Myanmar, le elezioni del 2010


Analisi delle svolte socio-politiche che coinvolsero il paese nel recente passato. Uno sguardo al passato per comprendere al meglio il presente.


Data la nuova legge fondamentale del paese, la Giunta militare dichiarò di voler procede con la realizzazione del quinto punto della Road map dell’SPDC, indicendo quindi libere elezioni. Il 9 marzo 2010 la Giunta militare emanò cinque leggi che avrebbero regolato lo svolgimento delle elezioni del 2010. Ovvero:

  1. Una legge che istituiva la Commissione Elettorale dell’Unione;
    Commissione che possedeva il potere di istituire sottocommissioni, delineare le circoscrizioni, compilare le liste elettorali, certificare i risultati elettorali e formare tribunali elettorali per esaminare le controversie elettorali. Le decisioni della Commissione elettorale dell’Unione erano definitive e non potevano essere appellate ai tribunali giudiziari della Birmania.
  2. Una legge che stabiliva le condizioni per la registrazione dei partiti politici, così che potessero partecipare alle elezioni. Nella domanda di registrazione, che doveva essere consegnata entro 60 giorni dalla promulgazione della le legge in questione o inizialmente entro il 7 maggio 2010, il partito doveva promettere di salvaguardare e mantenere l’integrità della Birmania, la sua Costituzione e le sue leggi.
  3. Una legge concernente l’elezione dei membri del Pyithu Hluttaw (Camera alta). Essa prevedeva che nella distribuzione dei 330 seggi, 110 fossero riservati a nomine da parte del Capo dei Servizi per la Difesa
  4. Una legge concernente l’elezione dei membri dell’Amyotha Hluttaw (Camera bassa). Essa stabiliva che vi sarebbero stati 12 rappresentanti eletti per ogni Regione o Stato, per un totale di 84 membri, e 56 nominati direttamente dal Capo dei Servizi per la Difesa.
  5. Una legge concernente l’elezione dei membri dei Parlamenti degli Stati e delle Regioni.

Sull’assunto di quanto scritto finora, le elezioni del 2010 devono essere considerate non democratiche in base a più aspetti degli standard internazionali, in quanto:

  • La Costituzione del 2008 viola l’assunto dell’Articolo 21 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del ONU[1]. Essa non permette alla volontà popolare espressa all’interno dello Stato di fare da fondamento all’autorità di governo. Fungendo la Carta costituzionale come forma di preservazione del ruolo di potere soverchiante del Tatmadaw sul resto delle istituzioni, garantendo ai suoi appartenenti il 25% dei seggi dello Hluttaw e tre ministeri fondamentali (Affari di frontiera, Difesa, e Affari interni).
  • La Costituzione inoltre viola l’Articolo 19[2] della sopracitata Dichiarazione non permettendo a tutti i cittadini di esprimere le proprie opinioni. Da tale diritto vengono estromesse gli appartenenti agli organi religiosi che, secondo i Commi H & I dell’Articolo 121 Costituzione, non poterono candidarsi alle elezioni, né tantomeno votare secondo le disposizioni dell’Articolo 392 Costituzione.
  • La parte terza della Costituzione è in piena contravvenzione con il paragrafo 20 della Carta per gli Standard Internazionali per le Elezioni, stabiliti dalla Commissione ONU per i Diritti Umani[3]. La carta costituzionale birmana prevede infatti che sia il Presidente a costituire una commissione elettorale formata da almeno cinque membri da lui selezionati. Non prevedendo quindi la partecipazione di organismi internazionali che possano verificare l’outcome delle elezioni.

