L’era del Commodity Consensus: l’ombra cinese sullo sviluppo economico brasiliano


Come le relazioni commerciali Pechino-Brasilia, simbolo del modello di cooperazione Sud-Sud, stanno conducendo l’industria brasiliana verso una spirale di specializzazione regressiva.


A cura di Rosa Scamardella

Una relazione sbilanciata

Lasciar trasparire preferenze rispetto alle competizioni elettorali che interessano i paesi partner non è nella tradizione diplomatica cinese. La rielezione di Luis Ignácio Lula da Silva a presidente del Brasile può tuttavia leggersi come un elemento di facilitazione nella continuità delle relazioni commerciali tra Pechino e Brasilia. Questo soprattutto alla luce di alcune controverse posizioni assunte dall’amministrazione dell’ex presidente Jair Bolsonaro: dall’appoggio pressoché assoluto garantito a Donald Trump nel bel mezzo della guerra commerciale con la Repubblica Popolare Cinese, fino ad infelici uscite facenti capo al suo staff e ai suoi familiari rispetto alla creazione e successiva diffusione del coronavirus partita da un laboratorio di Wuhan[1]. L’enorme interscambio commerciale tra Brasile e Cina si è assestato, alla fine del 2021, sui 135 miliardi di dollari: da Brasilia Pechino acquista soprattutto materie prime (soia, grano e carne), mentre esporta tecnologia avanzata. Non si tratta naturalmente di un rapporto paritetico: non sarebbe difficile per il gigante asiatico ricorrere, per ottenere le stesse risorse, ad economie concorrenti nella stessa regione latino-americana. Viceversa, per i brasiliani, dirottare lo stesso quantitativo di materie prime verso mercati dalla domanda altrettanto significativa vorrebbe dire accreditarsi presso l’Unione Europea. Passaggio, questo, che comporterebbe tutti i costi di adeguamento necessari, sia in termini ambientali che di controllo qualità dei processi produttivi.

Ricostruzione storica dei rapporti

Relazioni analiticamente rilevanti fra Pechino e Brasilia vanno fatte risalire alla Guerra Fredda, quando gran parte dei paesi latinoamericani mantenne i rapporti diplomatici con Taiwan che, negli anni a seguire, avrebbero rallentato l’avvicinamento alla Repubblica Popolare Cinese. Riconosciuta da Fidel Castro nel 1960, un anno dopo il trionfo della Rivoluzione Cubana, concesse, al principio dello stesso decennio, appoggiò e sostenne movimenti rivoluzionari di ispirazione anti-imperialista nella regione[2].  Tale atteggiamento mutò solo a partire dal 1972, quando Deng Xiaoping annunciò la fine del “campo socialista” e con lo sviluppo, due anni dopo, della teoria dei Tre mondi. Ritirato il supporto ai movimenti rivoluzionari in America Latina, la Cina si impegnò a rispettare il principio di non ingerenza negli affari interni e cominciò a ricercare accordi bilaterali coi singoli governi del subcontinente.  
Nonostante le relazioni diplomatiche fra Repubblica Popolare e Brasile fossero state riallacciate formalmente nel 1974, fino alla fine della Guerra Fredda si svilupparono soprattutto nell’ambito di una cooperazione Sud-Sud. Obiettivi comuni erano la ricerca di una maggiore autonomia internazionale, l’enfasi sulla sovranità nazionale e sull’integrità territoriale, insieme alla difesa di un certo protezionismo commerciale invocata in solido per i paesi in via di sviluppo. Posizioni simili, di contrasto, furono assunte rispetto alla diplomazia dei diritti umani degli Stati Uniti.
Al netto della convergenza in ambito multilaterale, ai rapporti bilaterali fra Pechino e i singoli Stati latinoamericani non fu dedicata particolare attenzione tra gli anni Settanta e Ottanta.

La politica estera brasiliana fu ripensata durante il decennio successivo, quando Brasilia allargò le sue prospettive diplomatiche investendo sia in progetti di regionalismo locale, come il MERCOSUL (Mercado Comun do Sul, fondato nel 1991 con l’Argentina, il Paraguay e l’Uruguay), il quale avrebbe consentito un rafforzamento sia nell’ambito delle negoziazioni commerciali coi mercati europei, sia nelle relazioni con le singole economie asiatiche. Con Brasilia, in particolare, furono inizialmente siglati accordi di cooperazione scientifica per la costruzione di satelliti, i quali aprirono la strada ad una prospettiva comune di ricerca nell’ambito delle biotecnologie. Seguirono, negli stessi anni, iniziative di ricerca congiunta nell’ambito della lotta all’HIV e per lo sviluppo e la commercializzazione di farmaci che includessero la prospettiva della medicina tradizionale[3]. Tali esperienze assunsero un significato particolare per la diplomazia cinese, essendo ascrivibili ed anzi contribuendo a costruire il modello di cooperazione Sud-Sud.

