Il movimento decabrista, organizzato da ufficiali russi che avevano assorbito le istanze della Rivoluzione Francese, costituisce un interessante tentativo di modernizzare e democratizzare il grande Impero Russo.
Il decabrismo fallì nella sua opposizione al regime zarista ma ha conservato una forte influenza fino ai giorni nostri.
Introduzione
Il decabrismo (dal russo dekabr′, traducibile in italiano con “dicembre“) nasce nel cuore dell’Impero russo come risposta, morale e intellettuale, alla stagnazione sociale e politica del regime zarista durante gli anni Venti dell’Ottocento. I protagonisti del movimento furono giovani ufficiali dell’esercito, molti dei quali avevano combattuto contro Napoleone e vissuto nell’Europa liberata dal bonapartismo[1]. Qui avevano potuto respirare le idee di libertà, diritti dell’Uomo e del Cittadino e costituzione.
Tornati in patria, questi veterani si trovarono di fronte a un sistema autocratico che ignorava le riforme, soffocando al contempo ogni aspirazione democratica. Fu così che, tra il 1816 e il 1825, nacquero società segrete come la Lega della Salvezza (1816) e l’Unione della Prosperità (1818), incubatrici di un pensiero rivoluzionario che puntava a rendere il vasto Impero Russo uno Stato moderno.
Il decabrismo fu proprio il frutto di questi fermenti: un movimento che univa patriottismo, idealismo e fame di giustizia. Ne fecero parte persone pronte a sfidare l’assolutismo con il sogno di una nazione libera[2].
Due anime, un solo obiettivo
Contrariamente a quanto si possa pensare in un primo momento, il movimento decabrista non è mai stato monolitico. Al suo interno, infatti, hanno convissuto due distinte visioni del futuro della Russia[3].
Il gruppo del Nord, più moderato e con base a San Pietroburgo, auspicava una monarchia costituzionale sul modello britannico, con limiti ben definiti al potere dello zar, un Parlamento e solide garanzie per le libertà civili.
Il gruppo del Sud fu più radicale, immaginando una repubblica democratica, incentrata su principi di uguaglianza e rappresentanza popolare. Quest’ultimo ramo era radicato in Ucraina, in particola a Tul’čyn.
Entrambi, però, condividevano la convinzione che la Russia dovesse rompere con il dispotismo e abbracciare la modernità politica.
Il gruppo settentrionale era guidato da Nikita Mikhailovich Murav’ëv (1795 – 1843) giovane ufficiale idealista, diventato celebre per essere stato tra i primi russi ad essere entrato nella Parigi abbandonata da Napoleone. Il gruppo meridionale, invece, ebbe come leader Pavel Ivanovich Pestel (1793 – 1826), veterano di Borodino (La battaglia di Borodino, conosciuta nella storiografia francese come battaglia della Moscova 7 settembre 1812, fu combattuta durante la campagna di Russia e fu una delle più grandi e sanguinose battaglie delle guerre napoleoniche) e delle successive campagne europee[4].
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L’appuntamento con la Storia
Il 14 dicembre 1825, approfittando della confusione seguita alla morte dello zar Alessandro I, occorsa il 1° dicembre, e alla successione incerta tra i fratelli Costantino e Nicola, i Decabristi tentarono il colpo di mano a San Pietroburgo[5]. Ciò accadde perché Costantino Romanov (1779 – 1831), avrebbe dovuto ascendere al trono in quanto fratello maggiore ma decise di rifiutare[6], aprendo così la strada al fratello minore, Nicola (1796 – 1855). Nei primi giorni dopo la morte di Alessandro I, Nicola parve esitare, forse temendo un ripensamento da parte del fratello e fu in questa situazione intricata che i decabristi decisero di agire.
I ribelli radunarono truppe sulla Piazza del Senato, circa tremila uomini, rifiutando di giurare fedeltà al nuovo zar Nicola I. Ma il sostegno popolare fu in pratica inconsistente, la leadership non all’altezza del momento storico, e la repressione brutale. In poche ore, il sogno si dissolse sotto i colpi dell’artiglieria imperiale radunata da Nicola, pronto a tutto pur di rimanere al potere.
La prima parte della rivolta si era così conclusa con un disastro. Ciononostante, i capi dell’insurrezione decisero di eleggere il principe Sergej Petrovič Trubecko (1790 – 1860) dittatore ad interim, iniziando inoltre a marciare verso la Piazza del Senato seguiti dalle truppe a loro fedeli. La rivolta proseguì anche se non furono risolti problemi logistici e di comunicazione tra le varie parti in causa.