Queste preoccupazioni vennero chiaramente espresse dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite in una risoluzione sulla Birmania adottata il 19 marzo 2010. Dichiarazione che venne sostenuta dall’Australia, dal Canada, Regno Unito, Stati Uniti e Unione Europea[4]. Il Parlamento Europeo si espresse nuovamente con una risoluzione, il 20 maggio 2010 dichiarando ch’esso “condanna lo svolgimento di elezioni in condizioni del tutto antidemocratiche e sulla base di regole che escludono il principale partito di opposizione democratica e privano centinaia di migliaia di cittadini birmani del diritto di voto e di eleggibilità, nel chiaro tentativo di escludere l’intera opposizione del paese dal ballottaggio.[5] Il Vicesegretario di Stato americano per gli affari pubblici degli Stati Uniti, Philip J. Crowley, affermò che la legge sulla registrazione dei partiti politici “si fa beffe del processo democratico e garantisce che le prossime elezioni saranno prive di credibilità.”[6] Nonostante le proteste internazionali il 13 agosto 2010, la commissione elettorale annunciò che le elezioni parlamentari si sarebbero comunque svolte il 7 novembre 2010. Fissando inoltre la scadenza al 30 agosto 2010 per tutti i partiti politici, per presentare i nomi dei loro candidati alle elezioni. Le elezioni del 2010 vennero disertate di membri della NLD in quanto essi avrebbero dovuto giurare fedeltà alla Costituzione, in base all’Articolo 405 Comma B. Nonché, per gran parte dei suoi membri non sarebbe stato possibile candidarsi ai sensi dell’Articolo 392. Cosa che includeva la leader Aung San Suu Kyi, che all’epoca si trovava ancora agli arresti domiciliari nella città di Yangon. Detenzione che sarebbe dovuta finire nel maggio del 2009 ma che venne rinnovata fino all’autunno del 2010, con la chiara intenzione di impedirle di partecipare alla campagna elettorale dello stesso anno. Azione deplorata dall’allora Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon[7]
Il 29 marzo 2010, l’SPDC trasformò la sua “organizzazione sociale” affiliata, l’Associazione per la Solidarietà e lo Sviluppo dell’Unione (USDA), nel Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione (USDP), trasferendo i beni dell’USDA al nuovo partito politico. Il 27 maggio 2010, un gruppo scissionista della NLD presentò una domanda alla Commissione elettorale per registrare un nuovo partito politico, la National Democratic Force (NDF)[8].
Nel frattempo la Commissione elettorale nominata dal Presidente Than Shwe, aveva rifiutato la presentazione alle elezioni da parte di 10 su 47 partiti politici, mentre la Corte elettorale aveva impedito a cinque partiti delle minoranze etniche dello Stato Kachin di partecipare alle elezioni. Inoltre, il costo per l’iscrizione delle liste dei candidati ammontava a 510 $[9], una richiesta eccessivamente alta data la povertà dilagante nel paese. Decisioni che spinsero una rappresentanza di parlamentari eletti nel 1990, i rappresentanti del National Council of the Union of Burma, del New Mon State Party e del Karenni National Progressive Party a riunirsi in clandestinità nello Stato Karenni per dare vita al Parlamento del Popolo[10], il quale, riunito in seduta comune, rifiutò l’accettazione della neonata Costituzione, unilateralmente proposta dal Tatmadaw. Trovandosi quindi in uno stato di illegalità avendo infranto vari articoli del Capitolo X della Costituzione.
A seguito delle elezioni del 2010 venne formato il nuovo governo, anche se il Potere rimase saldamente nelle mani de Tatmadaw. La nuova Costituzione non aveva cambiato nulla tanto meno aveva riconosciuto il ruolo delle minoranze etniche, né le richieste di federalismo da queste avanzate da sempre.
Poiché il nazionalismo è cresciuto tra la maggioranza birmana, così il nazionalismo si è diffuso tra le varie minoranze, di cui esiste un numero ampio e significativo. L’identità etnica è stata reificata e le storie etniche birmane e delle minoranze sono state riscritte per consolidare le moderne esigenze politiche e sociali. Il paese non è né uno “stato-nazione” con un’unica identità culturale nazionale corrispondente ai suoi confini amministrativi, né uno “stato-nazione” con insiemi di identità etnico/linguistiche multiple e accettate all’interno di un’identità nazionale positiva e generale.[11]
Nel solo 2010, al fine di far svolgere le elezioni in modo “regolare” e pacifico, il Tatmadaw aveva siglato 17  accordi di cessate il fuoco con altrettante minoranze etniche[12], anche se la giunta sapeva bene che le minoranze non rispettavano né la Giunta né la Costituzione del 2008. Tuttavia agli occhi del Tatmadaw tali accordi costituivano un rafforzamento delle capacità diplomatiche della Giunta, di riflesso un rafforzamento in seno alla società. Questa forza voleva essere capitalizzata con le elezioni, che tuttavia non rappresentarono il reale volere del popolo birmano, essendo state disertate dal maggior partito d’opposizione, così come da quelli delle minoranze, riunitisi clandestinamente per condannare le azioni della giunta.  L’assenza della NLD alle votazioni nazionali del 7 novembre 2010 portò alla vittoria l’USDP, che ottenne 882 seggi dei 1.542 disponibili tra il parlamento centrale ed i parlamenti degli Stati e delle Regioni, pari al 57% dei seggi totali[13].  E’ importante ricordare come 1/3 dei seggi disponibili, ovvero 514, fosse riservato ai membri del Tatmadaw. Pertanto l’esercito nella sua rappresentanza civile e militare arrivò a pesare politicamente per oltre l’82% a seguito delle elezioni parlamentari del 2010.


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Note

[1] Article 21 Paragraph 3: “The will of the people shall be the basis of the authority of government; this will shall be expressed in periodic and genuine elections which shall be by universal and equal suffrage and shall be held by secret vote or by equivalent free voting procedures.” Universal Declaration of Human Rights, ONU
[2] Article 19: “Everyone has the right to freedom of opinion and expression; this right includes freedom to hold opinions without interference and to seek, receive and impart information and ideas through any media and regardless of frontiers.” Universal Declaration of Human Rights, ONU
[3] The Right to Participate in Public Affairs, Voting Rights and the Right to Equal Access to Public Service,UN Committee on Human Rights, General Comment 25, 1996
https://www.osce.org/files/f/documents/4/a/19154.pdf
[4] Council of European Union, “Councils Conclusions on Burma/Myanmar,” 26 April 2010
https://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_Data/docs/pressdata/EN/foraff/114004.pdf
[5] Resolution on the situation in Burma/Myanmar, European Parliament, 20 maggio 2010
[6] U.S. Department of State, “Daily Press Briefing,” press release, March 10, 2010.
[7] Deploring Myanmar verdict, Ban urges immediate release of Aung San Suu Kyi, 11 agosto 2009, ONU
[8] Burma’s 2010 Election Campaign: Issues for Congress, National Democratic Institute, October 6, 2010, pagina 2
[9] Burma’s 2010 Election Campaign: Issues for Congress, National Democratic Institute, October 6, 2010, pagina 6
[10] Le sfide di Aung San Suo Kyi per la nuova Birmania, Cecilia Brighi, Eurilink, 2016, pagina 78
[11] Myanmar in 2010, The election Year and Beyond, 2011, David I. Steinberg, Pagina 174
[12] Ibidem, pagina 175
[13] Bruma’s 2010 Elections: a Comprehensive report, The Bruma Fund UN Office, gennaio 2011  pagina 35


Foto copertina: Htoo Tay Zar, Wikipedia