All’interno dei consessi internazionali, questa nuova vicinanza si rivelò con la sponsorizzazione di Brasilia all’ingresso della Repubblica Popolare Cinese all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. In seguito, l’universalizzazione dei rapporti diplomatici, perseguita tanto dal presidente Fernando Henrique Cardoso quanto da Lula, fu tesa a rivendicare l’appartenenza del gigante asiatico alle economie in via di sviluppo, nell’ottica di una politica di rivendicazione dei diritti economici del Sud in un sistema commerciale che, nella visione dei governi di entrambi i paesi, privilegiava strutturalmente gli interessi del Nord.

Dal Washington Consensus al Commodity Consensus

Il 2002 segnò il momento in cui la Cina divenne il principale partner asiatico del Brasile, sorpassando il Giappone. Negli anni immediatamente successivi, si registrò il boom del prezzo delle commodity, il quale avrebbe vincolato il destino dell’ascendente economia brasiliana alla crescente domanda di materie prime cinese. Un passaggio che varcò i confini nazionali ed interessò la struttura economica di diversi paesi vicini, i quali finirono per puntare in maniera cruciale sulla complementarietà delle loro risorse rispetto alle esigenze cinesi, investendo in agri-business e nuove tecnologie per l’estrazione di risorse naturali. I proventi dell’intensità di questo scambio costituirono la fonte principale cui attingere per finanziare politiche economiche eterodosse, di finanziamenti all’istruzione, alla sanità pubblica e della solidarietà continentale di ispirazione bolivariana che caratterizzò il giro a la izquierda  (il ciclo di governi progressisti simultaneamente al governo nella regione) latinoamericano. Analizzandone la struttura dipendente, la sociologa argentina Maristella Svampa è arrivata a teorizzare per il subcontinente un vero e proprio passaggio dal  Washington Consensus, fondato sulle politiche liberiste imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali, al Commodity Consensus[4], la cui governance si è edificata, in termini strettamente economici, sull’incoraggiamento delle esportazioni inseguendo il boom del prezzo delle materie prime, più specificamente, sulla capacità di acquisto delle stesse da parte della Repubblica Popolare Cinese.

Commodity Consensus e deindustrializzazione precoce

Secondo gli economisti che identificano lo sviluppo come un processo lineare e stadiale, un paese che intenda incamminarsi lungo questo prestabilito ed uniforme sentiero, ad un certo punto, si ritrova a superare una soglia di virtuosismo oltre la quale si registra un abbassamento della percentuale relativa di PIL in favore del settore dei servizi. Questo fenomeno è noto come deindustrializzazione, valutata come positiva lungo il tracciato dello sviluppo, e che infatti interesserebbe le economie avanzate. In America Latina, invece, le evidenze dimostrano che questo processo tende ad innescarsi molto prima che nei paesi dalle economie sviluppate: si parla infatti di “deindustrializzazione precoce”. È quanto si è verificato in Brasile soprattutto a partire dai primi anni Duemila: uno sfaldamento del tessuto industriale determinato, da un lato, dall’adattamento alla domanda cinese, dall’altro, dall’incapacità dell’industria nazionale di sostenere la competizione cui è stata esposta dalla liberalizzazione dei commerci. Così, la percentuale di partecipazione dell’industria brasiliana di trasformazione a quella mondiale è calata dall’1.8 all’1.7% tra il 2005 e il 2011, mentre nel 1980 il suo valore si assestava intorno al 2.7% (dati UNCTAD).
Sugli scenari internazionali, alle carenze infrastrutturali brasiliane si somma l’aumento del costo unitario del lavoro espresso in dollari – motivato dall’apprezzamento della moneta nazionale rispetto al dollaro e dall’innalzamento dei salari operati dai governi progressisti – che rende l’industria nazionale poco competitiva rispetto a quella degli altri paesi in via di sviluppo [5].

La tendenza alla specializzazione regressiva

Attraverso la nuova tendenza appena esposta, investimenti e risorse sono così affluiti verso il settore agricolo e dell’estrazione delle risorse naturali[6]. Il Brasile è attualmente il terzo paese per agri-export, primo per esportazione di soia, barbabietole da zucchero, carne, caffè, cereali. Il clima favorevole e le ampie distese di terra costituiscono sicuramente un vantaggio competitivo per l’agricoltura nazionale, ma solo perché accompagnati da un ingente flusso di IDE (investimenti diretti dall’estero) e da un deciso intervento governativo nella gestione delle stesse risorse. Nell’ultimo ventennio sono stati proprio i governi di diversa fede politica ad avallare una dinamica di specializzazione regressiva dell’economia. Questa non solo non si è invertita con l’esaurirsi del commodity boom nell’annata 2014-2015, ma non accenna ad indebolirsi[7].