Ciò portò alla sconfitta finale del movimento in poche ore, grazie alla maggiore disciplina attestata dalle truppe fedeli al Regime zarista. Si deve infatti ricordare che in Ucraina i rivoltosi non si mossero perché la notizia della rivolta di San Pietroburgo giunse due settimane dopo i fatti narrati[7]. Nel frattempo, la polizia zarista fece buon uso del tempo a disposizione, arrestando tutti i capi della rivolta che furono inviati nella fortezza di Pietro e Paolo (a San Pietroburgo).
Cinque condanne a morte
La Corte Penale Suprema emise solo, si fa per dire, cinque condanne a morte: Pëtr Grigor’evič Kachovskij (1797 – 1826), Pavel Pestel’, Kondratij Fëdorovič Ryleev (1795 – 1826), Sergej Ivanovič Murav’ëv-Apostol (1795 – 1826) e Michail Bestužev-Rjumin (1801 – 1826) furono condannati alla pena capitale tramite impiccagione, mentre i loro compagni furono inviato in esilio in Siberia.
Le condanne a morte furono eseguite nelle prime ore del 25 luglio 1826. Una pena capitale che fece storia perché il primo tentativo di impiccagione di tre condannati (Murav’ëv-Apostol, Kachovskij e Ryleev) fallì perché i loro colli scivolò fuori dalle corde. I tre sfortunati caddero così nel fondo del fossato della fortezza dei Santi Pietro e Paolo. Sembra che Murav’ëv-Apostol abbia pronunciato queste parole: «Mio Dio, in questo paese non sanno neanche impiccare la gente»[8]. La seconda impiccagione riuscì e i cinque cadaveri trovarono riposo sull’isola pietroburghese di Golodaj.
La morte di questi cinque uomini e il coraggio dimostrato dagli esiliati, come vedremo a breve, fece sì da lasciare il decabrismo e i suoi adepti alla storia.

L’esilio e la memoria
Circa seicento decabristi e loro simpatizzanti furono condannati all’esilio in Siberia. Non soltanto soldati, ma anche scienziati, poeti e intellettuali. Le condizioni erano dure, ma la loro resilienza fu straordinaria. Alcuni furono raggiunti dalle mogli e dai figli: tutte persone che condivisero volontariamente il destino dei mariti e dei genitori. In quelle terre remote non si limitarono a sopravvivere: educarono, edificarono, realizzarono diversi progetti lasciando così un’impronta culturale indelebile nelle remote terre siberiane.
Fondarono scuole e musei, Organizzarono il primo quartetto d’archi della Siberia. Nicolaj Bestuzev compilò un dizionario russo-buriato mentre i fratelli Borisov idearono un sistema entomologico adottato persino dall’Accademia Francese delle Scienze[9].
Un’eredità che permane
Il decabrismo fu un fallimento militare, ma un successo morale. I suoi protagonisti anticiparono di decenni le istanze democratiche che avrebbero attraversato la Russia, fino alle rivoluzioni del XX secolo. In Siberia, sono ancora ricordati come pionieri della cultura e della libertà. E nella memoria storica, restano il simbolo di un Paese che, pur oppresso, non ha mai smesso di sognare la democrazia.
Durante il primo centenario dell’evento (1925), le autorità comuniste dell’epoca decisero di rinominare la Piazza del Senato di San Pietroburgo in Piazza dei Decabristi mentre l’isola Golodaj (dove furono sepolti i 5 condannati a morte) dal 1926 è stata ridenominata isola dei Decabristi.
Note
[1] Henri TROYAT, Alessandro I. Lo zar della Santa Alleanza, Il Giornale, Milano 2001.
[2] Benson BOBRICK, Siberia, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995.
[3] Nicholas V. RIASANOVSKY, La storia della Russia dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano 1989.
[4] Id., op. cit.
[5] Henri TROYAT, op. cit.
[6] Dovette rinunciare al trono perché aveva deciso di sposare in seconde nozze la principessa polacca Joanna Grudzińska (1795 – 1831).
[7] Nicholas V. RIASANOVSKY, op. cit.
[8] Benson BOBRICK, op. cit.
[9] Id., op. cit.
Foto copertina: I decabristi riuniti in piazza del Senato a San Pietroburgo, nel 1825. Quadro di Karl Kolman.













