale e al trasferimento tecnologico, adottando cioè lo strumento che la Cina ha usato con noi per vent’anni. Occorre una politica delle materie prime fondata su acquisti congiunti, riserve strategiche, riciclo e partenariati con i Paesi produttori che condividano il valore aggiunto, perché il Sud globale non accetterà una seconda stagione estrattiva. Occorre infine presidiare gli standard tecnici e le competenze, concentrando lo sforzo sui segmenti nei quali l’Europa conserva un primato reale, dall’eolico offshore alle reti, dagli elettrolizzatori ai materiali avanzati e all’efficienza.
Se dovessi riassumere in una formula la conclusione del libro, direi che l’Europa non ha un problema di obiettivi, che sono i più ambiziosi al mondo, ma un problema di potenza, cioè di capacità di realizzarli in un contesto in cui gli altri non giocano secondo le sue regole. Riconoscere questa asimmetria è la condizione preliminare per superarla».
Foto copertina: Geopolitica dell’energia di Vittorio Amato