Sfide per il futuro

Quando, com’è avvenuto durante i primi anni Duemila in Brasile, un’economia registra un aumento generale del livello del reddito derivante dallo sfruttamento delle risorse naturali e contemporaneamente una dinamica di deindustrializzazione, gli economisti, per spiegare il presunto paradosso, parlano di “Male Olandese”. In America Latina, questa dinamica, incoraggiando lo squilibrio delle bilance commerciali così votate all’esportazione di materie prime e all’importazione di beni ben più lavorati e quindi costosi, si traduce in una decisa inversione di rotta rispetto alle politiche di Industrializzazione per Sostituzione delle Importazioni (modello ISI) che hanno caratterizzato i momenti di miglioramento delle condizioni di vita generali e di sviluppo sostanziale del subcontinente.
In Brasile, la complementare espansione dell’agri-business corrisponde non solo un approfondimento della condizione di dipendenza economica dall’export, ma anche a tutto il campo guadagnato dai signori del land grabbing, dall’industria della predazione della foresta amazzonica, oltre che agli incalcolabili costi ambientali derivanti dall’intensivo sfruttamento delle risorse naturali.

È una contraddizione regionale , quella del Commodity Consensus, di cui è espressione lo sviluppo brasiliano, ritrovatosi a retrocedere per far fronte alle entrate sicure garantite dal commercio con la Cina. A farci i conti dovrà essere la nuova ondata di governi progressisti che sta emergendo nel continente, se vorrà farsi capace di inglobare le emergenze assolute della nostra epoca e restare progressista. Non un’impresa impossibile, ma sicuramente ardita, che dovrebbe mirare a riconciliare le istanze indigeniste, ecologiste ed anti-liberiste, parte integrante e fondativa del suo stesso consenso, con gli equilibri di potere e le esigenze commerciali di uno scacchiere internazionale formato senz’altro da economie divise sulla base della distribuzione di un potere materiale, ma pieno di complessità e punti ciechi. Spazi che la regione latinoamericana, la quale certo non primeggia per spese militari o sviluppo di tecnologia all’avanguardia, può puntare a riempire con l’egemonia derivante da risorse che da sempre abbondano fra le sue vene aperte: le idee di alternativa.


Note

[1] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-la-cina-guarda-allanno-elettorale-33112.
[2] G. Lechini, M. N. Dussort, “Le relazioni dell’America Latina con la Cina e l’India”, in L’America Latina nella politica internazionale, Roma, Carocci, 2020, p. 148.
[3] https://nuso.org/articulo/china-brasil-perspectivas-de-cooperacion-sur-sur/.
[4] M. Svampa, E. Viale, Maldesarrollo, Buenos Aires, Kats Editores, 2014, p. 15.
[5] P. Salama, “China Brasil: una comparación instructiva”, in Foro Internacional, n.5 vol. 22, Città del Messico, 2015, pp. 595-624.
[6] T. N. Sugimoto, A. C. Diegues, “A China e a desindustrialização brasileira: um olhar para além da especialização regressiva” in  Nova Economia, n 2 vol. 32, Belo Horizonte, 2022.
[7] I. Zdrahal, M. Hrabalek, P. Kaadlec, O. Krpec, “Brazil’s Comparative Advantages and Specialization Dynamics in Agri-food Trade”, in Agris Papers in Economics and Informatics, n.2 vol. 13, Brno, 2021.

Riferimenti

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-la-cina-guarda-allanno-elettorale-33112 https://nuso.org/articulo/china-brasil-perspectivas-de-cooperacion-sur-sur/
Lechini, G., Dussort, M.,  “Le relazioni dell’America Latina con la Cina e l’India”, in L’America Latina nella politica internazionale, Roma, Carocci, 2020.
Salama, P., “China Brasil: una comparación instructiva”, in Foro Internacional, n.5 vol. 22, Città del Messico, 2015. Svampa, M., Viale, E. Maldesarrollo, Buenos Aires, Kats Editores, 2014.
Sugimoto, T. N, Diegues, A. C., “A China e a desindustrialização brasileira: um olhar para além da especialização regressiva” in  Nova Economia, n 2 vol. 32, Belo Horizonte, 2022
Zdrahal, I., Hrabalek, M., Kaadlec, P.  Krpec,O.,  “Brazil’s Comparative Advantages and Specialization Dynamics in Agri-food Trade”, in Agris Papers in Economics and Informatics, n.2 vol. 13, Brno, 2021.


Foto copertina: I presidenti Xi e Bolsonaro in tempi più felici all’11° vertice BRICS a Brasilia, prima che un tweet del figlio del leader brasiliano sul coronavirus provocasse una lite diplomatica (immagine: Isac Nóbrega/PR )